I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

venerdì 24 ottobre 2014

Il giovane favoloso ( 2014 )

Tempo di novità grosse qui a Le maratone di un bradipo cinefilo: per la prima volta in mille e passa posts, ho deciso di lasciare l'onere della scrittura a due persone a me molto care che non lo avevano mai fatto prima, Anna Maria e Giulia a cui ho chiesto di vedere , per me , l'ultimo film di Martone.
Mi interessava parecchio il loro punto di vista perché Anna Maria è una professoressa di storia e letteratura che Leopardi lo insegna per professione ( e qui ci dona quella che è vera passione , perchè , conoscendola bene, so quanto adori Leopardi), mentre Giulia, studentessa universitaria , Leopardi l'ha studiato da poco e a sentire lei con molto gradimento.
Assieme hanno scritto questa recensione a quattro mani, molto bella a parer mio e non perché voglio tirare acqua al mio mulino o per piaggeria nei loro confronti,  ci hanno regalato una chiave di lettura del film che io personalmente non avrei potuto dare dal basso dei miei studi lontani dall'ambito letterario.
Il mio ringraziamento più sincero va quindi ad Anna Maria e a Giulia per la loro recensione di oggi, la prima che abbiano mai scritto.
E spero che anche in futuro vogliano rimettersi in gioco per parlare di altri film in questa maniera illuminata.
Anzi , e qui faccio come il mio amico Giuseppe de IL BUIO IN SALA, chi fosse interessato a scrivere delle recensioni per il blog, come ospite , può contattarmi alla mia mail (landru@live.it), chissà che escano cose molto belle come quella di oggi.
Altra piccola considerazione personale: sono molto critico col cinema italiano che ultimamente sembra interessato solo a commedie di facile consumo e si segnala per il poco coraggio nel proporre qualcosa di alternativo.
Mi fa piacere che un autore come Martone riesca a trovare i finanziamenti per proporre un film ricco ma non sfarzoso come questo e soprattutto ottenga un successo di pubblico insperato alla vigilia, un successo che è valso il secondo posto assoluto al box office italiano a pochissima distanza dalla solita commedia alimentare ma con una media sala nettamente superiore.
E in questa seconda settimana sono aumentate anche le copie a disposizione: evidentemente il passaparola sta facendo il suo dovere.


Giacomo Leopardi è un bambino di rara intelligenza che cresce nella casa natia di Recanati chiuso il più delle volte in biblioteca a leggere di tutto sotto l'occhio severo del padre Monaldo, nobile conservatore ed autoritario e della madre Adelaide che mal sopporta le ristrettezze economiche e l'ambiente provinciale in cui sono immersi.
La stessa cosa che succede al giovane Giacomo che si sente prigioniero in quel mondo e tiene una fitta corrispondenza con i suoi amici letterati.
A 24 anni finalmente riesce a lasciare Recanati: a Firenze conosce quello che sarà il suo miglior amico di sempre, Antonio Ranieri, si innamorerà , non ricambiato di Fanny Torgioni Tozzetti.
Sarà costretto a trasferirsi per ristrettezze economiche prima a Roma e poi a Napoli.
La sua salute cagionevole è minata definitivamente: in una villa alle pendici del Vesuvio, dopo un'eruzione, Giacomo, sul letto di morte, troverà l'ispirazione per scrivere La Ginestra.

Il giovane favoloso riesce a cogliere con estrema umiltà quella che, probabilmente, fu la vita dei uno dei poeti più amati della nostra letteratura, e, allo stesso tempo, sa mettere in luce le note più profonde del suo animo, un animo tanto grande quanto inquieto, lui stesso si dichiara “infelicissimo” e lo grida a gran voce agli intellettuali che gli rimproverano di essere un eterno” pessimista”. 

Cosa sono in fondo il pessimismo, o l'ottimismo? Solo parole vuote......per Leopardi l'unica verità è nel dubbio. 
Elio Germano dà un'ulteriore prova del suo grandissimo talento, è diventato Giacomo Leopardi, si è talmente calato nel personaggio da assumerne le caratteristiche fisiche ed emotive, da oggi in poi quando leggeremo i versi del poeta, quando cercheremo di immaginarlo, vedremo il suo volto.
La ricostruzione storica è di certo stata favorita dalla possibilità che il regista ha avuto di sistemare le macchine da presa nella biblioteca di casa Leopardi, riportando alla vita i polverosi volumi sui quali si consumò lo “studio matto e disperatissimo” del poeta recanatense. Splendida la colonna sonora, e coraggiosa, di sicuro uno dei punti di forza del film, fatta eccezione per il pezzo che sottolinea il dolore di Leopardi quando vede infrangersi ogni speranza di essere corrisposto dall'affascinante Fanny, perché stridente è il contrasto con il contesto della storia, sembra quasi che Martone qui abbia osato troppo.
Di questo film ci resterà soprattutto una scena: l'abbraccio struggente con cui il giovane Leopardi accoglie Pietro Giordani nella sua Recanati. 
In quell'abbraccio c'è tutto: la sofferenza fisica per una malattia che, inesorabile, minava il suo corpo, il desiderio di fuggire via dal natìo borgo selvaggio”, la profonda empatia che lo accomunava all'amico, conosciuto profondamente attraverso una fitta corrispondenza... Pietro è (o sembra essere) il padre che Giacomo avrebbe voluto. 

Lo ritroveremo a Firenze dove si consumerà l'amore non corrisposto per la bella e, quasi “figlia dei fiori”, Fanny Targioni Tozzetti. Quello con il Giordani non è l'unico abbraccio, vi è quello con la sorella Paolina quando si salutano prima della partenza clandestina per Roma e l'altro con il suo amico fraterno Ranieri.....un modo per il regista di sottolineare il rapporto del “giovane favoloso” con le persone, senza distinzioni.
Leopardi si intrattiene con gli intellettuali fiorentini allo stesso modo in cui conversa nei bassi napoletani con i più umili tra gli umili.
Certo, chi si aspetta di ritrovare nel film il precursore del pensiero del '900, resterà deluso, non perché questa dimensione manchi, ma perché Martone ha privilegiato l'aspetto emotivo, affettivo della vita di Leopardi.
Un Leopardi “eterno fanciullo”, goloso di dolci e gelati, quasi a voler sostituire quell'affetto che la madre Adelaide (fredda, distante, simbolo della Natura matrigna del pessimismo cosmico leopardiano, rappresentata da un' immensa statua di argilla, memoria del “Dialogo della Natura e di un islandese”) e il padre Monaldo ( morbosamente legato al figlio, così come ostinatamente attaccato ad un secolo spazzato via dalla Rivoluzione Francese) gli avevano negato. Meno convincente la figura di Antonio Ranieri, impersonato da Michele Riondino, anche se il regista è stato bravo nel rendere l'ambiguità del rapporto che lo legava al poeta. Il giovane favoloso è un film da vedere assolutamente, magari sgombrando la mente dai ricordi scolastici, di certo non vi è alcun tentativo di compiacere il pubblico, né tanto meno di giudicare o beatificare la figura di Giacomo Leopardi: un uomo che ha lasciato, attraverso i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi turbamenti, le sue paure, un grande segno nella storia della letteratura italiana e non solo.

