I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

mercoledì 28 gennaio 2015

Still Alice ( 2014 )

Alice Howland è una docente di linguistica alla Columbia University, è moglie felice e madre realizzata.
Ultimamente però le accade di dimenticare le cose e , quando va a fare jogging, di andare nel panico perché non ha la minima idea di dove diavolo si trovi.
La visita dal neurologo le fa scoprire che soffre di una rarissima forma di morbo di Alzheimer, ereditaria e che si manifesta molto precocemente.
La memoria va e viene, ma tende sempre più ad andarsene , il lavoro ne risente e anche i rapporti familiari cominciano a essere più complicati, ma Alice lotta per conservare il più a lungo possibile i ricordi che una malattia bastarda le sta rubando giorno per giorno.
Se c'è una cosa che piace ai giudici dell'Academy è la malattia portata sullo schermo però nella maniera meno sgradevole possibile, smussandone i lati più spiacevoli.
E' successo con il biopic dedicato alla vita di Stephen Hawking, La teoria del tutto, e accade anche in questo Still Alice, veicolo promozionale per l'Oscar da consegnare a Julianne Moore.
Che , a scanso di equivoci, è bravissima, fragile e determinata allo stesso tempo, sempre scandalosamente snobbata precedentemente , ora sembra che sia venuto il suo momento alla notte degli Oscar.
Per me l'Oscar ce l'ha in tasca, perché la sua è una performance che oltre ad essere eccellente rientra nella categoria di quelle che più piacciono ai giurati dell'Academy.
Eppure Still Alice , per quanto mi riguarda, è un film che non funziona.
Glatzer ( a cui è stata diagnosticata la SLA proprio appena prima che i produttori pensassero a lui per dirigere questo film, altro " caso " della vita su cui riflettere, ma sicuramente sarà una fatalità) e Westmoreland dimenticano letteralmente di costruire un film attorno alla Alice di Julianne Moore, vero e proprio santino con l'aureola intorno che compare praticamente in ogni sequenza del film.
E invece di raccontare il vero Alzheimer, scelgono di raccontarne i prodromi, quel processo sicuramente  crudele e infingardo che è la perdita dei vari brandelli di memoria e di quotidianità che costuiscono la giornata di Alice, ma che a conti fatti è uno zuccherino, anche simpatico ( come vedere i trucchetti che usa Alice per testare la sua memoria o per vivere il più normalmente possibile) di fronte alla malattia vera e propria.
Il sospetto è quello paventato in precedenza cioè quello di aver creato un prodotto ad hoc, commovente ma non troppo, destabilizzante ma non troppo, comunque debitamente lontano dal pietismo e dal patetismo , requisito necessario per avanzare la candidatura della Moore all'Oscar.
E al suo altare vengono sacrificati  tutti i comprimari di un film , anche una Kristen Stewart nei panni di una wannabe actress che si vuole far strada nel mondo della recitazione ( praticamente la storia della sua vita) e che risulta addirittura meno irritante del solito.
Il risultato è che Still Alice risulta poco credibile come film sull'Alzheimer perché in realtà la malattia viene solo sfiorata, è l'esaltazione della figura di una donna che vuole lottare , che si erge coraggiosa contro quella bastarda sostanza amiloide che sta spazzando via tutti i suoi neuroni.
Per vedere qualcosa di più vicino all'Alzheimer occorre rivolgersi altrove , basta tornare indietro di qualche anno e al bellissimo Away from Her di Sarah Polley in cui una intensissima Julie Christie dava voce e volto a una malata in cui il morbo di Alzheimer era ad uno stato molto avanzato.
Un film che arrivava quasi a strapparti dal petto un cuore gonfio di commozione.
E forse , proprio perché troppo ancorato a una realtà sgradevole da vivere e da raccontare, snobbato clamorosamente quando si è trattato di andare alla notte degli Oscar ( solo due nominations per un film che meritava molto di più ).
La guerra contro l'Alzheimer è persa in partenza e stavolta l'amore, neanche quello più grande, è in grado di sovvertirne gli esiti.
Al contrario di quanto suggerito dalla ridondante scena finale.
Cercavo emozione ma  non l'ho trovata.

PERCHE' SI : Julianne Moore, performance da Oscar, anche Kristen Stewart è meno irritante del solito, lontano da pietismi e patetismi vari.
PERCHE' NO : Glatzer e Westmoreland hanno dimenticato di costruire il film attorno alla Moore, personaggi di supporto praticamente piallati, il film affronta solo la fase prodromica della malattia.

( VOTO : 5,5 / 10 )

 Still Alice (2014) on IMDb

martedì 27 gennaio 2015

The Atticus Institute ( 2015 )

