I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

sabato 28 marzo 2015

A Girl Walks Home Alone at Night

A Bad City , città iraniana tetra e oscura vive Arash che con i suoi risparmi ha comprato una bellissima auto anni '50. 
Saeed spacciatore di pochi scrupoli che fornisce droga la padre di Arash gliela toglie in nome dei debiti che il padre ha , ma incontra una misteriosa ragazza che lui tenta di sedurre.
O forse è il contrario, la ragazza che indossa un lungo chador nero in realtà è un vampiro che succhia il sangue ai derelitti e un delinquente come Saeed è perfetto per essere vampirizzato e derubato.
Restituisce la macchina ad Arash e lui si innamora di lei a una festa in maschera.
Lei non sa che cosa fare, il suo è un istinto predatorio e lui le offre il suo collo su un vassoio d'argento, ma è anche attratta da lui, in fondo il sangue può cercarlo in altra maniera.
Una cosa è certa, devono abbandonare Bad City...
Ok se fino a qualche tempo fa mi avessero detto che tra le mie visioni si sarebbe inserito un film di vampiri iraniano, recitato in persiano, ebbene lo avrei escluso in maniera categorica.
E invece...non c'entra l'alcool o qualche erba proibita...ho appena visto un film di vampiri persiano, recitato in persiano in cui il protagonista è un vampiro. Donna.
Quindi un bel calcione agli estremisti e agli integralisti religiosi, un film in cui la donna è il cardine di tutto.
Se andiamo a vedere i credits c'è però qualcosa che non quadra: tra i produttori c'è Elijah Wood, è girato nei dintorni di Los Angeles, è di fatto una produzione americana fatta da attori iraniani ( o come minimo di origine iraniana) e diretta da una regista persiana trapiantanta negli USA, Amy Lily Amipour che , dopo una caterva di corti, esordisce finalmente nel lungometraggio.
Ed esordisce col botto con un film che ha fatto il giro del mondo in molti festival specializzati raggranellando parecchi premi.
A Girl Walks Home Alone at Night è un film che è riduttivo definire horror.
Girato in un bianco e nero molto contrastato, parecchio stiloso, stracolmo di citazioni intelligenti e mai pedanti , è una storia d'amore in cui il vampirismo è parte fondamentale ma viene raccontato cercando di sottolineare la sua aura romantica e decadente più che la carica orrorifica , di tensione e di paura.
Si può fare un bellissimo film appartenente formalmente al genere horror ma senza uso ed abuso di sangue e frattaglie e il film di Amy Lily Amipour ne è la testimonianza sfavillante.
Ambientato in un non luogo di perdizione , una Bad City che riecheggia da vicino una versione live action della Sin City milleriana, è un film che sceglie più il silenzio e la suggestione che i dialoghi , ridotti all'osso , o la suspense spicciola fatta di trucchi beceri per innalzare la soglia della paura.
Sequenze genuinamente paurose ce ne sono anche , vedere per credere il primo incontro tra la ragazza vampiro e il ragazzino con lo skateboard ma sembrano più un vezzo per spezzare il ritmo placido della narrazione, un ulteriore sottolineatura dell'atmosfera sulfurea che si respira in una Bad City di nome e di fatto, nascosta nei dintorni di Los Angeles, oltre l'ultima frontiera western.
Situata proprio lì dove il confine del western finisce, appena fuori delle sue colonne d'Ercole.
Amy Lily Amipour è regista cinefila e si vede, come si vede dalle sue foto che si specchia nella protagonista, Sheila Vand, bella ma di una bellezza intensa e sfuggente, ragazza emancipata , molto hipster che però non rinuncia al suo chador quando nella notte si aggira per le vie deserte della città alla ricerca di prede.
Un vampiro con lo chador, abbigliato un po' come il Belfagor del famoso sceneggiato francese anni '60, ma accompagnato da un senso di colpa che le impedisce di predare un ragazzo come Arash, conosciuto a una festa in maschera in cui lui, ironia della sorte , impersonava il vampiro supremo, Dracula.
Accompagnato da una colonna sonora che va da echi morriconiani all'indie rock riletto con melodie arabeggianti, girato con uno stile che occhiegga da una parte al Jarmusch di Dead Man ( per l'uso di un bianco e nero molto contrastato) e di Solo gli amanti sopravvivono ( altro modo originale di raccontare una storia di vampiri, intensa e rarefatta allo stesso tempo), dall'altra al Coppola di Rumble Fish ma anche alla cinematografia di Sergio Leone, fatta di silenzi e di tempi dilatati e a quella on the road di Alexander Payne ( in fondo Bad City è un non luogo come il Nebraska o come l'America che si intravede dai finestrini dell'auto di Jack Nicholson in A proposito di Schmidt), A Girl Walks Home Alone at Night è un film ad alto contenuto di meafore che riesce comunque a essere originale non  limitandosi solo a citare le influenze proposte ma  rielaborandole in uno stile nuovo con punte inaspettate di kitsch ( Arash è un appassionato di anni '50 in Iran e va in giro conciato come un James Dean dei poveri) incastonate perfettamente in un idea di cinema ben salda, rigorosa.
E poi vedere un vampiro donna con lo chador e che usa lo skateboard è qualcosa di veramente mai visto.
Così come è dannatamente puccioso quel gattone che accompagna i due nella loro fuga e nella loro improbabile storia d'amore.
Già, una storia d'amore tra una vampira e un umano.
Ricorda qualcosa?
Ebbene si , ricorda uno dei più bei film sui vampiri di questi ultimi anni, Lasciami entrare.
E questo film ci è entrato, nel mio cuore.

PERCHE' SI : un film di vampiri originale, stilosissimo, protagonista che non si dimentica tanto facilmente , ottima fotografia in bianco e nero
PERCHE' NO : il fan puro e crudo dell'horror forse si annoierà, di sangue se ne vede veramente poco

LA SEQUENZA : il primo incontro con il bambino e l'uso dello skateboard, la sequenza con loro due in macchina e il gatto in mezzo a loro.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
si può fare un film americano recitato in persiano scritto , diretto e recitato da persiani trapiantati negli USA
Il filone dell'horror vampiresco ha un nuovo modello da seguire
Sangue e frattaglie in un horror possono essere accessori non indispensabili
Vorrei sapere che cosa penserà l'ayatollah di turno dopo aver visto questo film.