( VOTO : 8 / 10 )  

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giovedì 23 ottobre 2014

Annabelle ( 2014 )

California 1969 . John e Mia sono una giovane coppia in attesa del primo figlio. Lui è un medico specializzando, lei sta a casa ed è appassionata di taglio, di cucito e di bambole antiche.
Un giorno John trova il regalo perfetto per Mia: una bambola antica, perfettamente conservata vestita con un bellissimo abito da sposa.
E da qui in avanti la vita di Mia diventa un incubo ; viene aggredita in casa da una coppia di satanisti che vengono uccisi dalla polizia ( anzi la donna, identificata come Annabelle Haggis, la figlia dei vicini già orrendamente massacrati,  muore nella stanza della bambina dopo aver tracciato strani simboli sul muro e tenendo in braccia la bambola) , un incendio distrugge la loro casa ( e nel mentre Mia dà alla luce la figlia Lia) e vengono avvertite strane presenze anche nella loro nuova casa di Pasadena.
Si fanno aiutare da un prete, padre Perez , che fa capire loro quale sia l'intento del demone: ottenere un'anima , preferibilmente quella di Lia.
Arriva in soccorso la loro amica Evelyn che propone uno scambio.....
Dopo il successo di The Conjuring dell'anno passato ( film da 20 milioni di dollari di budget che aveva incassato quasi 140 milioni di dollari) sono stati messi in cantiere un sequel, annunciato per il 2016 con al timone sempre James Wan, e uno spin off a basso costo, Annabelle ,uscito qualche settimana fa,  film con un budget da 6,5 milioni di dollari e che si è rivelato una piccola miniera d'oro per i produttori incassando più di 75 milioni di dollari.
Della serie battere il ferro finché è caldo.
E Annabelle ci è riuscito benissimo sul piano commerciale , meno su quello qualitativo.
Intendiamoci , è un prodotto di un esperto artigiano che ha dato il meglio di sé come direttore della fotografia e sicuramente non come regista visto che i suoi lavori precedenti sono tutti piuttosto trascurabili per essere gentili.
Quindi è confezionato con perizia, non ci sono grossi strafalcioni, si riesce a bypassare anche una certa, diffusa cagneria attoriale.
Il problema di Annabelle è che è un qualcosa di realmente già visto e non una volta sola.
Usa gli stessi ingredienti di The Conjuring ( e stavolta repetita non juvant) citandolo a più riprese ma se quello poteva essere salutato come un apprezzabile  ritorno stilistico a un horror di stampo vintage, questo appare come una pallida imitazione, sembra veramente girato con gli scarti e le sequenze tagliate dell'altro.
Tutto ampiamente prevedibile, telefonato fin dalle prime boo sequences che pur si segnalano per la buona fattura.
Ma poi andando avanti, tra una citazione e l'altra ( vogliamo parlare di Rosemary's baby? e della protagonista che sia chiama Mia?), si abusa troppo dei trucchetti tipici dell'horror per far aumentare la tensione e si compie l'errore di sbattere tutto in faccia allo spettatore senza troppi segreti e questo diminuisce col passare dei minuti il potere di suggestione.
Il troppo storpia e Annabelle rivela subito la sua natura di compilation di spaventi che non di film vero e proprio mandando a far benedire quel minimo di coerenza narrativa che sarebbe lecito attendersi e poi , cavolo, in certi tratti sembra davvero una copia fotostatica di The Conjuring.
A questo punto meglio riguardarsi l'originale e non questo presunto prequel.
Occorre inoltre sottolineare che Annabelle non è una clone di Chucky e non le serve fare cose incredibili per seminare terrore.
A differenza del bambolotto assassino lei non si muove, non affetta gente selvaggiamente.
A questo punto forse meglio se lo avesse fatto.
Avrebbe regalato un'emozione in più....

PERCHE' SI : confezione più che decente, le prime boo sequences costruite con cura
PERCHE' NO  : la coerenza narrativa non è il forte del film, col passare dei minuti gli spaventi diventano routine e non fanno saltare più sulla poltrona, tutto è sbattuto in faccia lasciando poco spazio alla suggestione.

( VOTO : 5 / 10 ) 

Annabelle (2014) on IMDb

mercoledì 22 ottobre 2014

Tutto può cambiare ( 2013 )