A metà degli anni '70 un piccolo laboratorio di psicologia dell'Università della Pennsylvania si occupa di persone con facoltà paranormali ( preveggenza, telecinesi) con risultati piuttosto deludenti.
Finché si imbattono in una donna i cui poteri sembrano da subito straordinari : il Ministero della Difesa prende subito in carico la donna, segregandola nell'Istituto e sottoponendola ad esperimenti sempre più pesanti per lei da sopportare.
Il sospetto è che la donna sia posseduta da un demone.
Dopo questo caso il piccolo laboratorio, nell'autunno del '76 chiude definitivamente i battenti.
Raramente capita che vedendo un film sia così difficile annoverarlo tra i mockumentaries o tra i found footages.
The Atticus Institute si basa sui filmati lasciati dal Dr West e dalla sua equipe che riguardano gli esperimenti di quell'ultimo caso e li integra con interviste fatte invece ai tempi di oggi.
Quindi è impossibile distinguere in questa piccola produzione i due generi in questione.
Ancora non smaltita la sbornia della mia playlist domenicale sui mockumentaries / found footages( un post di grande successo, evidentemente ognuno, anche io, dice che li odia  eppure stiamo tutti lì a guardarli) ecco alla mia attenzione questo film scritto e diretto da  Chris Sparling conosciuto più che altro per le sceneggiature di Buried e di ATM- Trappola mortale, in verità due discreti esercizi di scrittura.
E già che ci siamo ecco la risposta che dovevo dare e che non ho scritto nella prefazione della playlist: a me il genere potenzialmente piace e anche parecchio, altrimenti non perderei tempo a guardare questi film.
Il problema è che nel genere moclumentary/ found footage c'è tanta di quella monnezza che non basta neanche una carovana intera di camion per spalarla.
Per un film buono te ne devi sorbire una decina di mediocri se non pessimi
Ma ritorniamo a The Atticus Institute, prodotto a budget basso ma non irrisorio a vedere la cura con cui è stato realizzato e che presenta qualche punto di interesse pur in una struttura abbastanza derivativa.
In fondo le possessioni demoniache sono uno degli argomenti più frequentati nel genere.
La cosa che predispone bene di questo film è il suo aspetto realistico: è un film che fa della verosimiglianza il suo pregio principale e non sbraca neanche quando la situazione si fa un attimo più chiara riguardo alla donna protagonista.
Dico un attimo più chiara perché Sparling preferisce far rimanere per quasi tutto il film quel fondo di ambiguità che rende più avvincente la visione.
Altra cosa che metterei tra i pregi è la qualità degli attori, diciamo medio alta e anche le scelte di casting risultano abbastanza credibili in un film che sceglie di far vedere gli stessi personaggi nel presente e nel '76.
Si evitano trucco e parrucco ad alto rischio di ridicolo involontario e si va con attori diversi che tuttavia hanno le facce giuste, credibili.
Il problema del film è l'amalgama delle parti in found footage con quelle in cui sono riprese le interviste ai vari personaggi: nonostante il buon lavoro al montaggio di Sam Bauer ( Donnie Darko, The Box) è inevitabile che il film perda di ritmo anche perché il piatto forte del film sono le scene nel laboratorio, gli esperimenti sulla donna che fanno scivolare il film decisamente su crinali horror, magari anche involontariamente perché l'impressione è che Sparling abbia voluto tenersi fuori deliberatamente da ogni catalogazione di genere.
Un po' horror, un po' sci fi, un po' documentario( falso), un po' thriller, un po' dramma personale, un po' di cospirazionismo di grana grossa e chi più ne ha più ne metta.
Ma a volte a essere troppo originali o sofisticati si fa peccato di supponenza e si cade nel clichè più puro e bieco.
E The Atticus Institute sarà ricordato soprattutto perché è l'ennesimo mockumentary / found footage che parla di possessioni demoniache.
Magari con sommo scorno di Chris Sparling.

PERCHE' SI : il look anni '70 è accattivante e riuscito, verosimile, buona la performance degli attori, buone scelte di casting
PERCHE' NO : non il massimo dell'originalità , manca un po' di amalgama tra le parti found footage e quelle mockumentary, anche il ritmo risente di questa alternanza

( VOTO : 6 + / 10 )

 The Atticus Institute (2015) on IMDb

lunedì 26 gennaio 2015

John Wick ( 2014 )

John Wick è un killer professionista al soldo del miglior offerente che sceglie di ritirarsi per amore della moglie Helen. Ma una malattia se la porta via e lei per farsi ricordare anche dopo la morte le regala un cucciolo di beagle.
Mentre sta a fare benzina con la sua Mustang del '69 , un tizio gli chiede a che prezzo è in vendita ma lui risponde che non è in vendita.
Il tizio in questione, che è il figlio di un potente boss mafioso russo, la stessa sera con i suoi complici si va a prendere la macchina, malmena John e per sfregio gli uccide il cane.
E' la firma sulla sua condanna perché la vendetta di John sarà tremenda e definitiva.
Scenetta dell'altra sera con la bradipa mentre stavamo vedendo il film: io dico che John si incazza se quello gli frega la macchina e gli spacca il culo , la bradipa mi dice che è solo una macchina, non è degna di tutto quel casino ( tanto per lei una Mustang o una Fiat Duna sono praticamente la stessa cosa).
Poi quando il cattivone uccide il cane, la bradipa infoiatissima " No, no, deve morire, deve schiattare, lo deve fare a pezzettini piccoli piccoli e deve anche soffrire tutte le pene dell'inferno il bastardone!"
Insomma prospettive diverse.
Diretto da due stuntmen al loro esordio alla regia Chad Stahelski e David Leitch ( di cui solo il primo accreditato per motivi sindacali) che avevano già modo di lavorare diverse volte con Keanu Reeves , John Wick è uno di quei film che non ha bisogno di metafore servite con guanti da forno per raccontare la sua storia: un vendetta, una pura e semplice vendetta.
E nella sua intelligibilità , nella sua sceneggiatura ridotta all'osso, nel suo andare al punto dopo un inizio lento e riflessivo che magari lasciava presagire qualcosa d'altro, è un film che si fa volere bene perché è una specie di mostra dell'artigianato cinematografico.
E' l'apoteosi degli stuntmen ( con due registi che vengono da quel mondo non era lecito aspettarsi altro, vedere per credere sui titoli di coda quanto è lunga la lista), è il cinema dei direttori delle seconde unità, dei coreografi dei combattimenti, delle traiettorie dei proiettili e dei fiotti di sangue ( forse un po' troppo sottolineati in computer grafica), un film in cui la violenza è semplicemente un dettaglio stilistico a cui appigliarsi per esprimere la propria arte cinematografica.
Ed è il film di un granitico Keanu Reeves, 50 anni e non sentirli,  tizio di poche parole e di molte pallottole esplose, un antieroe che puzza di anni '80 lontano un miglio, che spara e combatte come un ossesso.
John Wick si richiama espressamente al cinema orientale,in particolare quello di Hong Kong ( e anche questo ce lo aspettavamo vista la deriva che ha preso la carriera di Keanu , affascinato sempre più dal cinema e dall'iconografia di quel pezzo di mondo che sta ad oriente) e lo fa quasi con deferenza senza uscire praticamente mai dallo spartito.
Accanto al protagonista i personaggi di contorno sono macchiette preordinate, appiattite ma che hanno le facce giuste.
E c'è pure una specie di contrappunto ironico nelle sequenze di pulizia degli ambienti che hanno visto spargimento di litri e litri di sangue e nella figura del portiere dell'albergo di lusso dove sembrano alloggiare solo killer.
Diciamo che John WIck assomiglia al cinema del primo John Woo, quello del suo primo periodo hongkonghese, senza averne un minimo di sentimento e di pathos.
Ma basta e avanza.
Astenersi puristi di dialoghi e di incastri narrativi: qui si spara , ci si picchia e ci si accoltella in proporzioni variabili.
A piacere dello chef.
Pardon, dei registi.