( VOTO : 8 + / 10 )

 A Girl Walks Home Alone at Night (2014) on IMDb

venerdì 27 marzo 2015

CUB-Piccole prede

Un gruppo di boyscout parte con il loro camion vecchio e scassato verso il campo estivo. Lo trovano occupato da due giovinastri per cui per non avere problemi si spostano in un bosco adiacente , una volta teatro di misteriosi fatti di sangue ( suicidi di operai di una vecchia fabbrica di autobus).Tra i boyscout c'è il dodicenne Sam , vittima di scherzi da parte dei suoi compagni e umiliato più volte in pubblico da Peter, uno dei tre adulti del gruppo, assieme a Chris e Jasmine.Parlano della leggenda di un bambino licantropo, Kai, ma Sam scopre che non si tratta di leggenda.
Il problema è che non gli crede nessuno che ci sia un mostro nel bosco.
Anche se i ragazzi cominciano a morire...
Man mano che vado avanti vedo che la cinematografia belga di genere, dal thriller all'horror, sta inanellando tutta una serie di buoni film e  che stanno avendo buona risonanza internazionale.
Non esistono solo di Dardenne , insomma.
CUB-Piccole prede si inserisce in quella fascia di horror francofoni che vede in titoli come Calvaire, Frontiers e molti altri che hanno rianimato la scena horror europea.
Non è un caso che sia ambientato in un bosco al confine tra la Francia e il Belgio, non è un caso che la componente ambientale sia fondamentale per la costruzione del meccanismo orrorifico e che si inserisca in quegli stilemi che vanno dallo slasher al torture porn che hanno caratterizzato questa nuova ondata di horror all'europea.
Tutte pellicole con aspetto brutto , sporco e cattivo,  peculiare, immediatamente riconoscibili dagli omologhi di oltroceano.
Non abbiamo come protagonisti i soliti fancazzisti idioti che sono perfetti per incarnare il ruolo di carne da macello e che continuano a fare minchiate in serie nella loro casetta dispersa nei boschi.
Qui ci sono dei bambini, esseri che per definizione fanno dell'innocenza il loro tratto distintivo.
Teoricamente.
E invece no: la parte che svicola di più e meglio dai soliti cliché di genere è la prima in cui viene descritta la quotidianità di questo gruppo di boyscout che non sono proprio l'epitome dell'innocenza.
Ok, ammetto di avere un certo pregiudizio verso i boyscout : mi hanno fatto sempre abbastanza paura con il loro aspetto da piccoli soldatini in divisa, tutti sincronizzati nei movimenti e sempre ordinatissimi in fila per due.
Ma la cosa che mi faceva più paura ( e mi fa paura anche oggi ) non erano tanto i bambini ma gli adulti che guidavano il gruppo, abbigliati come bambini, una tenuta che messa su un corpo adulto francamente oltrepassa la soglia del ridicolo e che cercavano di dare ai bambini che li seguivano un ordine, un'educazione civica ed ecologica.
Ecco, uno che cerca di darmi determinati insegnamenti abbigliato in quel modo ,  diciamo che non riesco a prenderlo sul serio.
Ma stiamo divagando e non stiamo parlando del film dell'esordiente al cinema Jonas Govaerts.
Sicuramente non faccio testo ma  a causa dei miei pregiudizi mi ha suscitato molta più inquietudine la prima parte che descrive da vicino tutti i piccoli e grandi rituali che compongono la giornata tipo del boyscout rispetto alla seconda parte, quella in cui la deriva slasher e torture  è ormai innescata e non c'è via di ritorno.
E soprattutto appare riuscita la caratterizzazione del personaggio di Sam che ha un trascorso tragico di cui intuiamo solo la portata e che ha un presente fatto di confusione ormonale ( il sentimento appena abbozzato che prova per Jasmine), vessazioni assortite e spirito di rivalsa che passa necessariamente attraverso il rapporto con il bau bau dei boschi, quel Kai che diventa la sua nemesi e il suo futuro tutto insieme.
Nella seconda parte CUB- Piccole prede abbandona quasi del tutto le sue ambizioni psicologiche , sociali ( il discorso sulla fabbrica degli autobus e sulla crisi economica) e metaforiche in favore di un meccanismo horror canonico, senza troppi guizzi che si muove all'interno di canoni estetici già codificati da altri.
Il tutto è scenograficamente d'impatto, con il solito spargimento di sangue e liquidi organici oltre la media, ma con un retrogusto che sa molto di deja vu.
E anche il finale si intuisce con un buon quarto d'ora d'anticipo.
Rimane la sensazione di aver conosciuto un regista promettente che sa dosare le varie anime del racconto e che appare decisamente consapevole dell'uso del mezzo espressivo.
Lo aspetto al varco.

PERCHE' SI : la prima parte è quella più inquietante, ambizioni psicologiche e metaforiche di un certo spessore, scenograficamente efficace anche dal punto di vista orrorifico, regia di buon livello
PERCHE' NO : a me ha fatto più paura la prima parte che la seconda che si presenta senza particolari guizzi di originalità, finale che si intuisce con un buon quarto d'ora d'anticipo.

LA SEQUENZA : il magazzino con tutte le vittime di anni e anni di omicidi

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE
Ho sempre avuto una paura matta dei boy scout e questo film me lo conferma
Il campeggio non fa per me
Puoi trovare il bullismo dappertutto.
Non iscriverò mai i miei figli ai boyscout.
Continuo a credere che in Belgio siano discretamente malati( con affetto naturalmente!).

( VOTO : 6 + / 10 )

 Cub (2014) on IMDb

giovedì 26 marzo 2015

Plus One ( aka + 1 , 2013 )