Gretta e il suo fidanzato Dave, musicisti in pectore,  partono per New York dove lui riesce a ottenere un contratto discografico da una major. Con il successo cominciano le incomprensioni, Gretta è spesso da sola e trascurata e il rapporto inevitabilmente fallisce.
Una sera mentre è in un locale, immalinconita dalla solitudine e dall'alcool, spinta da un amico musicista Gretta imbraccia la chitarra e suona una sua canzone, alla quale è molto legata.
La vede Dan, produttore discografico in una fase un po' complicata della sua vita, visto che ha appena perso il suo lavoro , è divorziato e con qualche problema di alcolismo.
La porta dal suo ex socio perché colpito dal talento della ragazza ma l'altro non sembra molto colpito.
L'accordo è quello di registrare un cd demo per poi farlo distribuire dalla casa discografica.
Assemblata una band grazie a vecchie conoscenze e nuove amicizie cominciano a registrare ma non avendo i soldi per lo studio perché non suonare dal vivo sfruttando alcune locations inconsuete di New York?
Personalmente guardo con estrema diffidenza, quando non sospetto se non aperta ostilità le commedie sentimentali made in Hollywood perché sono allergico al lieto fine sempre e comunque, alle ovvietà snocciolate in serie e alla mitragliata di melassa e di buoni sentimenti che di solito le caratterizzano.
Con Tutto può cambiare il sospetto si è tramutato in una sorta di apertura di credito perché al timone, sceneggiatura e regia, c'è quel John Carney che era al timone di uno dei film più amati qua a bottega, quel Once che per il sottoscritto aveva rappresentato un vero e proprio colpo al cuore e di cui avevamo parlato a suo tempo qui.
E questa sorta di apertura di credito è almeno in parte giustificata.
L'impressione è che John Carney abbia voluto ricreare una sorta di versione riveduta e aggiornata di Once, trasferendosi da Dublino a New York.
La ricetta è la stessa: una sorta di commedia sentimentale che cerca di affrancarsi dalle regole hollywoodiane del genere , non scritte ma codificate in moltissimi film, la musica a fare da collante, ma non solo, alle vicende dei protagonisti e tutta una serie di crampi sentimentali e di personaggi accessori (  ad esempio la figlia e la moglie di Dan e il loro rapporto complicato )che costituiscono l'unica , parziale novità rispetto a Once.
Il problema del film è che le schermaglie sentimentali tra Gretta e Dave sono la parte meno interessante mentre coinvolge di più l'incontro tra le due solitudini ostinate e contrarie di Dan e della stessa Gretta.
Due individui in caduta libera, che stanno precipitando in un abisso di infelicità e mancanza di prospettive, trovano l'uno nell'altra una ragione per risollevarsi.
Ma siamo ben lontani dal livello di coinvolgimento emotivo che garantiva Once, il paragone in questo senso è abbastanza impietoso.
E anche l'originalità latita, manca l'effetto sorpresa.
Quello che garantisce quel minimo di benevolenza che permette di sostenere il film è una seconda parte in cui si sfrutta New York in maniera molto diversa dal solito: non il consueto, stanco, risaputo turismo sentimentale con sfondi da cartolina che fanno da corollario alle schermaglie sentimentali di due protagonisti sempre al centro della scena, ma una città che diventa protagonista con i suoi angoli meno noti e meno nobili, trasformata dalla band di Dan e Gretta in una sorta di studio di registrazione all'aperto, il teatro di musica dal vivo suonata clandestinamente e anche un po' di fretta, stando attenti a non farsi prendere dalla polizia.
Carney, ex batterista di una band indie irlandese, cerca di fondere musica e cinema un po' come aveva fatto magicamente con Once ma qui il connubio riesce parzialmente perché Tutto può cambiare racconta alti e bassi sentimentali che non brillano per originalità o per particolare calore e anche le musiche sembrano inferiori a quelle emotivamente intense dell'altra pellicola ( Falling Slowly ancora è qui che risuona nelle orecchie).
Keira Knightley è volenterosa ma appare un po' spaesata ( e quei denti non si possono vedere...), Mark Ruffalo è decisamente più in parte.
E meno male che almeno sullo schermo non si veda quello che è sempre il solito "lieto " fine da commedia sentimentale.
L'importante è ripartire...anche se cambiano le prospettive.
Non più due cuori e una capanna ma due cuori e una cuffietta.....

PERCHE' SI : seconda parte del film frizzante e piacevole, New York vista da un prospettiva abbastanza nuova
PERCHE' NO  : le schermaglie sentimentali sono risapute e non originali, la Knightley è un po' spaesata, le canzoni di Once erano un'altra cosa....

( VOTO : 6 + / 10 )

 Begin Again (2013) on IMDb

martedì 21 ottobre 2014

At the devil's door ( aka Home , 2014 )

Hannah viene convinta dal suo ragazzo a fare un giochetto con un vecchio messicano, per guadagnarsi velocemente 500 dollari, senza colpo ferire. Purtroppo per lei nella vincita c'è anche un altro regaluccio non voluto : la possibilità che il Diavolo, ebbene sì il Gran Cornuto in persona, possa entrare dentro di lei quando meglio gli aggrada.
Leigh è una giovane agente immobiliare sorella di Vera, una famosa pittrice.
Leigh non può avere figli e per questo vorrebbe che Vera ne avesse.
Mentre sta vendendo una casa vi rimane imprigionata e le appare Hannah che la uccide istantaneamente.
Vera indaga sulla misteriosa morte della sorella e arriva a quella casa dove fa lo stesso incontro.
Ma il Diavolo ha altri progetti per lei e Vera li conoscerà a tempo debito....
Due anni fa il regista e sceneggiatore Nicholas McCarthy aveva bene impressionato qui a bottega con The Pact ( se ne volete leggere ne parlammo a suo tempo qua ) , suo esordio nel lungometraggio ed espansione di un corto risalente all'anno prima, ottima variazione sul tema delle case infestate , un tentativo abbastanza riuscito di essere originale in un panorama parecchio inflazionato del genere in questione.
At the devil's door ( in giro si trova anche col titolo alternativo di Home, più allusivo) rappresenta un po' l'ideale continuazione delle tematiche già trattate in The Pact.
Due sorelle , i legami familiari, un passato che fa sentire la sua voce assordante in un presente nebuloso, tutto questo accomuna due film che hanno il pregio di avere una stessa connotazione stilistica, hanno la stessa mano ferma alle spalle che permette loro di non sbracare nel solito filmetto di paura o nel solito horrorazzo urlante.
Sia chiaro McCarthy dal punto di vista stilistico non è un innovatore: usa un armamentario iconografico che ha poco di originale ma ha una capacità e una sensibilità non comune di creare un clima ansiogeno come pochi rinunciando praticamente quasi del tutto alle boo sequences che hanno fatto la fortuna di film di successo come The Conjuring e del recentissimo Annabelle.
Diciamo che sono tre film che rappresentano le due facce di una stessa medaglia: da una parte At the devil's door con quel suo andamento sinuoso e perturbante che punta tutto sull'atmosfera e sulla suggestione di un qualcosa che non si vede e che non ha spiegazioni, dall'altra The Conjuring e Annabelle puntano tutto allo spavento improvviso, alla sequenza che ti gela all'istante il sangue nelle vene, che ti fa sentire il tuffo al cuore per la scarica d'adrenalina che lo colpisce.
Ti viene sbattuto tutto in faccia, senza tanti riguardi.
Entrambi usano un'iconografia ben riconoscibile ma in modo differente e hanno modi diversi per "colpire" lo spettatore.
Uno lo prende lentamente alla gola soffocandolo a poco a poco, gli altri due lo prendono letteralmente a pattoni, ceffoni fortissimi che lo lasciano esausto, come appena dopo essere uscito da una sera trascorsa al Luna Park.
In At the devil's door non ci sono i pattoni, c'è lo zolfo che il Gran Cornuto solleva in quantità industriale, ci sono poche terribili sequenze di violenza inaudita nascoste bene nei meandri di una narrazione non così scontata o banale.
La cosa che possiamo imputare però a questo film è una certa mancanza di coraggio , di evoluzione stilistica tenendo in considerazione il notevole exploit di The Pact.
E' come se McCarthy avesse avuto paura di rischiare e ha costruito due film che trattano tematiche superinflazionate nel genere horror ( case infestate nel primo caso, case infestate e possessioni demoniache nel secondo caso), ma che in un certo senso arrivano a specchiarsi tra di loro , è vero che hanno una continuità stilistica apprezzabile ma d'altra parte è innegabile che il regista non ha mostrato una grande evoluzione rispetto a The Pact, magari più acerbo stilisticamente ma anche più di impatto.
At the devil's door a tratti dà l'impressione di bearsi della propria costruzione, piuttosto complessa per trattarsi di un horror, quasi volesse aspirare a essere cinema altro, ma è apprezzabile comunque il non mostrare mai ( o quasi, ridicola la sequenza dell'ecografia, già vista per altro), il vero protagonista di tutto il film.
Il Diavolo.
McCarthy comunque ha un modo di girare che ha poco da spartire con quello dei colleghi di genere;: il ritmo non subisce mai impennate, le sequenze non sono martoriate da un montaggio triturante, mostra sempre un certo interesse nel tratteggiare e la quotidianità nuda e cruda, per evidenziare meglio le sue perturbazioni.
Non ha bisogno di ragazzini decerebrati che vanno nella casa tra i boschi o di bambolotti assassini.
Gli bastano anche una donna e una bambina che parlano all'interno della loro automobile.
Per fare paura basta anche far recitare qualche versetto dell'Apocalisse a quella bambina....