PERCHE' SI : azione pura, pochi dialoghi e tante pallottole, protagonista granitico, coreografie eccellenti, ci si richiama al primo John Woo
PERCHE' NO : la sceneggiatura è ridotta all'ossa, così come tutto quello che non abbia a che fare con la vendetta di John, personaggi di contorno sono solo macchiette appiattite, troppo sangue in computer grafica.

( VOTO : 7 / 10 )

 John Wick (2014) on IMDb

domenica 25 gennaio 2015

Playlist : i miei 10 found footage /mockumentaries

Oggi si parla di due generi cinematografici molto amati/odiati qui a bottega: il found footage e il mockumentary.
Ho deciso di metterli assieme perché molto spesso è difficile distinguere tra i due, anzi l'espediente narrativo del filmato ritrovato spesso dà vita a quello che può essere una specie di reportage documentaristico, naturalmente del tutto falso e allora può essere difficile mettere una linea netta di demarcazione tra le due tendenze che sono molto frequentate nella cinematografia horror  in questi ultimi tempi.
Un po' lo specchio della crisi: cinema fatto con pochi soldi ( leggasi quasi assenza di effetti speciali che costano un botto) e arrangiandosi alla meglio.
E poi ci sono anche i papponi come Oren Peli che pur avendone le possibilità economiche continuano a fare film di questo tipo, assai poveri e , cosa più grave, che ormai non hanno più niente da dire al genere, perché pensano solo al frusciare delle banconote incassate.
Mettiamo un po' di paletti : ho cercato di escludere i film che non appartenessero alla sfera horror/ sci fi , ho escluso The Blair Witch Project che sarebbe stato sicuramente in classifica, ho escluso quello che è considerato il progenitore del found footage/ mockumentary di oggi che è Cannibal Holocaust ( per me un film assolutamente infame ), ho escluso film meritevoli di questa classifica come The Imposter e The Conspiracy perché di genere sostanzialmente diverso a quello che voglio trattare e per ultimo vorrei dirvi come al solito che la mia è una classifica assolutamnte opinabile anche perché sicuramente mi sarà sfuggito qualche altro titolo interessante. Anzi segnalatelo se vi va.
Ultimissima cosa : non ho dimenticato Cloverfield.
Semplicemente non mi piace.

10) APOLLO 18
Apollo 18,. non Apollo 13. Uno sci fi che si tinge cospicuamente di horror in un'alternanza di fonti di visione ( sostanzialmente le telecamere all'interno della navicella spaziale) che rendono la visione più vivace e senza contrarre quella specie di nausea che ti viene quando la telecamera ballonzola più del dovuto.Qui il regista sa il fatto suo e confeziona un prodotto ricco di suspense e che va in crescendo minuto dopo minuto.
Dispiace che un film così ben confezionato e con realmente qualcosa da dire sia passato praticamente inosservato .

9 ) TROLLHUNTER 
Se gli americani hanno il loro Bigfoot , gli scandinavi nei loro boschi hanno il troll.
E questo mock racconta la storia di tre studenti universitari che per fare una ricerca seguono da vicino le attività di un vero cacciatore di troll, che poi è il personaggio cardine di tutto il film.
Stralci di mitologia norrena, corse a perdifiato nei boschi, appostamenti, inseguimenti sul filo del rasoio e infine appare lui, il troll, una cosa creata in computer grafica che è a metà tra il brutto e il buffo.
Non fa paura anche se dovrebbe metterne.
E forse mostrarlo chiaramente è l'unico errore che posso imputare a questo film, avrei preferito qualcosa di più coperto, più suggerito che sbandierato ai quattro venti.
Errore grave ma che non inficia una piacevolissima visione.

8) THE TUNNEL
Un found footage/ mockumentary( qui è particolarmente difficile distinguere i due generi) che viene dall'altra parte del mondo, l'Australia e nel suo essere al di fuori delle logiche commerciali che regolano il mainstream ha la sua carta vincente. Spaventi genuini, ambientazione molto riuscita, un senso di claustrofobia che opprime e che fa sembrare Necropolis - La città dei morti, una gita fuori porta.
E soprattutto i protagonisti non sono i soliti bimbominkia pronti a recitare la parte della carne da macello.Il mostro c'è ma non si vede ed è meglio così, ne guadagna la suspense.
Interessante la storia produttiva: messo in vendita su internet a un dollaro per fotogramma e , una volta raggiunta la copertura delle spese, è stato messo a disposizione gratuitamente via torrent.
In un secondo momento la Paramount ha deciso di distribuirlo attraverso modalità più "convenzionali"

7) AFFLICTED
Scoperta abbastanza recente, diciamo dell'estate scorsa. Un found footage su due amici che vanno in giro per il mondo ma uno dei due è molto malato.
Diciamo che è un'escursione abbastanza originale sul tema del vampirismo, è un prodotto formalmente curato e che ha anche dei discreti effetti speciali. Insomma sembra che qualche soldino ce l'abbiano buttato.
Altra cosa che te lo fa guardare di buon occhio è il fatto che una parte consistente di questo film è stata girata sulla riviera ligure da Vernazza a La Spezia senza per questo fare la solita caricatura degli italiani spaghetti pizza e mandolino.
Anche se la nostra polizia appare alquanto scarsotta. Ma è in ottima compagnia.
In Italia circola col vomitevole titolo di Videoblog di un vampiro.

6) THE BAY
Ovvero come un ultrasettantenne oscarizzato si mette a fare un horror con la tecnica del found footage e spacca praticamente il culo al 99% della concorrenza pur non essendosi mai applicato al genere nella sua lunga e gloriosa carriera.
Parliamo di Barry Levinson che con The Bay ci regala un film che non gli farà guadagnare molti consensi nel mainstream ( l'horror, si sa, è guardato sempre con un certo sospetto, come se fosse un genere per poveri di intelletto) ma sicuramente moltissimi tra i fans puri e crudi del genere.
Il nonnetto arzillissimo non sembra aver fatto altro nella vita : alterna le immagini delle telecamere della città in cui è ambientato, videochiamate ansiogene, falsi reportage giornalistici, telecamere degli ospedali e anche le dashcam delle macchine della polizia.
L'effetto mal di mare è molto mitigato in compenso c'è suspense a pacchi.
E poi c'è anche Miss Carapace.Volete mettere?