David viene sorpreso dalla fidanzata Jill a sbaciucchiarsi con un' altra e non sa come farsi perdonare. L'occasione ci sarebbe ed è il megaparty organizzato da un suo compagno di scuola. Ci va col suo amico Teddy, nerd che più nerd non si può che ha come unico scopo quello di portarsi a letto più ragazze possibili.
Strani fenomeni elettrici durante la festa provocano la creazione di veri e propri doppi dei partecipanti alla festa che vivono in leggera differita rispetto agli originali.
E a ogni sbalzo di corrente la distanza tra le due vite dello stesso soggetto diminuisce: che cosa succederà quando si ritroveranno allineati nello stesso tempo?
Ognuno cerca di risolvere la questione a modo suo.
Dennis Iliadis è un regista di origine greca ma americano d'adozione che ha già avuto modo di farsi conoscere con un paio di corti, un film che ha avuto un buon riscontro come Hardcore del 2004 e il remake del craveniano L'ultima casa a sinistra datato 2009.
Plus One ( o se preferite + 1 titolo alternativo  con cui è possibile reperirlo) è un tentativo , come minimo ambizioso, di fondere il teen movie, sottogenere feste selvagge un po' come Project X che pian piano si sta trasformando in un archetipo del genere ( con mio grande scorno), con il thriller , l'horror e la sci fi d'annata che richiama al cult siegeliano L'invasione degli ultracorpi.
Spunti sulla carta interessantissimi e che donano al film un che di intrigante che rende molto più che appetibile la parte centrale del film, quella in cui i personaggi principali ancora  non sanno bene come gestire la presenza del loro doppio.
La tensione si affetta col coltello, i trucchi per riconoscersi non vanno a buon fine e anche lo spettatore in un certo senso vive la confusione che attanaglia i personaggi in scena alle prese con una situazione misteriosa e assolutamente inaspettata .
Per non dire potenzialmente pericolosa perché all'inizio del film David vede uno dei suoi amici uccidere con una pistolettata in fronte il suo doppio.
O è il suo doppio che uccide lui.
Sono affascinato all'ennesima potenza dalle tematiche inerenti  i doppelganger così come dai film incentrati sui paradossi temporali e speravo ardentemente che il film di Iliadis si sarebbe addentrato nella tematica del doppio e sulle sue conseguenze.
In realtà in Plus One il doppio evocato, o meglio materializzato in carne, ossa e sangue, è poco più di un espediente narrativo utilizzato per alimentare un clima ansiogeno.
E in questo senso va vista anche la deriva splatter che il film prende nei pressi del finale, un modo semplice per risolvere la questione della vita del doppio in leggera differita.
E soprattutto un modo per non addentrarsi in riflessioni che vadano oltre la banalità.
Plus One è comuque una visione che passa veloce e indolore  ma rimane la sensazione di un film che avrebbe potuto essere molto di più, ha l'acre sapore dell'occasione sprecata e questo è dovuto anche ad attori non particolarmente carismatici che non riescono a dare quel quid in più alla pellicola.
La cosa che si può imputare a Iliadis è proprio questa sua incapacità nel fondere le due anime del film, quella della commedia adolescenziale sboccata e irriverente, nonchè pruriginosa, e quella che va dal thriller alla sci fi passando per l'horror.
Passato e piuttosto maltrattato ( ingenerosamente ) al Torino Film Festival del 2013.

PERCHE' SI : ottima l'idea di partenza di fondere commedia, thriller, sci fi e horror, la parte centrale del film è molto efficace per via del clima ansiogeno che riesce a creare, visione veloce e indolore.
PERCHE' NO :il tema del doppelganger è uno spunto poi non sfruttato, attori non particolarmente carismatici, Iliadis non riesce a fondere le diverse anime del film.

LA SEQUENZA :  Teddy si accorge che la sua bella conquista ha un doppio e che vuole fare sesso con lui. La sua faccia è tutto un programma.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Se mai esistesse un mio doppio, vista la mia velocità, vivrebbe senza problemi tutta la vita al posto mio,sarebbe la mia la vita in differita.
Se tu, nerd che più nerd non si può vai a letto con una biondona con fisico da playmate  stai vivendo un sogno e sei troppo ubriaco per svegliarti oppure è un film di fantascienza
Meglio frequentare sempre feste morigerate e assicurarsi che si serbi il ricordo della serata.
Se mai si incontrasse il proprio doppio che vive la tua vita in leggera differita, meglio farselo amico.

( VOTO : 6 + / 10 )

+1 (2013) on IMDb

mercoledì 25 marzo 2015

Policeman ( 2011 )

Yaron è un membro della squadra antiterrorismo della polizia israeliana. Ha un forte legame con gli altri membri della squadra, stanno assieme con le famiglie anche nel tempo libero. Yaron ha a casa una moglie che sta per dargli il primo figlio e ha un collega, Ariel che è malato ormai terminale di cancro ed è proprio per questo che la squadra lo sacrifica alla disciplinare per evitare una sicura condanna per la loro condotta troppo violenta in un'azione in terra palestinese.
Tra un massaggio alla moglie per favorire il parto, una birra con gli amici e un barbecue in giardino, Yaron e la sua squadra si preparano intanto a liberare un gruppo di persone prese in ostaggio a un matrimonio da un gruppetto di giovani radicali ebrei.
E Yaron e la sua squadra quando si tratta di sparare non fanno tante distinzioni di razza e di religione.
Leggevo qualche tempo fa che nel mondo ogni anno vengono prodotti circa 25 mila film , più o meno, mentre in Italia ne vengono importati circa 500 tra uscite cinematografiche e in dvd o bluray che dir si voglia.
Forse per vie traverse gli appassionati possono recuperarne altrettanti, diciamo altri 500 l'anno ma mi pare cifra spropositata.
Quindi al di fuori del nostro radar visivo restano fuori sicuramente più di ventimila film l'anno.
Questo Policeman scritto e diretto dall'allora poco più che trentacinquenne Navid Lapid fa parte, per quanto mi riguarda, di quel grosso buco nero che è la cinematografia israeliana.
Buco nero perché praticamente conosciamo poco di quel cinema , anzi direi nulla  a parte qualche titolo sporadico arrivato qui in Occidente ( parlo ad esempio di Amos Gitai) o qualche exploit ai vari festival specializzati come i due film di Keshales e Papushado, Rabies e il pluriosannato Big Bad Wolves.
Ora ci troviamo di fronte a questo Policeman che ha fatto incetta di premi in giro per il mondo e che comunque non è stato importato in Italia.
Avevo grosse aspettative per questo film, sulla scorta di recensioni sul filo dell'entusiasmo e forse proprio per questo al termine della visione si è manifestato un pizzico di delusione.
Intendiamoci  è visione da consigliare ma non è quel quasi capolavoro che mi aspettavo.
Policeman è un film praticamente diviso in due: la prima parte in cui la cinepresa segue Yaron e la sua squadra, la loro cura per la preparazione fisica, i loro rituali di preparazione, il loro senso di appartenenza, il culto per una certa ostentazione machista fatta di bicipiti gonfi e addominali a tartaruga, una dedizione totale a un lavoro in cui ogni giorno potrebbe essere l'ultimo.
A casa è marito premuroso per la moglie che si sta avvicinando al parto, sul lavoro è veloce e letale come il suo ruolo richiede.
Nella seconda parte invece la cinepresa di Navid Lapid segue un gruppo di radicali ebrei, insofferenti delle regole e di come viene gestito il potere che decidono di organizzare il rapimento di un ricco uomo d'affari israeliano durante il matrimonio della figlia.
Inevitabile che le due anime del film si scontrino in un finale ineluttabile.
Definitivo.
Per Navid Lapid che il film lo ha anche scritto, sarebbe stato facile narrare del nemico arabo che minacciosamente sta alle porte di Israele.
E invece racconta di un nemico che viene da dentro, che trae linfa vitale dalle contraddizioni di una società complessa e stratificata come quella israeliana in cui sono presenti anime molteplici e incompatibili almeno a quanto si apprende da Policeman.
Non viene affrontata la questione palestinese, non viene neanche nominata, quello che preme al giovane regista è raccontare la questione israeliana, la protesta che sorge spontanea in tutta la nazione contro una classe politica corrotta e autoritaria, contro una crisi economica che anche lì addenta ai polpacci.
Da una parte il potere, rappresentato da Yaron e la sua squadra, potere usato anche in modo illecito ( vedi il caso della disciplinare in cui per evitare la condanna gettano le colpe di tutto al loro collega malato terminale di cancro), dall'altra il moto di protesta antagonista alla democrazia che cerca di fare sentire la propria voce commettendo un reato gravissimo che pertanto non può passare sottotraccia.
Policeman mette in scena una quotidianità scialba e ripetitiva, una routine che non ha nulla di attraente e non riesce a fondere in un unico corpo le due anime del film che si incontreranno solo nei pochi secondi finali.
E il non riuscire ad armonizzare i due racconti , presentati in sequenza, è la colpa maggiore del film che forse risulta un po' troppo costruito in funzione della scena finale.
Non hanno nulla di attraente i personaggi di questo film, anzi mettono paura per la loro asetticità in un contesto esplosivo come quello israeliano , una nazione percorsa trasversalmente da fermenti politici che vanno oltre la questione araba o palestinese che sono agitate come vero spauracchio contro tutti coloro che vogliono cambiare qualcosa.
Il merito principale di Policeman è di raccontare da dentro queste contraddizioni.
E si può perdonare il fatto che tutto venga narrato in modo piuttosto schematico.
Il pericolo dell'autoassoluzione è comunque dietro l'angolo.