PERCHE' SI : apprezzabile continuità stilistica con The Pact, capacità nel creare un clima ansiogeno come pochi, non ci sono spiegoni trituranti,,,
PERCHE' NO : struttura narrativa insolitamente complessa che potrebbe allontanare qualche fan indefesso del genere horror, mancanza di evoluzione rispetto al primo film, impressione di un certo autocompiacimento..

( VOTO : 6,5 / 10 )

 At the Devil's Door (2014) on IMDb

lunedì 20 ottobre 2014

This is England ( 2006 )

1983 : il giovane Shaun dopo una lite incontra una banda di skinheads in un sottopassaggio. Diventa la sua banda , cambia acconciatura, modo di vestire, finalmente le ragazze lo guardano.
Tutto questo finché nella sua vita irrompe Combo,appena uscito di prigione,  naziskin disadattato, violento e sessista, con idee razziste che si rivelano di un certo fascino per il giovane adolescente che ha perso il padre nella guerra delle Falklands.
Intanto attorno a loro tutto un Paese sta cambiando e noi vediamo tutto questo dalla prospettiva di Shaun e da quella della sua scombiccherata compagnia....


What have we done, Maggie what have we done?
What have we done to England?
Should we shout, should we scream
"What happened to the post war dream?"
Oh Maggie, Maggie what have we done?

(Pink Floyd-The post war dream-)


La storia del piccolo Shaun (Thomas Turgoose), neanche dodici anni , sembra quella di ogni teen ager non esattamente baciato dalla fortuna alle prese con un ambiente difficile come la scuola pubblica.
Sbeffeggiato da tutti trova rifugio in un gruppo di skinhead capitanati da Woody.
La vita scorre tranquilla e uguale a se stessa nello sfacelo sociale creato dal thatcherismo.
Per Shaun,che ha perso il padre nella guerra delle isole Falklands, il gruppo diventa il vero punto di riferimento che gli manca, un padre putativo.
La madre è troppo lontana sia fisicamente che come mentalità.

Nel paesino inglese non succede nulla di nulla, passeggiate, scherzi e pomeriggi al bar a cazzeggiare e a farsi notare con le proprie divise, camicie a scacchi, scarponi e bretelle.
Finché ritorna Combo,amico di Woody, dopo 3 anni e mezzo di galera.
Ritornano soprattutto le sue idee fasciste che ottengono l'unico scopo di spaccare il gruppo che così armoniosamente era stato assemblato. Le sue idee che lui chiama nazionaliste fanno presa anche su Shaun che ha bisogno di credere che il padre non è morto invano.
Ma Combo è un pazzo furioso, drogato e razzista e il suo amico Milk ne farà le spese in un raptus di violenza animalesca.
Shaun che da skinhead stava diventando un naziskin riesce a fermarsi appena in tempo, intraprende il percorso opposto rifiutando la guida di Combo e buttando i mare quella bandiera inglese che gli aveva regalato come simbolo estremo di nazionalismo.
Amore patrio si ma non pulizia etnica.
Meadows ha una misura ammirevole nel tratteggiare il personaggio di Shaun,piccolo ma sveglio e in costante ricerca di una figura paterna che non avrà più.

Ed è abile nel descrivere la vita senza prospettive dei giovani di inizio anni 80 in una nazione schiacciata da una parte da una guerra che non vuole nessuno, dall'altra da una crisi economica e sociale impressionante. 
Questa è l'Inghilterra che la Thatcher non avrebbe mai voluto far vedere, il quadro desolante che ne abbiamo  arriva a essere inquietante.
Meadows si dimostra un Loach più arrabbiato in questo film dalle evidenti connotazioni autobiografiche in cui i vari personaggi sicuramente sono ricalcati sui suoi indelebili ricordi di infanzia.
E ne guadagnano: sono vivi, vitali, a tutto tondo, spontanei.le sequenze vere dei soldati che ritornano dalla guerra suonano come un ultima silenziosa protesta per una guerra assurda. 
In altre parole This is England ...the real England....
Questo film uscito nel 2006 ci ha messo solo cinque anni per arrivare (/ fugacemente) sugli schermi italiani nella canicola agostana del 2011.
Un'altra vergogna gentilmente fornita dalla nostrana distribuzione.
Dato il successo di critica e di pubblico , Meadows ha continuato a raccontare le storie di Shaun e dei suoi amici nelle miniserie televisive This is England '86 e This is England '88, rispettivamente del 2010 e del 2011 mentre è in fase di produzione This is England '90 che passerà alla tv inglese nel 2015.


Il film è dedicato a Sharon Turgoose,madre di Thomas Turgoose morta di cancro a soli 41 anni appena dopo l'uscita del film.

PERCHE' SI: Meadows al suo meglio, lucido e arrabbiato, attori colti al massimo della loro spontaneità
PERCHE' NO : per qualcuno Meadows è un Ken Loach dei poveri, ancora più estremista , non adatto a tutti i palati...