5) V/H/S - V/H/S 2
Due antologie di corti che hanno in comune l'impostazione found footage: nel loro insieme abbastanza riuscita l'amalgama ( un po' meno nell'ultimo film rilasciato V/H/S Viral) con gli inevitabili alti e bassi.
Ho incluso queste due antologie non per il loro valore intrinseco ( probabilmente non rientrerebbero nella classifica ) ma perché al loro interno contengono due corti che invece di diritto dovrebbero essere in questa classifica e anche nei posti alti.
Parlo di The Sick Thing That Happened to Emily When She Was Young di Joe Swanberg, appartenente a V/H/S , un corto girato utilizzando come unica fonte di visione lo schermo del computer e Skype nello specifico e che racconta in modi straordinari una storia di fantasmi piuttosto terrorizzante e ansiogena ma non così originale e di Safe Heaven ( di Gareth Evans e Timo Tjahjanto) che è nel secondo film ( che contiene anche un solluccherosissimo zombie movie in prima persona di Gregg Hale e Eduardo "Mr BlairWitch project" Sanchez, intitolato A ride in the park).
Con Safe Heaven siamo proprio all'università del found footage, si respira orrore vero fin dalle prime sequenze , sin dall'intervista al guru che spiega le regole della sua religione.
Poi si passa direttamente alle secchiate di sangue in faccia allo spettatore.
Siamo al top.

4) WHAT WE DO IN THE SHADOWS
Questa è una scoperta recentissima diciamo di qualche settimana fa. Un mockumentary neozelandese ( che dimostrano ancora una volta di essere mediamente malati e non capaci solo di giocare a rugby) in cui una troupe segue la vita quotidiana in una casa in cui convivono 4 vampiri col più giovane che ha meno di 200 anni e il più vecchio che sta intorno agli 8000 anni.
Una miniera di trovate comiche ma anche sangue che schizza da carotidi e giugulari varie  in un film che approccia al tema del vampirismo in maniera del tutto originale, aggiornandolo ai tempi nostri.
E si ride a vedere questi tizi scoppiatissimi in difficoltà con le nuove tecnologie.
Fa il paio con un altro mockumentary, il belga Vampires in cui una troupe viene chiamata a fare un documentario su una famiglia di vampiri.

3) NOROI - THE CURSE
Ho da molto tempo un rapporto privilegiato con il J-horror trovandolo genuinamente spaventoso e meno addomesticato ad esigenze di cassetta come succede dall'altra parte dell'Oceano.
Noroi - The Curse è uno strano J horror , con coordinate stilistiche da found footage/ mockumentary e che nasconde nell'ultima parte , molto blairwitchiana, alcune sequenze che spaventano, ma veramente.
Un film che avvince fin dalla prima sequenza e che propone continuamente piccoli segni destabilizzanti che sfoceranno in un finale in cui la paura è di quelle vere.
E senza versare una goccia di sangue umano.
Assolutamente da vedere.

2) EUROPA REPORT
Un found footage non horror ma sci fi arriva al posto d'onore di questa piccola opinabilissima classifica:
Ma è assolutamente meritato.
Una piccola produzione che sceglie il formato stilistico del found footage per aggiungere realismo a una storia puramente sci fi ( parliamo di una missione con astronauti diretta a Giove) e che si richiama a grandi film sci fi del passato in cui non esistono mostri spaziali ma solo il sacrificio per far progredire la conoscenza umana.
E sono brividi che scendono lungo la schiena.

1) LAKE MUNGO 
 A proposito di brividi lungo la schiena, Lake Mungo ne fa correre tanti arrivando nel finale a delle vette mai toccate prima.
Diciamo che non mi impressiono di fronte a nulla e avevo cominciato a vedere questo film in tarda serata , in solitudine.
Ecco , dopo una mezzoretta ho lasciato perdere perché non dico che stavo provando paura ma disagio sicuramente.
E ho finito di vederlo la mattina dopo, in compagnia e in un posto ben illuminato dalla luce naturale.
Mockumentary realizzato con interviste ai vari personaggi in cui la vera protagonista è la ragazza scomparsa.
Apparizioni, suspense a fiotti e un finale che è genio puro.
E un gelo che ti attraversa.
Bellissimo.

Spero che vi sia piaciuta questa playlist.
That's all folks!

sabato 24 gennaio 2015

Dead Silence ( 2007 )