PERCHE' SI : sguardo diverso sulle contraddizioni della società israeliana, finale di quelli che si fa fatica a dimenticare, per una volta l'arabo e il palestinese non sono il nemico da condannare.
PERCHE' NO : le due anime del film non riescono a fondersi, racconto piuttosto schematico, ritmo compassato nel raccontare una quotidianità che non ha nulla di attraente.

LA SEQUENZA : il saluto con abbraccio tra tutti i membri della squadra dell'antiterrorismo, anche nelle riunioni informali nel tempo libero.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
I magazzini sono pieni di film che non abbiamo visto e che forse non vedremo mai
Israele è un posto molto meno brutto di quello che immaginassi
Anche in Israele esistono le Fiat Punto e i punk
Gli agenti dell'antiterrorismo quando si tratta di sparare non fanno distinzioni di razza o di religione.

( VOTO : 7 / 10 )

Policeman (2011) on IMDb

martedì 24 marzo 2015

Anime Nere ( 2014 )

Africo, Aspromonte: Leo, figlio di Luciano che di professione fa il pastore di capre, con un fucile distrugge la vetrina di un bar affiliato a un clan della malavita locale e poi fugge a Milano dagli zii. Luigi e Rocco che , grazie a traffici di droga sulla rotta di Amsterdam hanno avviato un piccolo impero commerciale.
L'eco della bravata di Leo arriva anche a Milano e il padre, Luciano, viene bonariamente richiamato da un boss locale, venendo di fatto umiliato.
I fratelli tornano da Milano per dargli manforte ma di fatto innescano una faida sanguinosa in cui ci rimetteranno tutti.
E' la 'ndrangheta che funziona in questo modo.
I morti cominciano a fioccare.
Anime Nere di Francesco Munzi è il classico film italiano che mi fa incazzare come una biscia e scusate se ho detto biscia.
Perché allora se solo vogliamo noi lo sappiamo fare del bel cinema, del cinema con delle palle grosse così e che non attinga necessariamente a Gomorra, Romanzo Criminale o roba simile.
Certo si parla sempre di malavita ma si cambia contesto geografico e si entra in un campo relativamente vergine al cinema.
Francamente non ricordo di aver visto altri film incentrati sulla 'ndrangheta , un'entità misteriosa sia al cinema che nella vita reale e non ricordo di aver visto film che invece di fossilizzarsi sui fatti criminosi, per certi versi più facili da raccontare, se non altro per la presenza di innumerevoli modelli di alto spessore da seguire , sceglie di narrare altro.
Munzi preferisce raccontare le dinamiche familiari, i riti ancestrali che caratterizzano la vita di un paesino situato nel cuore di tenebra dell'Aspromonte, sfondo geografico peculiare per i suoi tratti durissimi e ingenerosi nei confronti di coloro che lo abitano.
Anime Nere non è un film di gangster pur parlando di malavita organizzata, non parla di traffici di droga pur avendone l'occasione dopo un inizio stile French Connection, parla fondamentalmente di tre fratelli e di tutto quel crocevia di diatribe, umiliazioni e veti incrociati che descrivono al meglio l'humus di Africo, il suo background che si perde nell'oblio degli anni.
Impietoso il confronto tra la Milano da bere e da sniffare tratteggiata nei primi minuti di film e il  cuore dell'Aspromonte simboleggiato da un paesino incastonato tra le montagne, isolato geograficamente e culturalmente che sembra essersi fermato a vari decenni fa con le sue case semi diroccate e l'urbanizzazione come minimo rivedibile.
Sono diversi anche i tre fratelli : Luciano in un certo senso non ha mai voluto evolversi, aprirsi alle novità del mondo, imprigionato in una specie di bolla temporale che è Africo e il suo allevamento di capre.
Rocco e Luigi conoscono invece la bella vita, sono borghesi arricchiti a tutti gli effetti e mostrano in un impeto di sciovinismo barocco, tutto quello che il denaro ha permesso loro di comprare, dai bei vestiti, alle macchine costose.
Anime Nere è una tragedia greca, di fatto ne rispetta tutti i crismi,  girata in terra calabra , ne studia antropologicamente i caratteri del territorio, è un dramma familiare che si innesca per la più banale delle scuse, è una crudele rappresentazione dell'orgoglio e del senso di appartenenza che non permettono di fare un passo indietro, anche quando è necessario.
E' un progetto verace in cui la scelta linguistica, il calabrese ( e spesso si va di sottotitoli per chi non è avvezzo all'idioma calabro), contribuisce a regalargli quell'ulteriore aura di realismo.
Anime Nere è un noir impietoso che preferisce raccontare il silenzio prima dello sparo piuttosto che lo sparo stesso, un film doloroso e lancinante che deflagra in un finale shock, di quelli che non si dimenticano tanto facilmente.
Così come non si dimentica  la faccia di Luciano, il suo sguardo assente, un uomo che da solo ha  deciso a far terminare la faida innescata per una stupidaggine.
E lo fa a modo suo.
Grande successo di critica e di pubblico allo scorso Festival di Venezia.