( VOTO : 8 / 10 ) 

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domenica 19 ottobre 2014

Psycho Mentary ( 2014 )

Rapiscono la figlia del senatore Silvestri e il rapitore, mascherato con becco d'uccello, chiede la somma di un milione di euro per non ucciderla. Il caso è affidato al capitano Brunetti del Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri. Una volta pagato il riscatto tramite bonifico su banca svizzera , il rapitore alza improvvisamente la posta.
Ora vuole dieci milioni di euro in quanto ha dieci ostaggi con sé e se non accettano le sue condizioni le persone rapite cominceranno a morire.
Quando scade il primo ultimatum il sequestratore fa addirittura scegliere al capitano Brunetti chi uccidere e la scelta ricade su un immigrato rumeno e una prostituta.
Il gioco del sequestratore è chiaro ma il capitano deve stare alle sue regole.
E , quando verrà rapita sua figlia di due anni, capirà che la risposta a tutte le  domande è nascosta nel suo passato....
Nonostante uno sia rimasto scottato dalle ultime esperienze di cinema horror in Italia, notorio Paese in cui pare che si girino solo commedie, un giorno arriva un dvd di un film di cui non hai mai sentito parlare ad opera di una giovane regista e quando ti metti a vederlo esclami " Finalmente!!!"
E già , finalmente.
Ecco un horror italiano che può dire la sua anche in ambito internazionale anche se è girato con un pugnetto di euro, anche se occhieggia a capisaldi del genere ancora insuperati ( vedi Saw) anche se flirta continuamente e pericolosamente col sottogenere horror più amato/odiato qui a bottega, quel found footage che ha creato tanti abomini passati su questi schermi.
Luna Gualano dimostra invece un'intelligenza non comune nel rielaborare gli stilemi del genere , evita le trappole del torture porn fine a se stesso o del found footage abulico in cui non succede mai nulla e , dall'alto di una sceneggiatura di invidiabile precisione, orchestra un gran balletto orrorifico in cui si diverte un mondo a suggestionare uno spettatore tra sangue e ironia, tra l'orrore , quello vero di quando ti toccano gli affetti più cari , e il revenge movie made in Korea, tra il puro meccanismo filmico e la perversione della reazione che esso provoca .
Esemplificativa in questo senso è una sequenza che pur in assenza in effetti speciali ( a parte un'escissione anatomica da un cadavere) svela quanto Psycho Mentary voglia giocare con le reazioni dell'inerme spettatore.
Parlo della sequenza in cui il rapitore, infiltratosi nella mensa del comando dei Carabinieri,  serve con la massima noncuranza hamburger di carne umana all'ignaro capitano Brunetti.
Cosa che crea orrore e disgusto in chi guarda senza per questo sprecare una goccia di sangue.
E questa ironia di fondo si avverte anche nella scelta, decisamente poco ovvia delle musiche che vanno dal Piotta a elementi dell'underground romano che danno sempre un tocco di dissonanza con quello che sta passando sullo schermo.
Altro fattore importante è il recupero della valenza sociale del genere horror: senza spoilerare troppo  diciamo che è difficile non essere d'accordo con le istanze del rapitore che saranno chiare quando svelerà interamente il suo gioco.
Si evita il gioco dell'immedesimazione, perché farsi giustizia da soli non è mai la soluzione, ma si ha per lui la stessa comprensione che si può avere per il capitano Brunetti quando gli vengono toccati gli affetti più cari.
E in fase di scrittura , quel sacrificare un immigrato rumeno e una prostituta, esempio di reietti del tessuto sociale odierno, al posto della figlia di un senatore, è triste ma vero.
Le vita non hanno tutte il medesimo valore, c'è chi vale di più e chi di meno, anche se non dovrebbe essere così.
Psycho Mentary è un horror che sfuma nel thriller e viceversa, non è interessato allo stravaso ematico fine a se stesso ma solo al suo meccanismo di specchiata precisione.
A Luna Gualano non interessano le secchiate di sangue e ciò si evince anche dal modo veloce , quasi indolore, con cui vengono risolte le sequenze dei due omicidi, senza inutili orpelli o sottolineature maldestre.
C'è molto più spazio per l'escissione anatomica degli organi interni, per farne hamburger o per farne un pacco regalo da far recapitare al capitano Brunetti.
Il film di Luna Gualano sembra essere più focalizzato sulla molteplicità delle fonti di visione che si alternano durante il film.
Sequenze girate in modo tradizionale , intervallate  a soggettive abbastanza inquietanti e ad altre rubate dalle telecamere nascoste impiantate dal rapitore nell'ufficio del capitano in modo da conoscerne in anticipo tutte le mosse in un crescendo che mostra alla fine tutto il suo perverso filo logico.
Perché è tutto logico, fila tutto alla perfezione, ripeto, addirittura si arriva a essere comprensivi con le istanze del rapitore.
Inoltre Psycho Mentary non si sgonfia nel finale come succede alla quasi totalità degli horror, anzi nel finale tira fuori le sue armi migliori, quell'orrore che ti prende alla gola in una morsa e ti attanaglia lasciandoti un estremo disagio anche dopo i titoli di coda.
Un plauso anche agli attori , veramente validi, cosa assolutamente non scontata in una produzione dal budget risicato come questa.
Psycho Mentary piace e anche parecchio essendo la dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che si può fare dell'ottimo cinema anche avendo pochi soldi a disposizione.

PERCHE' SI : finalmente un horror italiano valido, recupero istanze sociali del genere, regia volitiva che sfrutta elegantemente i molteplici punti di visione, cast all'altezza, musiche che danno un tocco ironico-
PERCHE' NO :   può non piacere il genere found footage...

 ( VOTO : 7 + / 10 ) 