Jamie è sconvolto dall'omicidio efferato della moglie, Ella,a cui è stata strappata di netto la lingua, avvenuto mentre lui era fuori a comprare la cena al take away cinese.
Poche ore prima qualcuno aveva inviato loro un pacco contenente un pupazzo da ventriloquo.
Jamie torna alla città natale di Ravens Fair , ora poco più di una città fantasma, per organizzare il funerale della moglie e indagare su quel pupazzo.
E scopre la storia di Mary Shaw e della sua collezione di 101 pupazzi con cui organizzava spettacoli in un teatro della zona.
Una donna legata a misteriosi fatti avvenuti a Ravens Fair, tipo la sparizione di un bambino , lontano parente di Jamie e che aveva l'ambizione di costruire il pupazzo perfetto.
Jamie oltre a risolvere il mistero , deve lottare per la sua salvezza perché le morti continuano a fioccare...
Smaltita la sbornia del successo mondiale di Saw, James Wan , giovane cineasta malese trapiantato prima in Australia e poi approdato a Hollywood, assieme al suo compagnuccio di merende Leigh Whannel, scrive un altro horror incentrato su un particolare tipo di bambole, i pupazzi da ventriloquo che , personalmente ho trovato sempre abbastanza inquietanti.
E lo dirige anche.
Invece di prendersi il solito quarto d'ora accademico che molti registi horror si prendono prima di far iniziare le danze, memore della lezione di Saw, il buon James parte con il pedale dell'acceleratore a tavoletta e ci regala subito quelle che poi si riveleranno le migliori sequenze del film: quelle dell'omicidio di Ella e del suo ritrovamento da parte di Jamie, terrore genuino old school però realizzato bene sia visivamente sia con un utilizzo del sonoro particolarmente azzeccato per quanto è incalzante.
Altra sequenza notevole è il ritorno a Ravens Fair, una città fantasma sepolta sotto una coltre di polvere e di incuria , un'ambientazione che trasmette disagio sottolineata dai colori freddi e metallici che utilizza il direttore della fotografia  John R. Leonetti (che per chi non lo sapesse è il regista del recente Annabelle, sotto l'affettuosa supervisione di Wan).
Una fotografia di qualità sopra la media per essere un horror a basso costo, anche se 20 milioni di dollari sono un budget di tutto rispetto per una produzione come questa..
Poi quando si comincia a fare la bocca a qualcosa che potrebbe regalare qualche bel brivido da far correre lungo la schiena il film si impantana nell'indagine condotta da Jamie e dal polziotto che gli è alle calcagna.
Cominciano i clichè da horror anni '80 ( ma magari per qualcuno saranno omaggi o citazioni) che denotano da una parte la cinefilia di Wan che comunque si richiama a una stagione ben precisa, quella in cui gli horror riempivano i listini delle case cinematografiche e soprattutto riempivano le sale, e dall'altra una sorta di ingenuità nella loro utilizzazione che sa tanto di peccato di gioventù , di inesperienza .
Inesperienza che si traduce in due personaggi principali che sono la zavorra più pesante da sopportare durante la visione: assistiamo a un maritino belloccio, che non sembra per nulla affranto ( ma probabilmente le capacità recitative molto ridotte di Ryan Kwanten non permettevano troppe digressioni sul tema ) e alla figura di un poliziotto ( Donnie Wahlberg) che esonda spesso e volentieri nella caricatura , un'ironia del tutto fuori contesto.
Un peccato per un film che partiva in maniera assai promettente e confezionato decentemente con una regia forse acerba per certi versi ma assolutamente promettente per il futuro.
Magari gli spaventi sono poca cosa per un appassionato del genere ma Dead Silence non è del tutto da buttare via, nonostante difetti abbastanza evidenti ci regala qualche momento degno di nota.
E quel teatro abbandonato che pullula di pupazzi ( tra cui uno che ha la faccia del pupazzo di Saw, autocitazione?) scenograficamente è veramente un bel vedere.
Un recupero consigliato solo per gli appassionati.
Non avrà la personalità di un Chucky ma è molto più onesto del già citato Annabelle.

PERCHE' SI : bella la fotografia , incalzanti le musiche, ottimo incipit, bello il teatro abbandonato che pullula di pupazzi
PERCHE' NO : protagonista improponibile, la figura del detective esonda troppo nella caricatura, spaventi telefonati, clichè da horror anni '80

( VOTO : 5,5 / 10 )

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venerdì 23 gennaio 2015

Ouija ( 2014 )

Una ragazza viene trovata impiccata in casa sua .La sua migliore amica , Laine, sospetta che la sua morte sia dovuta a una tavoletta Ouija con cui la vittima aveva giocato prima di morire.
Indaga assieme alla sorella e a un gruppetto di amici e sembra proprio aver ragione.
Il Male si è intrufolato per scompaginare le loro vite attraverso quella tavoletta e la loro sarà una lotta non solo per scoprire quello che è realmente successo , ma per la loro sopravvivenza.
Come è quel detto ?
Che da una rapa non si può cavar sangue ?
E che cosa si può cavare da una ditta di giocattoli che commercializza un suo prodotto,la Hasbro che pubblicizza la sua tavoletta Ouija, da Michael Bay che fa il produttore ( e che guarda casa deve la sua fortuna cinematografica a una saga di film imperniata su giocattoli) e da Jason Blums che con la sua Blum House fa un tot di film al kilo mettendo sul piatto per ogni film solo cinque milioni di dollari?
La cosa che esce è Ouija, diretto dal carneade degli effetti speciali Stiles White , qui al suo esordio alla regia e che il film se lo è anche cosceneggiato.
Un (falso) horror che spaventa meno di un telegiornale di Italia Uno e che non è degno neanche di essere trasmesso in terza serata nel palinsesto estivo della peggior tv via cavo americana.
Eppure incassa circa 50 milioni di dollari in patria ( quindi 10 volte il costo di realizzazione) e riesce a guadagnare senza problemi la distribuzione nelle sale nostrane abituate a spalare i detriti lasciati dalle feste appena trascorse.
Con le dovute proporzioni questa è un'operazione commerciale che ricorda quel fondo di magazzino con una chiappa suturata male  al posto della faccia che faceva brutta mostra di sé sulla locandina di Smiley, uno degli scult della passata stagione cinematografica .
Quindi uno slasher sotto mentite spoglie ( mascherato da film di fantasmi) in cui il meccanismo narrativo cigola ad ogni twist di sceneggiatura con più buchi logici che una forma di groviera svizzero e questo è testimoniato anche dalla confessione che ha fatto la protagonista costretta assieme agli altri attori del cast a rigirare praticamente metà film dopo l'ufficiale fine delle riprese per tappare qualche falla che nel frattempo si era aperta a una revisione del materiale..
Tentativo francamente non riuscito in un film che cerca di riciclare un armamentario da film de paura decrepito, trito e ritrito.
Con grande tristezza e sprezzo del ridicolo involontario.
Cast interamente o quasi formato di sciacquette di belle speranze( ma anche sciacquetti di sesso maschile perché non mi si venga a dire che qui si fanno discriminazioni sessuali) in cerca del loro posto al sole che in realtà sono ottima carne da macello pronta al sacrificio.
Con grande goduria da parte dello spettatore irritato da tanta idiozia concentrata in così poche belle testoline.
Pur avvertito dalle recensioni di tutto il globo terracqueo non ho potuto fare a meno di perdere un'ora e mezza della mia vita appresso a cotanta monnezza.
Ma ogni tanto toccare con mano  la monnezza e sentirne il tanfo  è necessario per apprezzare le cose belle.
La merda cinematografica di quest'anno ha un nome: Ouija

PERCHE' SI : il rumore della testa fracassata sul lavandino del primo omicidio ( o del secondo considerato un suicidio il primo)
PERCHE' NO : tutto , finto slasher per teenager dalla testa vuota, sciacquette per ogni dove ( ma anche sciacquetti perchè qui non si fanno discriminazioni sessuali),uso di  meccanismi orrorifici  triti e ritriti.