PERCHE' SI : dramma familiare e 'ndrangheta non erano mai stati raccontati così al cinema, sfondo ambientale utilizzato nel migliore dei modi, approccio antropologico e realistico( uso della lingua), finale shock
PERCHE' NO : difficile trovare difetti: i sottotitoli necessari per l'uso del calabrese forse potranno scoraggiare qualcuno

LA SEQUENZA : a parte il finale shock  direi la sequenza dell'omicidio in auto, perfetta per tempi e montaggio.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Il calabrese è una lingua a parte e spesso ho dovuto usare i sottotitoli
Si può fare un film in Calabria senza nominare la 'nduja, il peperoncino di Soverato e la cipolla di Tropea
Oltre Gomorra c'è di più
A volte l'idiozia non è ereditaria

( VOTO : 7 + / 10 )

 Black Souls (2014) on IMDb

lunedì 23 marzo 2015

Time Lapse ( 2014 )

Callie, Finn e Jasper sono tre cuori in affitto che sbarcano il lunario facendo i custodi e i piccoli lavoretti di manutenzione nel condominio dove abitano.
Un giorno scoprono che un loro vicino di casa, un professore piuttosto eccentrico, è morto e che nella sua sala da pranzo c'è un imponente macchinario che serve a scattare delle fotografie.
Piuttosto particolari però perché scatta delle foto del futuro, di esattamente 24 ore dopo.
E che c'è di meglio di una macchina del genere per non farci qualche soldo?
Perché non vincere un mucchio di soldi alle scommesse delle corse dei cani?
Il problema è che non si deve alterare in nessun modo il corso del futuro ( quindi ricreare il più fedelmente possibile la scena per lo scatto delle 24 ore successive) e che i tre si rivolgono per le scommesse ad un allibratore piuttosto pericoloso che si installa nel loro soggiorno con il suo scagnozzo , una volta venuto a sapere dell'inghippo.
E anche tra i ragazzi le cose cominciano a non andare più nel verso giusto...
Sono appassionato di film che parlano di viaggi nel tempo e paradossi temporali per cui mi sono tuffato a pesce su questa piccola produzione indipendente americana scritta dagli esordienti Bradley King ( al suo attivo solo qualche corto) e B P Cooper ( al suo esordio dopo un decennio da produttore di cinema indie) e diretta da Bradley King al suo primo lungometraggio.
Non è corretto dire che Time Lapse parli di viaggi nel tempo perché tratta esclusivamente il tema dei paradossi temporali e nasconde questa sua anima sci fi sotto una solida corazza di thriller da camera.
Ok , abbiamo una macchina fotografica che scatta fotografie del futuro ma è solo lo spunto per soffermarsi sulle dinamiche che animano i vari personaggi in scena, tutti in qualche modo cambiati dall'occasione di fare soldi e sistemarsi per la vita.
Sempre i soldi, il denaro che manipola coscienze.
Time Lapse è , come già sostenuto prima, fondamentalmente un thriller da camera in quanto si svolge per la maggior parte del tempo nel soggiorno della casa dei ragazzi, un film che partendo dai concetti che animavano Primer ( esordio di oltre dieci anni fa targato Shane Carruth che elaborava il modello dei paradossi temporali seguendo un modello rigidamente matematico, risultando cerebrale e impegnativo da seguire) si sposta subito verso il cinema di genere e verso un altro esordio di quelli che un tempo fecero un discreto botto , quel Piccoli omicidi tra amici in cui il denaro e la presenza di un cadavere cambiavano continuamente le carte in tavola nei rapporti tra tutti i personaggi in scena.
Esattamente ciò che succede in questo film.
Bradley King con la sua regia nervosa e a tratti disadorna, ruspante , riesce a ricreare un'atmosfera molto tesa e a giustificare ognuno dei colpi di scena che snocciola regolarmente durante il film, un po' come la macchina fotografica che sputa fotografie a cadenze regolari.
Anche al di qua dello schermo ci ritroviamo ad attendere con ansia quella dannata fotografia , cercando di cogliere particolari che sembrano gettati lì a caso e che invece acquisteranno importanza col passare dei minuti( tipo la mancanza di certe fotografie)
Sinceramente non sono stato troppo a pensare a questa cosa delle modificazioni del futuro che possono determinare la scomparsa nel nulla cosmico di tutto quello che sta accadendo in quella stanza, non so neanche se sia veramente così, in un certo senso l'ho dato per scontato,l'ho catalogato come una sorta di espediente narrativo che diventa il carburante della suspense che percorre tutto il film.
Però è un'espediente che funziona alla grandissima visto che ogni volta rimette in gioco tutto e comunque riserva sempre la sua quota generosa di sorprese.
Time Lapse in questo senso è un meccanismo perfetto che segue la traiettoria curvilinea ma sicura di schioppettata, un film che arriva al suo scopo nei canonici 100 minuti senza perdersi troppo in digressioni e notazioni a margine e senza assomigliare a una puntata stiracchiatissima di Ai confini della realtà.
Ecco perché è più un thriller che un film di fantascienza, nonostante tutta la pappardella dei paradossi temporali in cui Bradley King sceglie scientemente di non andarsi ad incartare.
Tutto o quasi ha una spiegazione alla fine, anche se si scivola in un certo qual moralismo.
Magari con un po' di cattiveria in più sarebbe stato un cult immediato.

PERCHE' SI : paradossi temporali, basta la parola., ritmo sostenuto, pochi attori ma buoni, un meccanismo che intriga e cattura fin dai primi minuti.
PERCHE' NO: più thriller che sci fi, finale un po' troppo moralista, qualche snodo narrativo un po' forzato.

LA SEQUENZA : impressionante la parete tappezzata di Polaroid

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
1) Non sarò mai un bravo fotografo
2) I paradossi temporali è meglio lasciarli in pace senza cercare di modificare il futuro
3 ) La società è bella dispara e tre sono troppi ( come si dice a Roma).
4) Non lasciare mai armi in giro per casa.

