I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

mercoledì 19 giugno 2013

Paulette ( 2012 )

Paulette è vedova da diverso tempo e vive in un casermone della periferia di Parigi, proprio in mezzo alla banlieue . E' povera, la pensione non le basta, le bollette arretrate da pagare aumentano ogni giorno di più, il rapporto con la figlia è teso ( eufemisticamente parlando) a causa del genero che ha l'unica colpa di essere nero e anche col nipote le cose non vanno tanto.Paulette è addirittura costretta a rovistare nei cassonetti per procurarsi del cibo, finchè non ha un'idea luminosa: perchè non mettersi a spacciare droga, lei che è un'insospettabile nonnetta? E che problema c'è se il genero , che è poliziotto, sta indagando sugli spacciatori che infestano la zona in cui vive la suocera? 
All'inizio son problemi ma poi il business , grazie ad alcune brillanti, nonchè casuali idee di marketing , progredisce inesorabilmente...
Da qualche anno a questa parte la crisi economica globale ha condizionato la vita di parecchi: e pare che è diventata un fertile terreno di ispirazione per gli sceneggiatori che ne stanno scrivendo a tutte le latitudini.
Paulette è la classica commedia, mediamente immorale , che è figlia della crisi. Se è vero che il cinema in qualche modo riesce sempre a raccontare la società, allora il film di Jerome Enrico, ispirato non si sa quanto a una storia vera, è lo specchio di una difficoltà sempre crescente in strati sempre più ampi della popolazione,
E racconta un modo un po' creativo per uscirne.
Paulette è una sorta di Grace ( dell'omonime erba di un famoso film inglese ) della banlieue parigina ma a differenza della sorellastra inglese è quanto di più lontano dalla simpatia che può ispirare una vecchina in difficoltà in tutti i sensi come lei.
E' arrogante, proterva, razzista, prevaricatrice, cerca sempre la furbata per ottenere quello che vuole( ma alla fine è sempre una guerra tra poveri).
Ispira istintiva antipatia un po' come uno Scrooge dickensiano.
Anche se è chiaro da subito che sotto quella scorza all'apparenza inscalfibile,è nascosto un cuore di panna....
E anche quando entra nelle grazie dello spacciatore a cui riesce a smerciare kili e kili di roba, non cambia per niente.
Eppure la parabola di "Nonna spinello", come viene affettuosamente chiamata dai suoi clienti, è abbastanza incline allo stereotipo, al cinema ne abbiamo visti tanti di spacciatori improbabili e di torte alla marijuana che provocano effetti "simpatici".
Il film di Enrico però non si ferma qui e comunque vuole veicolare un messaggio seppur nascosto dietro una narrazione dal ritmo sostenutissimo e con l'ausilio di  situazioni che spesso vanno oltre il limite dell'assurdo: la placida, si fa per dire, vecchietta si accorge che  quanto più si impegna nel business tanto più è consapevole di vivere una vita sbagliata.
E così la media immoralità di cui sopra (  media perchè Paulette spaccia hashish che sembra quasi un prodotto medicamentoso e poi i suoi clienti sembrano tutti sballoni simpatici ) diventa moralismo in un film che veicola un messaggio di coesione sociale e non quello dell' incattivimento xenofobo legato alla povertà di cui Paulette era protagonista all'inizio.
La protagonista , Bernadette Lafont , riempie da sola tutta la scena  ben coadiuvata da un coro di personaggi secondari tratteggiati sbrigativamente ma decisamente adatti per mettere carburante nel motore comico del film.
Perchè questo è un film che fa ridere e anche parecchio. Fa ridere della crisi e delle difficoltà che viviamo ogni santo giorno.
Il guaio è che dopo un'ora e mezza scarsa finisce: dopo aver riso di gusto si esce dal cinema col sorriso a increspare le labbra e come per un incantesimo malefico ci si accorge che c'è ben poco da ridere.
Ma almeno per un'ora e mezza abbiamo dimenticato.

( VOTO : 7 / 10 )


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martedì 18 giugno 2013

Peppermint Candy ( 1999)