( VOTO : 2 / 10 )

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giovedì 22 gennaio 2015

Seria(l)mente : The Missing ( 2014 )

Provenienza : UK , USA
Produzione : BBC One, Starz Entarteniment
Episodi : 8 da 60 minuti cadauno

Nord della Francia 2006 : i coniugi Tony ed Emily Hughes assieme a loro figlio Oliver di cinque anni sono in vacanza nel nord della Francia quando un guasto alla loro automobile li costringe a fermarsi in un paesino,Chalons du Bois,  per un paio di giorni in attesa di un pezzo di ricambio. La sera Tony esce col bambino a fare una passeggiata e in un bar molto affollato per via della partita della Francia ai mondiali di calcio si perdono di vista per un attimo.
Oliver scompare nel nulla e le indagini della polizia non portano a nessun risultato concreto.
2014 : Tony non è rassegnato alla perdita del figlio, ha perso il lavoro, il suo matrimonio è deflagrato ed è ossessionato dalle indagini per trovarlo: Stavolta ha però un indizio: una fotografia di un bambino con al collo la sciarpa di Olly, scattata qualche tempo dopo la sua scomparsa.
Sarà sufficiente per far riaprire le indagini al poliziotto, ora in pensione, che le seguì allora?
The Missing è l'ennesima serie BBC ( tecnicamente è una coproduzione angloamericana ma di americano non ha proprio nulla) che ribadisce la qualità eccelsa raggiunta dalla televisione inglese in questi ultimi anni.
In più mettiamoci due stars della televisione inglese che hanno frequentato anche parecchio cinema e che fanno emergere ancora una volta la loro bravura e qui vorrei fare una chiosa.
James Nesbitt è uno degli attori di punta della televisione inglese ma è di una versatilità enorme ,è capace veramente di fare ogni ruolo, da quello di un assatanato Jekyll a quello di un padre di famiglia ossessionato dalla perdita di un figlio per arrivare a quello di un nano nella trilogia dello Hobbit.
Pensate un attimo se una delle star incontrastate del nostro stardom televisivo, che so un Garko o anche un Beppe Fiorello riesca ad essere così completa e versatile.
The Missing è un dramma sofisticato che si articola in più piani temporali ( il 2006  e il 2014 ma con digressioni che riguardano anche il 2009) e che si muove agilmente tra il giallo con la strutturazione del whodunit e il dramma familiare raggiungendo vette di intensità inaspettate.
Del resto è difficile immaginare qualcosa di più tremendo che la perdita del proprio figlio.
La forza di The Missing sta nella scrittura sopraffina che crea situazioni e personaggi estremamente credibili e nel suo essere una serie granitica stilisticamente in quanto diretta da un solo regista , quel Tom Shankland che avevo già apprezzato nel paurosissimo The Children.
Dicevamo personaggi credibili: a parte la bravura di Nesbitt e della O' Connor che occorre comunque sottolineare sempre e comunque, un'altra carta vincente della serie creata dai fratelli Jack ed Harry Williams è l'evoluzione che ogni personaggio subisce all'interno delle otto, densissime , puntate dello show.
I loro non sono personaggi statici, ma ricchi di sfumature, multiformi, sfaccettati che compiono un percorso ben definito all'interno della serie: Tony diventa un maniaco compulsivo, incapace di accettare la perdita del figlio e incurante di tutto quello che gli si può ritorcere contro, Emily invece sembra accettare più passivamente ma con ogni probabilità la sua è solo una maschera per evitare di autoflagellarsi ogni giorno.
E potrei continuare anche con i personaggi di contorno, tutti ben delineati e caratterizzati.
The Missing è una serie che aggiunge angoscia su angoscia che comprime diverse storylines in maniera armoniosa creando un fiume in piena di dubbi, rivelazioni shock e doppi giochi che avvincono sempre di più  ad ogni puntata.
E se non vi appassiona il genere, ma , credetemi, è impossibile non appassionarsi,  vi dirò solo che la performance di James Nesbitt vale da sola l'ipotetico prezzo del biglietto.
E già che ci siete leggete qui l'interessantissima recensione di Lucia che vi decanta le lodi di questo prodotto confrontandolo con The Captive di Atom Egoyan

PERCHE' SI : incredibile performance di Nesbitt e della O' Connor, ottima regia , personaggi multiformi, suspense a pacchi
PERCHE' NO : finale con un cliffhanger grosso così, la quantità di sottotrame richiede molta attenzione, angoscia che molti potrebbero non sopportare

( VOTO : 8,5 / 10 )

 The Missing (2014) on IMDb

mercoledì 21 gennaio 2015

Big Eyes ( 2014 )