sabato 18 ottobre 2014

22 Jump Street ( 2014 )

Gli agenti Schmidt e Jenko sono di nuovo insieme anche se la missione precedente era terminata con la fuga dello spacciatore Ghost a cui stavano dando la caccia.
Trasferiti nella nuova sede di 22 Jump Street, in una chiesa vietnamita esattamente di fronte alla sede precedente, anche  stavolta devono indagare sul traffico di una nuova droga sintetica chiamata WhyPhy e per farlo stavolta devono infiltrarsi come studenti in un college locale.
Quando Schmidt conosce una focosa studentessa e Jenko diventa parecchio amico di un giocatore di football , la loro amicizia diventa a rischio, così come la missione.
Ma non tutto è perduto e una vecchia conoscenza del passato farà capolino ancora una volta....
Sequel di un film che non ho trovato particolarmente irresistibile, quel 21 Jump Street ampiamente dimenticabile, ispirato a una serie televisiva anni '80 di cui ho solo vaghi ricordi, 22 Jump Street continua nell'alveo tracciato dal precedente e testimonia ancora una volta la mancanza di voglia di rischiare dei produttori hollywoodiani che investono ormai solo in progetti ritenuti sicuri ( il primo aveva ben incassato e questo sequel, film da 50 milioni di budget  , ha incassato ancora meglio del predecessore, quindi aspettiamoci un terzo capitolo, sperando che non si arrivi al numero di sequels immaginato negli spassosi titoli di coda ) e soprattutto anche abbastanza comodi perché le meningi non si spremono più di tanto nella caratterizzazione di nuovi personaggi.
Schmidt , Jenko e il capitano caricato a pallettoni interpretato da Ice Cube, tornano tali e quali e anche la vicenda offre pochi spunti nuovi rispetto a quanto fatto in precedenza.
Eppure le differenze, seppur minime ci sono e , bisogna ammettere, sono funzionali e migliorative .
La sceneggiatura stavolta non si focalizza sul cercare l'alchimia tra i due personaggi, nè sulle loro differenze anatomiche ( anche se non si vuole essere per forza lombrosiani le rispettive anatomie sono molto esplicative sui personaggi...) ma si incentra sull'eventuale crisi della loro amicizia messa a dura prova dagli eventi che li "distraggono".
E ci vuole una bella dose di ironia per far passare uno come Jonah Hill. non precisamente l'epitome del fascino maschile, come impenitente sciupafemmine, anche di quelle sbagliate, mentre il gioco è abbastanza facile su Tatum e sulla sua amicizia con il giocatore di football che si tinge di spiritose allusioni.
L'impressione di questo secondo capitolo è che sia stato realizzato più scientemente, con maggior consapevolezza e che abbia una struttura più definita e curata.
Insomma sembra più centrato anche se più che un sequel si ha l'impressione di guardare a una copia fotostatica dell'originale , magari un po' meno sfocata di quanto fosse il primo film.
Diciamo che come sequel ha i suoi pregi e i suoi difetti ma almeno non delude come fa di solito la maggior parte dei seguiti.
Anzi qui si ha l'impressione che gli autori si divertano a giocare su questi clichet per cercare di spiazzare lo spettatore con una matassa intricata di intrigo poliziesco ( ma di grana grossa, grossissima, diciamo che non passerebbe l'esame di un giallista dilettante), di relazioni personali complicate e di idiozie assortite.
Soprattutto di idiozie assortite che cercano di rendere il film più divertente di quanto fosse il primo e in un modo o nell'altro ci riescono in un gioco reiterato di citazioni e allusioni al reale che permettono di intravedere sempre Hill e Tatum all'interno dei loro personaggi e di vedere quanto si divertano nel giocare nei loro rispettivi ruoli.
Forse più degli spettatori ma , visto il livello del primo film, non eccelso, non c'è assolutamente da lamentarsi.
Tra 21 Jump Street e 22 Jump Street si sceglie sicuramente il secondo anche se il primo è in una certa misura propedeutico e citato spesso.
Certo da qui a parlare di bel film ce ne passa e anche parecchio ma questo sequel qualche risata la strappa , ottimo per una visione estiva ( o anche ottobrina visto che qui stiamo ancora a 30 gradi o giù di lì) stando bene attenti a spegnere i neuroni per evitarne l'uso.
Avvertenza per i naviganti: chi non ha visto il primo capitolo si perderà parte del divertimento e non coglierà le numerose citazioni .
Da non perdere assolutamente i titoli di coda.

PERCHE' SI : raro esempio di sequel migliore dell'originale, si gioca e non ci si prende sul serio, Hill, Tatum e Ice Cube collaudatissimi
PERCHE' NO : alcune gags girano a vuoto, chi non ha visto il primo capitolo si divertirà la metà, ancora un film tratto da una serie televisiva senza il bisogno di ideare nuovi personaggi...

( VOTO : 6 / 10 )

 22 Jump Street (2014) on IMDb

venerdì 17 ottobre 2014

Boy A ( 2007 )

Jack Burridge è un giovane rilasciato dopo aver trascorso molto tempo in prigione. Gli è stata data una nuova identità. un appartamento modesto da cui ripartire e un lavoro di magazziniere. Il tutto controllato da un tutore che diventa una sorta di padre putativo per lui.
Jack è timido, incerto, esitante ma riesce a trovarsi delle amicizie e addirittura comincia una storia con una ragazza , Michelle, segretaria nel magazzino in cui lavora.
Un giorno assieme a un collega vede una macchina uscita fuori strada e sprezzante del pericolo salva una bambina che vi era rimasta imprigionata dentro.
Diventa un eroe ma tutto questo fa ritornare a galla il suo innominabile passato, stroncando praticamente il suo futuro....
Boy A di John Crowley è un film tratto dall'omonimo romanzo pubblicato nel 2004 da Jonathan Trigell ispirato a sua volta all'efferato omicidio del piccolo James Bulger, avvenuto a Liverpool nel 1993 , ad opera di due bambini di poco più di 10 anni ( potete approfondire la storia qui ).
Il titolo si riferisce alla locuzione con cui vengono indicati i minori a processo ( per quel crimine terribile Boy A e Boy B ) al fine di proteggerne l'identità in vista di un loro possibile reinserimento sociale.
La storia di Jack, sappiamo subito che non è il suo vero nome, ma se lo è scelto, ci viene illustrata man mano che passano i minuti utilizzando diversi flashback che mettono in parallelo la sua vita, anche banale se vogliamo di ora, con quella vissuta nella sua preadolescenza, caratterizzata da una grave malattia della madre e dalla depressione del padre.
Tutto questo contribuì a farlo sentire abbandonato a se stesso e nel contempo trovò l'amicizia di Philip, un vero e proprio piccolo disadattato, bulletto di periferia insofferente alle regole e alla scuola.
Boy A racconta una storia che già da sola farebbe tremare le vene nei polsi, ma oltre a questo mette in campo tematiche importanti come il possibile recupero sociale dopo un errore tremendo commesso in un passato che si vorrebbe dimenticare all'istante.
Jack è pronto a intraprendere una nuova vita pur annichilito dai fantasmi di un passato che probabilmente lo tormenterà per tutta la vita ma vuole disperatamente ripartire da zero , o meglio da quel poco ( anche se un appartamento e un lavoro seppur entrambi modesti non è assolutamente poco ) che l'assistente sociale Terry ( un sempre bravo Peter Mullan) è riuscito a procurargli.
Jack è fragile come un cristallo, un cucciolo appena nato che ancora deve imparare come è fatto il mondo e Terry cerca di insegnarglielo con la sua umanità e la sua esperienza.
A costo di dimenticare i suoi cari, sacrificati all'altare della missione di recuperare disadattati.
Già basterebbe trattare queste tematiche per nutrire interesse in un film come questo, a suo modo di denuncia, ma a questo dobbiamo aggiungere una regia misurata e sensibile da parte di Crowley che si prende tutto il suo tempo per fare un ritratto a tutto tondo di Jack e soprattutto un'interpretazione intensa di Andrew Garfield, catturato in un'invidiabile spontaneità, prima del suo successo planetario e della palestra che lo ha fatto diventare il nuovo Amazing (non tanto)  Spiderman.
Garfield col suo fisico segaligno, i suoi denti un po' storti e la zazzera incolta ci regala il ritratto di un travaglio interiore come pochi in un personaggio timido e balbettante, impaurito di sbagliare un'altra volta, quella definitiva.
Ma Boy A è anche una critica neanche tanto velata al potere distruttivo dei mass media, a quanto possa essere difficile dimenticare un passato così ingombrante anche da parte di una società cieca e sorda di fronte al possibile recupero sociale di un ragazzino, un mostro acefalo che seppellisce nel passato ma non dimentica, facendo uscire tutto alla prima occasione.
Jack è schiacciato inesorabilmente da tutto questo e vede una sola soluzione possibile, trovandosi in totale solitudine e allontanato da tutti, almeno così gli sembra.
Jack è la vittima sacrificale di una società che ha già dato la sua sentenza definitiva, è prigioniero a vita dell'errore che ha commesso nel passato.
Vittima sin dall'inizio, sin da quando ha incrociato sulla sua strada Philip.
Anche se per qualcuno è un angelo.
Pur ispirato a un terribile fatto di cronaca, il film se ne affranca indugiando sulla figura di Jack, lontana da quella reale degli assassini di Jack Bulger, regalando allo spettatore un ritratto intenso e credibile grazia anche alla ottima performance di Garfiled.
Praticamente sconosciuto in Italia dove è uscito alla chetichella in dvd nel 2009, inizialmente pensato come film televisivo ma poi rilanciato in sala dopo un passaggio alla Berlinale del 2008 e i premi vinti ai BAFTA ( i premi della televisione britannica) dello stesso anno, a testimonianza di come sia sottile in Inghilterra la distanza che separa la qualità della fiction televisiva e il cinema.
Facendoci sentire ancora una volta terzomondo cinematografico.