 ( VOTO : 7 / 10 )

Time Lapse (2014) on IMDb

domenica 22 marzo 2015

L'aMMMore probabilmente - I miei dieci film d'aMMMore

Ebbene si lo ammetto : pur se sono appassionato di horror et similia, di sci fi, di mostri giganti , di sangue e di frattaglie, sono terribilmente sentimentale.
Sono uno di quelli che freme e palpita alle storie d'amore, che sta col fazzoletto alla mano e che si commuove per un nonnulla.
E per essere grande , ma molto grande, grosso e vaccinato non posso essere definito un bello spettacolo.
Questi sono dieci film che ogni volta mi stringono il cuoricino e ne spremono tutto il sentimento.
Lista provvisoria come poche che mi ha portato ad esclusioni dolorosissime quali Green Card ( citato nella playlist scorsa, repetita a volte non juvant), Prima dell'alba ( Il breve incontro di fine millennio un po' come il misconosciuto Mademoiselle con una deliziosa Sandrine Bonnaire), Il gusto degli altri ( che non è solo una storia d'amore ma ha un finale che più aMMMorevole non si può), Tootsie( all'epoca ero innamoratissimo di Jessica Lange, in questo film di bellezza stordente), Romuald e Juliette, Adele H e il cinema di Truffaut e tanti , tanti altri.
Tanto cinema francese: che siano loro i più bravi a raccontare l'amore?
Come al solito divertitevi a mettere i vostri.
Ecco i miei e naturalmente non tirate sul pianista.

10 ) IL TEMPO DELLE MELE 

Rivisto con gli occhi di oggi è un filmetto scialbo che non ha nulla di speciale.
Ma è il film dei miei 13/14 anni, delle prime feste con ragazze vere e non le classiche serate tutte mazze davanti alla tv a sfondarsi di porcherie gastronomiche, è il film dei primi balli lenti, del contatto fisico , del sentire da veramente vicino il profumo della nostra compagna di ballo che ti si stringeva addosso facendoti sentire istantaneamente il re del mondo.
Peccato che gli ormoni facevano in modo che ti dimenticavi sempre una matita nella tasca dei pantaloni.
Reality era la canzone più gettonata in queste feste e la Marceau era veramente desiderabile, i nostri istinti più bassi erano tutti dedicati a lei.

9 ) L'AMANTE TASCABILE 

Film di fine anni '70 in cui un nerd occhialuto scopre le gioie del sesso e dell'amore grazie a una escort di lusso che si invaghisce di lui, eleggendolo a proprio toy boy personale.
Praticamente il sogno di ogni adolescente: accompagnarsi a una donna bellissima , magari dotata di portafoglio a soffietto, farsi venire a prendere da costei alla guida di un macchinone sportivo giusto per sentire gli "oooooohhhh!!!!" dei compagni di scuola che fino a un secondo prima ti consideravano poco più di una cacchetta sul parabrezza.
L'immagine era tutto all'epoca e il protagonista di questo film rappresentava in un certo senso la rivincita di tutti i nerd del mondo.
Se poi la sua palestra d'amore era Mimsy Farmer forse mai stata così bella non si poteva far altro che essere soggiogati da questo film , vero e proprio cultissimo personale di cui conservo gelosissimamente una VHS registrata dalla tv nei primi anni '90, 1992 credo.

E da allora più nulla.
 
8) GLI AMANTI DEL PONT- NEUF

Carax è cineasta di talento stratosferico pari forse solo alla sua sfrontatezza.
E questa storia d'amore intenso e disperato la racconta in modo sfrontato e originale.
In questo film vidi per la prima volta l'allora per me sconosciuta  Juliette Binoche e me ne innamorai, come mi innamorai di questo film bulimico e scompensato, figlio della pantagruelica visionarietà del suo autore eppure così' attento alle sfumature del sentimento.
E provoca emozioni in quantità industriali.
La loro storia d'amore racchiusa in una sorta di sequenza simbolo: quella della sortita notturna al Louvre per far vedere alla ragazza che sta ormai perdendo la vista , un quadro che alla luce diurna non avrebbe mai potuto apprezzare.
Una  sublime prova d'amore, una sequenza intima, silenziosa, illuminata a lume di candela che ti stringe il cuore con la sua passione e la sua magia.

7) L'ETA' DELL'INNOCENZA 

Un film anomalo nella produzione di Scorsese, lui cattolico integralista che racconta un amore per certi versi scandaloso, un vero e proprio triangolo sentimentale in cui ci rimettono purtroppo tutti.
Film dall'anima pittorica costantemente esibita, oserei dire viscontiano nella descrizione dei rituali che si vivevano nella case nobiliari nella seconda metà dell'Ottocento, è una storia d'amore crudelmente irrisolta e sepolta sotto la cenere del rimorso e del rimpianto.
E poi due dei miei attori preferiti di sempre : Daniel Day Lewis e Michelle Pfeiffer, forse qui nella sua prova più bella.
Lo vidi al cinema e ne fui colpito e affondato. Altro che Titanic.
Talmente colpito che la settimana dopo lo andai a rivedere consigliandolo a dei miei amici e una terza volta me lo andai a vedere da solo.
Pelle d'oca.

6) COLAZIONE DA TIFFANY 
 
Ho sempre amato Audrey Hepburn, uno scricciolo bellissimo con degli occhioni da cerbiatta che mi hanno sempre trapassato. Sono stato indeciso fino all'ultimo se inserire questo suo film o il ben più malinconico Robin e Marian, altra storia d'amore capace di strapparti il cuore dal petto solo al pensiero di quell'ultima freccia in volo.
Ho scelto questo perché in un certo senso è il simbolo di un amore felice e spensierato, ancora più di Vacanze romane che osava con la dimensione fiabesca, squisitamente normale anche se di normale la Hepburn e Peppard, pure lui decisamente belloccio, non avevano nulla.
Come si fa a non innamorarsi di una ragazza così?
George aveva tutta la mia comprensione.
E ho sempre tifato appassionatamente per lui.

5) RACCONTO D'INVERNO 

Eric Rohmer è stato nella sua lunga carriera un eccellente cantore dell'amore in tutte le sue sfaccettature.Ho sempre amato il suo cinema dalla regia invisibile, dalla parola fluente e dai sentimenti pulsanti.
E in questo film si mettono in mezzo anche le traiettorie beffarde del destino , un indirizzo scritto male , un biglietto sgualcito e un amore che finisce sul più bello.
Però non si ferma qui: è solo l'inizio di una vita che più normale non si può, da vivere sempre con la fiammella del ricordo accesa . 
E qualche volta il diavolo oltre a non fare i coperchi non fa neanche le pentole....
La riscoperta dell'amore è di quelle che non si dimenticano.
Potrei dire le stesse cose anche del Racconto d'estate o del Racconto d'autunno, ma anche de La moglie dell'aviatore o de Il ginocchio di Claire.
Ma potrei dire le stesse cose su tutto il cinema di Rohmer.