Yong Ho , quarantenne un tempo di successo, partecipa a una riunione di vecchi compagni di scuola in riva la fiume Han e comincia a dare in escandescenze. Arrivato alla vicina ferrovia si mette in mezzo ai binari e mentre sta arrivando il treno urla che vuole tornare indietro.
E il film lo fa: in una serie di successivi flashback partendo da episodi più recenti della vita di Yong Ho fino ad arrivare al 1979, anno di un'analoga riunione degli stessi studenti sempre nello stesso posto in riva al foume Han, Peppermint candy narra venti anni della vita del protagonista ma soprattutto l'ultimo ventennio di storia coreana.
Ci sono diverse cose che colpiscono di Peppermint candy, tassello di bellezza cristallina da inserire nella carriera luminosa del grande Lee Chang Dong.
La prima cosa che salta all'occhio prima delle altre è il modo in cui viene gestita la scansione temporale. Il film è narrato all'indietro diviso in vari capitoli, ognuno col proprio titolo, che partono dal 1999 e finiscono nel 1979. Gli ultimi due capitoli sono speculari in quanto si tratta in entrambi i casi di una gita al fiume Han di un gruppo di amici, una classe scolastica ripresa ai tempi felici della scuola e venti anni dopo con un tono più malinconico per il tempo che è passato e ha lasciato il suo segno e per la tragedia che incombe.
Infatti uno di loro, Yong ho, si mette sulle rotaie in attesa che un treno lo investa.
Il film comincia proprio dalla sua fine e ci svela capitolo dopo capitolo la sua triste vicenda.E con la sua storia Lee Chang Dong narra la storia della Corea alla faticosa ricerca di una vera democrazia.
La vita di Yong Ho procede all'indietro sul filo della memoria in una sorta di recherche proustiana. L'uomo che troviamo all'inizio del film è confuso, annichilito dalla vita e dalle delusioni, un uomo sconfitto e disperato. Quello che troviamo alla fine del film è un giovane pieno di speranze che procedendo col tempo ha modo di sporcarsi mani e coscienza con atti deprecabili vestendo i panni del tutore della legge e non disdegnando i metodi forti del regime.
La divisione in capitoli è visivamente segnalata dalla sequenza presa da una coda di un treno che va all'indietro. In realtà se si guardano solo le rotaie c'è l'illusione di andare avanti ma a lato delle rotaie le automobili, le persone, gli animali che si stanno muovendo lo fanno all'indietro rivelando questo piccolo artificio.

 Accanto a questa sequenza ci sono un altri fil rouges emotivi che ci accompagnano per tutto il film: l'amore straziante e martoriato con Sun-Im (l'unica donna di cui Yong Ho si sia mai innamorato anche se quando ha avuto occasione lui non ha esitato ad umiliarla e quindi lei ha sposato un altro), le caramelle alla menta piperita del titolo che ritroviamo costantemente e un altro simbolo della memoria del protagonista cioè una macchina fotografica che le ha fatto avere Sun Im attraverso il marito ( lei è in ospedale malata terminale).
In realtà il simbolo della memoria è il rullino in essa contenuto ma Yong Ho rifiuta di riaprire le ferite del passato.Il film di Lee Chang Dong  oltre a narrare una storia d'amore infelice è un imponente affresco storico in cui si passa dal regime autoritario alle rivolte studentesche e  al capitalismo selvaggio per poi tornare praticamente al punto di partenza tirando idealmente le somme. 
Yong Ho è il paradigma dell'uomo sconfitto,schiacciato dagli eventi specchio di una nazione che faticosamente sta cercando la propria strada.
Peppermint candy è un connubio esaltante tra forma e sostanza, tra bellezza ed emozione, tra armonia e dolore lancinante, un melodramma di straordinaria intensità con un protagonista capace di incarnare un vasto spettro di emozioni con grande naturalezza.
Nell'ultima parte del film, quella in cui è una sorta di paria alla ricerca del suo infausto destino Kyung-gu Sol che intepreta la parte di Yong Ho è di bravura abbagliante. 

( VOTO : 9 / 10 ) 