PERCHE' SI :tematiche importanti, ottima performance di Andrew Garfield prima della "cura" americana, buonissima regia
PERCHE' NO : astenersi fanatici del lieto fine e astenersi allergici dei film costruiti attraverso i flashback.

( VOTO : 7,5 / 10 )

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giovedì 16 ottobre 2014

Seria(l)mente : Penny Dreadful ( Stagione 1, 2014 )

Provenienza : USA, Irlanda, UK
Produzione : Showtime, Netflix, Desert Wolf, Neal Street
Puntate : 8 da 55 minuti cadauna

Ethan Chandler , un americano molto abile con la pistola che campa facendo spettacoli quasi fosse un Buffalo Bill dei poveri, viene avvicinato dalla signora Vanessa Ives assieme al signor Malcolm McMurray, una volta esploratore, ora un po' in là con gli anni ma sempre nel pieno dell'efficienza fisica, per un lavoro facile facile della durata di una sola notte. Servono le sue pistole per andare a recuperare la figlia di McMurray, Mina, tenuta prigioniera contro la sua volontà.
Accanto a loro ci sono anche il maggiordomo Sembene e un giovane dottore, Viktor Frankenstein, che ha l'ossessione di vincere la morte.
Recuperare Mina non è semplice , loro sono attaccati da orde di non umani, vampiri sembra, e il tentativo va a vuoto.
Ethan comunque sposa la causa di Vanessa e Malcolm, ha una storia con una prostituta tubercolotica di nome Brona che decide di concedersi a lui dopo aver fatto sesso con un bel damerino londinese, tal Dorian Gray che seduce anche Ethan e Vanessa in momenti diversi.
Frankenstein è perseguitato dalla prima Creatura a cui è riuscito a dare vita , un mostro che conosce solo desiderio di vendetta e squallore e l'inseguimento di Mina finirà nelle viscere del teatro Grand Guignol, con annessa sorpresa finale....

I Penny Dreadful erano quei romanzacci da poco prezzo ( erano venduti al prezzo di 1 penny) che raccontavano, spesso alla rinfusa, storie di vampiri, licantropi e mostri assortiti con elevato dispiego di particolari truculenti.
La stessa cosa che succedeva in ambito teatrale col Grand Guignol che viveva proprio di omicidi, squartamenti e altre amenità varie con il solo scopo di shockare lo spettatore investendolo , se possibile, di effettacci e secchiate di sangue finto.
La serie tv Penny Dreadful , ideata e sceneggiata interamente da John Logan, al debutto nelle serie televisive dopo una carriera spesa interamente scrivendo per il cinema ( gli ultimi Bond per esempio, ma anche Il gladiatore, The Aviator, Hugo Cabret e Sweeney Todd , tra i numerosi altri), trasporta di peso questo immaginario in una Londra vittoriana ricostruita con grande eleganza e dispiego di mezzi .
Confesso che all'inizio c'è anche un po' di smarrimento: dopo l'ottimo episodio pilota, veramente avvincente, si è un po' storditi dalla comparsa successiva di tutte creature dell'immaginario orrorifico, dai vampiri a Frankenstein e poi ti compare anche un certo  Dorian Gray, bello e libertino come prescritto dalle pagine immortali di Oscar Wilde.
Ecco, quando compare il bel damerino inglese mi è quasi sembrato di essere vittima di una supercazzola horror antani come se fosse blinda da parte dello sceneggiatore.
Anche perché , diciamolo, la storia della ricerca ossessiva di Mina che percorre orizzontalmente tutta la serie , evidentemente non è l'interesse principale da parte di chi l'ha scritta, anche perché in fondo viene risolta molto velocemente, quasi con fretta eccessiva.
Quello che conta in Penny Dreadful è la storia pregressa dei vari personaggi in campo, il loro passato ricco di inestricabili misteri e non è un caso che le puntate migliori siano quelle rivolte al passato, quelle nel presente non hanno lo stesso fascino perché prive di una struttura portante solida e avvincente.
Quello che colpisce di questa serie coprodotta tra USA, UK e Irlanda non è tanto il quadro complessivo , quanto la cura per il particolare, l'elevata qualità della ricostruzione storica, le scenografie ricche ma non pacchiane, la fotografia che rende al meglio quell'atmosfera grigia e un po' decadente della Londra vittoriana, una metropoli che non si cura neanche di nascondere il marcio che è nel suo ventre molle.
Un plauso alla sempre più impegnata e impavida Eva Green: le  è toccato in sorte il personaggio più ambiguo e affascinante di tutta la serie a cui lei si immola anima e soprattutto corpo.
Passa con grande disinvoltura dalla sensualità che tutti ( o quasi) le riconosciamo per via delle sue curve generose a un aspetto di ossuta sofferenza , quando imbruttita e smagrita mostra i sintomi della possessione ( un 'altra delle puntate cardine della serie) e un plauso anche a chi ha pensato di recuperare dall'oblio un fisicamente tostissimo e sempre valido Timothy Dalton ( sembra non essergli passato un anno eppure il tassametro corre ed è arrivato a 70, non è che è lui il vero Dorian Gray e ha un quadro nascosto da qualche parte) oltre a un Josh Hartmett uscito da un po' di tempo dal giro delle grandi produzioni.
Non sarà convincente per come è strutturata, alla fine questa prima stagione è abbastanza interlocutoria per come si limita a farci conoscere i vari personaggi in campo, ma Penny Dreadful è un qualcosa che appaga veramente l'occhio.
Appassionerà a fasi alterne ma è fottutamente bella da vedere.
E per questa prima stagione credo che mi basti e mi avanzi.
Già in lavorazione una seconda stagione da dieci episodi che promette faville.