4 ) CHIAMAMI AQUILA 

A molti piace ricordare John Belushi come interprete di una comicità sboccata ed eccessiva , un po' come la sua vita reale. Animal House ma anche The Blues Brothers oppure 1941- Allarme a Hollywood sono testimonianze precise e circostanziate della sua arte e del suo modo di stare in scena. 
Ma alla fine della sua purtroppo brevissima carriera , stroncata a soli 33 anni, stava venendo fuori un altro lato di John Belushi, quello più sfumato e meno guascone.
E' il caso de I vicini di casa, suo ultimo film ma soprattutto di questo delizioso film di Michael Apted, Chiamami Aquila storia di due poli opposti che dopo tanto peregrinare scoprono di attrarsi in modo definitivo.
Il lavoro di Belushi  sul suo personaggio, quello di un giornalista che soffre di tutti i vizi della vita sedentaria di città, è di eccellente qualità dimostrando forse per la prima volta di essere un attore, un grande attore , a tutto tondo e non semplicemente un comico che faceva della demenzialità la sua cifra stilistica dominante.
Chiamami Aquila è un film piccolo piccolo ma con un cuore grande così.
E il cuore grande così lo fa venire anche a chi lo guarda.

3) DR CREATOR - SPECIALISTA IN MIRACOLI

Altro giro, altra storia d'amore . Anzi duplice storia d'amore.
Che dire di un film che adoro e non so neanche perché?
So solo che fu amore a prima vista, amore per quello stralunato professore con le fattezze dell'inimitabile Peter O' Toole che era animato da un amore disperato e incoercibile per la moglie morta anni prima e che cercava ostinatamente di ricreare a partire dalle sue cellule conservate in uno strano macchinario, amore per una giovanissima e burrosa Virginia Madsen che poi divenne al cinema un ottimo esempio di femme fatale e che qui era invece semplicemente una studentessa universitaria acqua e sapone, la perfetta, bellissima ragazza della porta accanto.
E' il film dei miei 16/17 anni, degli ormoni in subbuglio e del sogno di andare in un Università simile a quella in cui è ambientato il film tra campus, laboratori e bellissime ragazze.
Non è andata precisamente così anche se la mia Università era bellissima lo stesso.
Diversa, però.

2) FUCKING AMAL 

Ad Amal , ridente , si fa per dire, sobborgo nei dintorni di Stoccolma , sembra non esserci nulla.
Eppure ci sono Agnes ed Elin e una storia d'amore in fieri, in mezzo a stravasi ormonali, orgoglio e pregiudizi vari.
Pregiudizi pure in quella Svezia che quando eravamo piccoli, almeno quelli della mia generazione, era considerata l'avanguardia della libertà sessuale in ogni senso.
All'epoca quando gli ormoni parlavano per noi e il cervello aveva una succursale dislocata tre palmi sotto il mento ( e già vi vedo a prendere le misure per capire ciò che voglio dire) , si voleva andare tutti in vacanza in Svezia, perché sognavamo che lì le ragazze ti saltavano letteralmente addosso.
Fucking Amal è un piccolo , poetico , racconto di formazione e di acquisizione della propria identità sessuale.
E quando Agnes ed Elin escono da quel bagno fuori dalla cui porta sembra essersi radunata tutta la scuola, quando escono mano nella mano, sguardo in alto a cercare gli occhi di chi le aveva giudicate troppo frettolosamente, il cuore si gonfia e le lacrime esondano.
Vorremmo che quella Fucking Amal fosse in ogni luogo.

1) UN CUORE IN INVERNO

Se non è il film della mia vita, ci va molto vicino. Visto, analizzato, sezionato, quasi studiato sequenza per sequenza e quella scena al bistro' vista centinaia e centinaia di volte, sezionata secondo per secondo.
Camille che lo guarda con occhi selvaggi, lui , apparentemente flemmatico per via del suo cuore sotto ghiaccio, lei di una bellezza incredibile , con gli occhi gonfi di lacrime che gli urla tutto il suo amore.
E lui che oltre al cuore in inverno ha anche una corazza di ghiaccio, si lascia scivolare tutto addosso, incapace di proferire verbo.
O forse è stato semplicemente travolto da Camille.
Come ho avuto modo di dire negli occhi di Camille sarei volentieri annegato, le avrei accarezzato quei capelli fino alla fine del tempo.
L'aMMMore probabilmente , disegnato da quel sublime cesellatore di traiettorie sentimentali che rispondeva al nome di Claude Sautet.

Spero che la lista sia stata di vostro gradimento.
Alla prossima!!!!

sabato 21 marzo 2015

A Single Man ( 2009 )

30 novembre 1962 : George, professore inglese all'Università della California a Los Angeles vive una giornata come tante. Ma nelle sue intenzioni dovrebbe essere l'ultima. Sta pianificando il suo suicidio e sta sistemando tutto anche per il dopo. E tutto questo perché non riesce a superare la perdita del compagno di sedici anni vita, perito in un incidente stradale qualche mese prima. 
Forse i numerosi incontri della giornata, dal gigolò Carlos di cui rifiuta le prestazioni , da Kenny suo ex studente fino alla cena con Charlotte, sua ex fiamma che cerca di iniziare di nuovo una relazione con lui, gli fanno cambiare idea.
La vita è degna comunque di essere vissuta.
Ma il destino è in agguato.

In genere maturo le mie impressioni su un film in tempo relativamente  breve.
Con il film di Tom Ford ho avuto invece bisogno di un pò di tempo in più per riordinare le idee.
Perché per dirla tutta sono rimasto interdetto dalla visione di questo A Single Manmelodramma raffreddato e allo stesso tempo lancinante diretto da un geniale stilista qui alla sua prima regia.
Il film è dominato dal senso del distacco e dal significato che esso assume per il protagonista, un professore universitario poco più che cinquantenne che scopre improvvisamente di essere rimasto solo.Il suo compagno è tragicamente perito in un incidente automobilistico.George è ora un single man, ha una vita da riorganizzare ma non sa neanche che significato potrà avere per lui.
Gli oggetti della sua quotidianità acquistano una luce nuova, sono cagione di interrogativi e di dolore allo stesso tempo perché è inevitabile riandare con la mente ai trascorsi col proprio compagno.

Il film infatti spesso indugia in flashback in cui viene illustrata  con lievi pennellate la vita dei due innamorati. 
George vive una nuova giornata partendo dal silenzio e dalla sua perfetta solitudine, parte dalla dolorosa esclusione dal funerale del suo compagno perché il funerale " è riservato solo alla famiglia" passa per conoscenze estemporanee (il gigolò spagnolo) e una lezione all'università tenuta in una sorta di stato di trance, fino all'incontro con un giovane allievo.In mezzo a questo la cena con la vecchia amica che ha avuto sempre un debole per lui, sul filo di un malinconico rimpianto da parte di lei (rimpianto perché lui è gay) e una sorta di gentile accondiscenza da parte di lui.
George continua a elaborare il suo lutto e Ford è bravo a tratteggiare questo senso di straniamento e di distacco senza troppi orpelli, senza quelle leziosità che avrebbero appesantito il melodramma.