Margaret conosce il fascinoso Walter Keane, sedicente pittore e decide di sposarlo in seconde nozze. Keane è pittore mediocre e quando si accorge che i quadri della moglie ( bimbi trovatelli dipinti con tinte accese e occhi smodatamente grandi oltre ogni ragionevole proporzione) hanno molto più successo dei suoi non esita ad appropriarsi della loro paternità visto che tra la fine degli anni '50 e gli inizi degli anni '60 l'arte femminile era poco o nulla considerata.
E su questa frode Keane costruisce un vero e proprio impero fino a che Margaret si stanca e divorzia portandolo in tribunale per risolvere la questione della paternità dei quadri.
Il giudice dispone come prova definitiva che i due dipingano un quadro davanti a lui nell'aula di giustizia.
Margaret termina il suo in meno di un'ora, Walter non comincerà nemmeno accusando dolori a una spalla.
E perde la causa...
Proprio ieri , parlando de La teoria del tutto , mi chiedevo il perché di cotanto affollamento di biopic negli ultimi tempi.
Calo di ispirazione o la realtà che supera sempre la più fervida delle immaginazioni?
Big Eyes non ci fornisce questa risposta o meglio ce ne elargisce una terza su  un piatto d'argento: e se fosse semplicemente una bella storia da raccontare?
Tim Burton per la seconda volta si cimenta nel genere e visto che la prima volta fece praticamente un capolavoro, Ed Wood, uno dei suoi film migliori, perché non dargli credito nonostante il suo recente periodo di appannamento artistico?
Faccio bene a dare fiducia ancora a Burton?
La risposta è ni: Big Eyes formalmente non è un brutto film ma ha poco della magia del cinema di Burton che fu.
Molto meglio di alcuni suoi recenti passi falsi ma si fa fatica a riconoscere l'autore in questo film.
O meglio si vede solo a sprazzi.
Si vede nella primissima inquadratura del film, quel vialetto con case e macchine color pastello, un cielo azzurrissimo e prati ordinati verdissimi  che quasi fanno sentire l'odore di erba appena tagliata ( come in Edward Mani di Forbice), oppure quando si vede Margaret all'interno della soffitta, nascosta agli occhi di tutti mentre è intenta a creare la sua arte in una dimensione sospesa tra il reale e il favolistico, oppure anche quando con la figlia nottetempo fugge via con la macchina in un viaggio verso una nuova vita e una nuova consapevolezza.
E hanno molto di burtoniano anche i veri quadri di Margaret Keane, quei bambini con gli occhi grandissimi che hanno il physique du role dei freaks tanto cari al regista, perennemente in bilico tra l'inquietante ( il quadro appeso alla scuola) e  il kitsch.
Hanno poco di burtoniano invece le schermaglie tra i coniugi e quel processo nel finale del film che sono molto, troppo convenzionali nel volersi avvicinare alla farsa.
Altra cosa che stupisce è la direzione degli attori: mentre Amy Adams è molto misurata, si fa fatica a riconoscere in una donna mortificata nei suoi tailleurs dai colori improbabili la stessa attrice che l'anno scorso andava in giro con scollature vertiginose in American Hustle, Christoph Waltz è lasciato a gigioneggiare senza ritegno e lasciato senza il minimo freno il buon Christoph non è un bel vedere.
Big Eyes a ben vedere è la storia di una delle prime pioniere del femminismo in un America ancora maschilista, la storia di un American Dream finalmente virato al femminile.
Bella storia ma forse ci sarebbe voluto un po' più di coraggio nel raccontarla.
Coraggio che da un autore come Burton era più che lecito aspettarsi.
O forse ha voluto semplicemente nascondersi dentro al film in segno di rispetto per la vera Margaret Keane, di cui è amico da tempi non sospetti.
E anche collezionista della sua arte.

PERCHE' SI : una bella storia tra amore e frode mediatica, Amy Adams intensa e misurata, sprazzi d bel cinema del Burton che fu
PERCHE' NO : biopic troppo convenzionale, poco coraggio in una narrazione circostanziata ma priva di slanci, Christoph Waltz lasciato a gigioneggiare senza ritegno...

( VOTO : 6,5 / 10 )

 Big Eyes (2014) on IMDb

martedì 20 gennaio 2015

La teoria del tutto ( 2014 )

Cambridge 1963 : Stephen è un brillante studente di fisica , appassionato di cosmologia e un giorno conosce Jane, studentessa di Lettere .Scatta il colpo di fulmine ma Stephen, che di cognome fa Hawking, cerca di tirarsi indietro perché gli hanno appena diagnosticato una malattia nervosa degenerativa che al massimo gli concederà due anni di vita.
Jane invece gli sta vicino sempre e Stephen vive ben più dei due anni che gli erano stati concessi dai medici e ha modo per stabilire modelli matematici che studino da dove è originato l'Universo.
Hawking è considerato il successore di Einstein...
Scorrendo gli otto titoli che quest'anno concorreranno agli Oscar si nota un insolito affollamento di biopic, ben tre( American Sniper, The Imitation Game e La teoria del tutto di cui parliamo oggi), più un altro film, Selma, basato su avvenimenti realmente accaduti.
E tutto questo presta il fianco a un paio di considerazioni : si realizzano in gran quantità biopic perché c'è carenza di ispirazione e latitanza di buone sceneggiature che siano rigorosamente fiction oppure torniamo al solito discorso che la realtà è supera sempre la più fervida delle immaginazioni?
A me piace pensare che sia la seconda che ho detto ma il sospetto che c'entri anche la prima considerazione che ho fatto non è così assurdo dopo aver visionato tutti e tre i film candidati all'Oscar di cui sopra e dopo aver anche visionato Big Eyes di Tim Burton, biopic basato sulla vita di Margaret Keane.
Se American Sniper è abbastanza peculiare in virtù del personaggio che racconta, il più grande cecchino della storia dell'esercito americano, La teoria del tutto e The Imitation Game sono abbastanza simili tra di loro nel raccontare le vite di due geni assoluti del nostro tempo, Turing nel campo dell'informatica di cui è considerato il precursore , Hawking in quello dell'astrofisica in cui sarà ricordato nei secoli dei secoli.
Personaggi perfetti per essere raccontati perché con una vita problematica, non tutta lustrini e paillettes, anzi con  il loro genio messo continuamente a repentaglio da fattori esterni , vuoi che sia la disabilità fisica, vuoi che sia l'omosessualità.
Sotto un certo profilo personaggi anche scomodi da raccontare per il grosso pubblico,del resto come far capire il genio di Touring oppure spiegare i modelli matematici di Hawking, ma anche difficili per via della loro vita privata.
E qui che cosa fa lo sceneggiatore hollywoodiano provetto che vuole scrivere un film da Oscar?
Appiattisce tutti i dettagli spiacevoli delle vite dei protagonisti: in questo film per esempio si fa leva , ma non troppo sulla disabilità di Hawking, si bypassano praticamente del tutto le sue conquiste scientifiche e la sua difficoltà di comunicazione ( ha perso l'uso della parola da più di venti anni e comunica grazie a computer sempre più perfezionati che leggono i movimenti dei suoi occhi e della sue sopracciglia) mentre ci si focalizza sull'amore con Jane, il classico amore che travolge tutto, anche la malattia e una diagnosi medica
particolarmente infausta, arrivando addirittura a omettere ( se è stato citato, non me ne sono accorto), il suo divorzio a metà anni '90 e il suo successivo matrimonio con l'infermiera che lo accudiva, finito nel 2006.
La regia di James Marsh , apprezzato documentarista ( suo è il bellissimo Man on Wire) sceglie modalità piuttosto convenzionali per narrare una storia che ha dello straordinario e questa è la più grande colpa di un film che non si eleva da un'aurea medietà, per non dire mediocrità , nel raccontare la vita eccezionale di un uomo eccezionale.
Manca l'emozione: mi sono emozionato più a leggere la sua biografia su  Wikipedia che a vedere il film e con questo credo di aver detto tutto.
Temo che la sola cosa per cui sarà ricordato questo biopic è la performance da applausi di Eddie Redmayne, attore inglese di belle speranze che si mimetizza fisicamente in Hawking e regala una di quelle prove che piacciono tanto ai giurati dell'Academy che in passato non hanno lesinato premi a chi recitava in parti da disabile fisico o psichico.
Anzi quest'anno si rischia che vinca l'Oscar per il miglior attore protagonista, un attore che recita un disabile fisico ( l'appena citato Redmayne) e un'attrice, Julianne Moore, candidata per Still Alice  che recita la parte di una malata di Alzheimer, quindi una disabile psichica.
Ritornando a La teoria del tutto posso dire che non vi ho trovato l'emozione che cercavo, come The Imitation Game ho visto un prodotto che ha l'aspetto un po' leccato e ruffiano di una fiction inglese con confezione di qualità ma che sembra pianificato a tavolino per lucrare qualche premio in vista della notte degli Oscar.
Per adesso Redmayne è il mio favorito.