PERCHE' SI : elevata cura per i particolari, per le scenografie e per le ricostruzioni storiche, ottimo cast, Eva Green su tutti, bella da vedere.
PERCHE' NO : la storia della ricerca di Mina è poco più di un pretesto, interessante più il pregresso dei personaggi che il loro presente, stagione interlocutoria che presenta tutti i personaggi in campo.

( VOTO : 7 + / 10 ) 

Penny Dreadful (2014) on IMDb

mercoledì 15 ottobre 2014

Liberaci dal male ( 2014 )

Iraq , 2010: una pattuglia di soldati americani entra in una grotta e qualcosa di strano avviene a sentire le loro urla.
New York , 2013 : il detective Ralph Sarchie interviene al suo collega Butler per quella che viene catalogata come una lite tra coniugi. Arrivati lì, lei mostra segni inequivocabili di percosse, lui resiste all'arresto e cerca di fuggire. Quando lo prendono si accorgono che ha le unghie che sanguinano.
Altro caso quasi in contemporanea: una mamma butta suo figlio piccolo nella fossa dei leoni che fortunatamente sono chiusi da un'altra parte in preda a una strana agitazione , mentre la donna sta scavando nel terreno a mani nude.
La arrestano ritendendola pazza ma interviene un prete abbastanza sui generis, Mendoza, che assicura sulla sua sanità mentale e afferma che la donna è posseduta da un demone.
Intanto Ralph, Butler e Mendoza cominciano a dare la caccia a uno strano tipo che sembra implicato nei due fatti menzionati.
Una caccia senza esclusione di colpi  e che costringerà Ralph a mettere sul piatto i suoi affetti più cari, la moglie e la figlia.
Probabilmente sono uno dei pochi che ha storto la bocca di fronte al precedente film di Derrickson, quel Sinister che ha avuto un buon successo di pubblico e di critica e non sono arrivato a questa visione col massimo delle aspettative.
Poi però vedo il cast e qualcosa mi intriga: c'è Eric Bana , uno che potrebbe essere un divo di prima grandezza e invece si è sempre distinto per scelte molto personali per quanto riguarda i film ( oppure semplicemente ha un agente che non sa fare il suo lavoro e gli consiglia i film sbagliati, non di cassetta), c'è un irriconoscibile Sean Harris, star della favolosa miniserie inglese Southcliffe ( se interessa ne abbiamo parlato qui ) e poi soprattutto c'è Edgar Ramirez, favoloso attore venezuelano star assoluta di Carlos ( ne abbiamo parlato qua ) , capolavoro, almeno per quanto mi riguarda, del grande Assayas.
E poi non mi dispiaceva nemmeno la commistione tra inferno metropolitano, direi quasi scorsesiano, se l'aggettivo non fosse abusato e spesso anche a sproposito, un qualcosa di concreto e terribilmente reale, e inferno mediato da una distorta visione religiosa.
E allora come fa a non venire in mente Scorsese e tutti i suoi dilemmi religiosi soprattutto nel bellissimo Mean Streets?
Ma a Derrickson non interessa tanto questo: la religione credo che non sia un tema che gli sia troppo caro , almeno a quanto si vede in questo film.
A lui interessa mescolare due generi che sembrano così antitetici tra di loro come il thriller urbano e l'horror.
In questo ha una visione molto pragmatica: gli interessa il meccanismo filmico, far funzionare il film.
Ci riesce? Non ci riesce?
A mio parere non troppo : se dal punto di vista figurativo ci troviamo di fronte a un buon prodotto grazie in particolar modo  alla fotografia desaturata e plumbea di Scott Kevan che ricorda non poco quella di Seven con una New York livida e minacciosa, vista dalla prospettiva dei suoi vicoli più bui e malfamati , Derrickson non riesce a far compenetrare le due anime del film soprattutto perché quello che dovrebbe essere  il trait d'union tra le due componenti che caratterizzano la pellicola , il personaggio di padre Mendoza, è uno dei personaggi più deboli, una specie di prete rock esperto di esorcismi , che fuma come una ciminiera e beve come una vecchia spugna.
Forse un po' troppo e tutto insieme per essere un prete, seppur apostata.
 A Derrickson,coautore anche della sceneggiatura , ispirata al libro scritto dal vero Ralph Sarchie ( un vero detective del Bronx che ha scritto un libro sui casi a cui ha lavorato fin quando è rimasto nella polizia, vicende che spesso sconfinavano nel soprannaturale) interessa  contrapporre il concetto di male relativo, quello che può essere messo in atto dall'uomo a quello di  male assoluto, quello che ha una genesi che proviene da una dimensione altra.
Ma si limita a enunciarle senza entrare troppo nei particolari, rimane in superficie, del resto in un film prodotto da Jerry Bruckheimer non ci aspetteremo mica approfondimento psicologico?
Liberaci dal male ha l'acre sapore di una bella occasione mal sfruttata: un film potenzialmente tellurico che si rivela una specie di soufflè che si sgonfia appena uscito dal forno, una compilazione di avvenimenti in serie con un gran finale dedicato addirittura a un esorcismo in piena regola.
Un prodotto confezionato in modo più che adeguato ma che al suo interno racchiude il nulla o quasi.
Ed arriva alla soglia delle due ore.
Troppo anche per il più indulgente degli spettatori.

PERCHE' SI : ottima fotografia, bel cast, tentativo di operare una commistione tra due generi antitetici come il thriller urbano e l'horror
PERCHE' NO : troppo lungo e dispersivo, manca il mistero e l'approfondimento psicologico, il prete recitato da Mendoza, sarà pure apostata, ma ha troppi vizi per essere un prete.

( VOTO : 5 / 10 )

 Deliver Us from Evil (2014) on IMDb