A Single Man è un melodramma  che indugia anche sulla bellezza del corpo maschile senza per questo eccedere in voyeurismo o particolari pruriginosi che potrebbero far gridare allo scandalo, un film che unisce i due amanti in una sorta di membrana amniotica, nel silenzio della fase liquida.
E'un film molto silenzioso, impreziosito da bellissime musiche e da un aderenza totale di Colin Firth al suo personaggio .
La vita di George si dipana nel minimalismo della routine quotidiana, quel meccanico succedersi di atti che scandiscono il ritmo di un esistenza.
La cinepresa si sofferma flemmatica su questi gesti che in questa giornata devono essere visti sotto una luce diversa.
Da qualunque parte lo si guardi non è facile giudicare un film come questo sempre in bilico tra l'estetizzazione del dolore e il male lancinante che può provocare un distacco così brutale.
Accanto a questa "violenza" emotiva c'è un senso di fatalità che incombe costantemente e che dona al tutto un aria plumbea .
Un colore affine al grigiore delle acque in cui nuotano i due amanti in quella che può essere considerata la sequenza simbolo del film... 

PERCHE' SI : melodramma virato al maschile ( novità), ottima ricostruzione ambientale, Colin Firth aderisce totalmente al suo personaggio
PERCHE' NO : il ritmo è lento, il film è silenzioso e sempre in bilico tra la pornografia del dolore e il senso del racconto.Ma forse non sono neanche difetti.

( VOTO : 7,5 / 10 )

 A Single Man (2009) on IMDb

venerdì 20 marzo 2015

The Absent one ( aka Fasandræberne , 2014 )

A metà degli anni '90 , due gemelli , un ragazzo e una ragazza , sono trovati brutalmente uccisi nelle vicinanze di una scuola molto esclusiva.Trovano il colpevole , viene condannato e tutto finisce lì.
Dopo venti anni il caso finisce sulla scrivania del detective Carl Morck, addetto alla sezione Q assieme al suo collega Assad.
La sezione Q si occupa dei cosiddetti cold cases, casi mai risolti compiutamente  e poi ripresi per via di nuove acquisizioni.
E qui i due detective si accorgono di indagini un po' troppo frettolose e vengono a sapere di una chiamata d'emergenza effettuata da una ragazza, Kimmie, che risulta scomparsa da allora.
Ma sulle tracce della scomparsa si mettono anche i suoi ex compagni di college, ora uomini ricchi e influenti e soprattutto senza scrupoli.
E' una lotta contro il tempo.
The Absent One ( lasciamo ai glottologi il titolo originale che fa venire i brividi solo a guardarlo) è il secondo film dopo The Keeper of lost causes tratto dai romanzi di Jussi Adler-Olsen appartenenti alla cosiddetta serie del Dipartimento Q , iniziata nel 2007 e nel frattempo arrivata al sesto romanzo.
Le trasposizioni cinematografiche stanno seguendo l'ordine cronologico dei romanzi e se tanto mi dà tanto, visto che The Absent One è stato di gran lunga il miglior incasso al box office danese del 2014, ci dobbiamo aspettare a breve una prosecuzione della serie.
E bisogna esserne ben lieti perché il thriller diretto da Mikker Norgaard ( regista attivo più che altro in televisione ma che aveva diretto anche The Keeper of lost causes) funziona egregiamente, è il classico film che appassiona il pubblico e non fa alzare troppo il sopracciglio al critico spocchioso che non vede l'ora di distruggere il cinema di genere.
E siccome non siamo critici spocchiosi ma goderecci appassionati di cinema, The Absent one è il titolo giusto per starsene belli belli incollati sul bordo della poltrona per due ore  lasciandosi trasportare da un film molto ben confezionato, diciamo molto all'americana e che ha una struttura solida e avvincente.
Non è corretto cominciare a vedere una sorta di sequel senza aver visto il primo film ( ma ovvierò presto) ma non ci sono riferimenti al primo caso, perlomeno niente che condizioni la visione e non ne risente neanche l'introduzione dei due personaggi principali, il detective Morck ombroso e solitario e il suo assistente Assad , più razionale di lui che spesso diventa l'amplificatore della sua coscienza esprimendo dubbi e incertezze.
E il caso di cui si occupano in questo film di dubbi in partenza ne ha tanti.
The Absent one si muove in quella linea grigia che va da Cold Cases, la crime series americana, e arriva dopo una bella trasvolata oceanica ai romanzi di Stieg Larsson e al personaggio di Lisbeth Salander nei relativi film della serie Millennium, da Uomini che odiano le donne in poi .
Innegabili le analogie tra il personaggio di Kimmie e quello di Lisbeth, entrambi due ribelli dall'animo punk che hanno sempre combattuto contro tutto e contro tutti.
E analogo anche il loro percorso di riscatto, direi solo che il personaggio di Lisbeth lascia un po' più spazio alla coreografia rispetto a quello di Kimmie, ma sono entrambe l'energia impersonificata e modellata a forma di donna.
Fotografato in maniera eccellente e molto ben recitato The Absent one è strutturato in maniera ottimale, equilibrato , con una sapiente gestione dei colpi di scena e pur avendo l'aspetto tipico del thriller scandinavo non ha neanche quel passo lungo che caratterizza tutte le crime stories provenienti da quella parte d'Europa.
Andando a leggerlo più in profondità, ma chissà se è il caso o un concetto nella testa dell'autore del romanzo, possiamo vedere The Absent one come un apologo sul potere del denaro, su come il denaro manipoli persone e coscienze e arrivi a manipolare anche il senso di giustizia che dovrebbe appartenere ad ognuno di noi.
Quello stesso senso di giustizia che muove il detective Morck che sceglie di occuparsi di questo caso invece dell'altra cinquantina di misteri insoluti che affollano la sua scrivania.
Ed è lo stesso senso di giustizia dello spettatore messo alla prova quando, inerme, è costretto a seguire una schiera di personaggi che con il denaro riescono veramente a comprare tutto.
Ma soprattutto a distruggere.
E basta solo guardarsi attorno per vedere che questi personaggi esistono veramente e sono intorno a noi.

PERCHE' SI : ottima confezione, coppia di detective ottimamente assortita, una storia ben strutturata e ben narrata
PERCHE' NO : punti di riferimento piuttosto evidenti, non il massimo dell'originalità ma solo se vogliamo essere cattivi.

( VOTO : 7 + / 10 ) 

Fasandræberne (2014) on IMDb