PERCHE' SI : confezione inappuntabile , la performance di Eddie Redmayne
PERCHE' NO : biopic molto convenzionale, anche troppo, manca il genio di Hawking, manca l'emozione, prodotto pianificato a tavolino per vincere Oscar...

( VOTO : 6 / 10 ) 

The Theory of Everything (2014) on IMDb

lunedì 19 gennaio 2015

What We Do in the Shadows ( 2014 )

Nella periferia di Wellington in Nuova Zelanda , ogni anno si tiene The Unholy Masquerade ( il Ballo Profano) in cui si riuniscono mostri di ogni tipo, dai vampiri ai licantropi e a tutti gli altri appartenenti ad un certo tipo di iconografia "mostruosa". Una troupe del New Zealand Documentary Board , autorizzata e protetta adeguatamente, segue con le sue telecamere un gruppo di vampiri che occupano la stessa casa: c'è Viago che ha quasi 400 anni e sembra un dandy di un paio di secoli fa, c'è Vladislav che di anni ne ha il doppio e ogni tanto si diletta nella sua camera delle torture ma è qualche decennio che è mogio perché sconfitto dalla Bestia ( e nel film poi si vedrà chi è), c'è Deacon che di anni ne ha meno di 200 ed è la testa calda del gruppo, quello che dà maggiori problemi ( tipo non lavare i piatti almeno da cinque anni e non fare le pulizie) e infine c'è Petyr che di anni ne ha 8000, sembra Max Schrek, partecipa poco alle riunioni di "famiglia" e se ne sta rintanato nella sua bara col coperchio di pietra.
C'è anche Jackie, un'umana a cui Deacon ha promesso di trasformarla in vampira che procura loro sangue fresco e prede sacrificabili tra cui Nick che viene vampirizzato per errore da Petyr.
E , grazie al suo amico Stu, amato dai vampiri molto più di lui, introduce nella casa le nuove tecnologie.
E son problemi...
Il mockumentary, croce e delizia: ci sono tanti mockumentaries horror, forse anche troppi, si son visti anche alcuni mockumentary nel genere commedia ma di mockumentary di genere comedy / horror ce n'è uno solo e si chiama What We Do in the Shadows.

Ancora un film che viene dall'altra parte del mondo , ancora una volta la testimonianza che i neozelandesi oltre ad allevare pecore e a giocare a rugby sanno anche fare cose solluccherose al cinema, ancora una volta la constatazione che stanno abbastanza male.
Diretto a quattro mani da Taika Watiti ( da regista  al suo terzo film dopo qualche corto e tanta televisione) che recita nella parte di Viago e da Jemaine Clement ( al suo esordio da regista) che recita nella parte dello scoppiatissimo Vladislav, What We Do in the Shadows è una fucina continua di trovate comiche che ogni volta sorprende per il suo situarsi continuamente tra i clichè horror ( tutta l'iconografia vampiresca è presente e c'è anche copioso sangue che zampilla da carotidi e giugulari) e la comicità che arriva al demenziale puro.
Effetti speciali volutamente artigianali con sporadiche apparizioni della computer grafica danno al film un look vintage assai accattivante e che si adatta perfettamente all'età degli occupanti della casa.
L'utilizzo della tecnica del mockumentary non è sinonimo di economia realizzativa oppure di un aspetto della pellicola impreciso e trasandato, in realtà la confezione è scintillante, non da mockumentary, diciamo che la presenza dei documentaristi permette ai protagonisti di ammiccare alla macchina da presa per avere un contatto più diretto col pubblico.
E' un espediente narrativo usato brillantemente.
La cosa che piace di più in questo film è la presa per i fondelli dei vari real shows televisivi ripresi nei loro meccanismi e apertamente messi alla berlina , oltre al processo di umanizzazione che si compie su questi vampiri che sono assolutamente sprovveduti nei confronti delle nuove tecnologie.
Bravi nel far zampillare sangue dal collo della varie vittime ma assai a disagio con SkyPe o You Tube.
What We Do in the Shadows è una bella scoperta passata al recente TFF che permette di passare 90 minuti scarsi ( è tenuto saggiamente sotto l'ora e mezza di durata) senza pensieri a godersi gags su gags organizzate come se fossero degli sketch o come le strisce di un fumetto.
Ah si, c'è anche una grandiosa presa per il culo dei vampiri e dei  licantropi di Twilight in un confronto esilarante.
Dopo Housebound , mio cult istantaneo di qualche mese fa, sempre dalla nuova Zelanda una nuovo piccolo oggetto di culto.

PERCHE' SI : l'unico mockumentary di genere horror/ comedy, confezione impeccabile , look vintage assai accattivante, bella compagnia di attori
PERCHE' NO : il genere è da prendere con le molle, puro intrattenimento senza seconde letture o approfondimenti, a volte sembra una sit com.

(VOTO : 7,5 / 10 ) 



What We Do in the Shadows (2014) on IMDb