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lunedì 17 giugno 2013

Una ragazza a Las Vegas ( 2012

Beth, ragazza senza troppe prospettive, tira su qualche soldo facendo spettacolini di spogliarello, lap dance et similia a domicilio. La realtà di Tallassee , Florida, però, le sta un po' troppo stretta e lei si trasferisce a Las Vegas per diventare cameriera ( ! ) in uno dei cocktail bar della capitale del vizio. Un paio di persone conosciute lì le presentano Dink, una specie di allibratore che si muove tra le pieghe della legge, con la sua agenzia di scommesse. Beth è brava coi numeri e il lavoro che le ha offerto Dink sembra perfetto per lei. E anche con Dink c'è una certa intesa che va oltre la professione. Ma Tulip, la moglie di Dink, è folle di gelosia e arriva a intimare al marito una scelta: o lei o Beth.
Intanto Beth conosce Jeremy , giovane giornalista e si trasferisce da lui a New York, Ma presto si ficca nei guai, cioè in un giro di scommesse illegali in cui coinvolge anche Dink....
Tratto da una storia vera, Una ragazza a Las Vegas (il solito titolo obbrobrio ben diverso dall'originale Lay the Favourite che si riferisce al mondo delle scommesse ma anche alla relazione tra i vari personaggi ) sancisce il ritorno alla trasferta americana di Stephen Frears, regista di film memorabili sia al di qua che al di là dell'oceano.
Ma stavolta c'è qualcosa che non va: se già nell'intrigo amoroso ambientato nella campagna inglese che caratterizzava Tamara Drewe si avvertiva qualche scricchiolio, qui è tutto amplificato in una commedia ( che non fa ridere) che spreca malamente un cast all star impegnato a dar vita a personaggi piatti e senza un briciolo di approfondimento psicologico.
Tutto è affidato alle grazie, anzi ai femori da fenicottero rosa  di Rebecca Hall mostrati generosamente per tutto il film visto che va in giro sempre con shorts o gonne inguinali, che , poverina , ce la mette tutta per caricarsi sulle spalle il film ma in realtà c'è poco da caricare...e le sue spalle sono ancora estremamente gracili.
Se in questo genere di operazioni quello che conta è il coro di caratteristi attorno ai protagonisti qui a livello di nome siamo messi piuttosto bene ma i risultati latitano.
Bruce Willis al minimo sindacale delle espressioni è per giunta  abbigliato in modo ridicolo ( no, ti prego, non si può vedere Bruce, a cui ci voglio sempre un sacco di bene, abbigliato con camicia hawaiana ,pantaloncini e calzettoni bianchi fin quasi al ginocchio) mentre la Zeta Jones , imparruccata come non mai, dà vita a un personaggio oltre i limiti della caricatura.
Sarà una questione di aspettative ma Una ragazza a Las Vegas è una delusione cocente su tutti i fronti: da uno come Frears si attendono osservazioni argute, magari anche la presa in giro degli stereotipi americani da uno come lui che più inglese non si può, ci si aspetta qualcosa di meglio che la solita, stupida commedia americana incentrata sull'ennesima versione dell'American Dream.
Elettroencefalogramma piatto in quasi tutti i personaggi, un intrigo che procede a strappi con accelerazioni violente inframezzate a lunghi momenti in cui la noia la fa da padrona, una pochezza di fondo ben percepibile che lo spiccio ed efficiente professionismo di Frears non riesce a nascondere.
La cosa migliore del film è il twist scatenato che ballano tutti i personaggi principali sui titoli di coda: e ho detto tutto.

( VOTO : 4,5 / 10 )


  Lay the Favorite (2012) on IMDb

domenica 16 giugno 2013

The Butterfly Room - La stanza delle farfalle ( 2012 )

Alice, ragazzina furbetta molto più cresciuta della sua età riesce con una scusa a farsi prestare del denaro da una vecchia signora all'apparenza un po' svagata, Ann. Con la scusa di restituirle i soldi la ragazza va a trovarla a casa e cominciano uno strano rapporto di mutua dipendenza. Alice si fa dare soldi da Ann e la vecchia signora sola la tratta come una figlia, un po' troppo morbosamente però. Quando scopre che la ragazza sta facendo anche con altre persone quello che fa con lei , il passato oscuro di Ann viene fuori e si traduce in una serie di brutali omicidi. Intanto Julie, la bambina che vive alla porta accanto, figlia di genitori divorziati e quindi lasciata un po' a se stessa, comincia a essere attratta da Ann e dalla sua collezione di farfalle contenute all'interno di una stanza segreta della sua casa...
Venuta a conoscenza di tutto,  Dorothy, la figlia di Ann , cerca di fermare la madre prima che sia troppo tardi...
Fa piacere vedere un prodotto italiano di genere che ce la fa a essere distribuito in sala, seppur limitatamente nel solito pugnetto di copie.
E vedere un film come The Butterfly Room-La stanza delle farfalle fa uno strano effetto per vari motivi: il primo è che è un horror italiano, per giunta tutto al femminile, mascherato da prodotto americano professionale, realizzato a Los Angeles e recitato in inglese ( è una coproduzione italoamericana, come ai vecchi tempi di quando la Hollywood sul Tevere e quella losangelina andavano a braccetto).
Il secondo motivo è che fa uno strano effetto rivedere dopo tanti anni in una parte da protagonista una delle prime scream queens del cinema horror italiano: quella Barbara Steele impressa a fuoco nella memoria del cinefilo grazie ai suoi occhi immensi che ancora brillano a tanti anni di distanza.
Il terzo motivo è che il film di Zarantonello è ostentatamente vintage richiamandosi ai gialli/horror italiani anni '70 andando a chiudere un cerchio che neanche uno come Dario Argento, perso ormai in produzioni di pessimo livello, è riuscito a fare in questi ultimi anni.
Altra curiosità che si riscontra nel film , cosa di cui si accorgeranno i puristi del genere, è la presenza di un inaspettato coacervo di scream queens un po' di tutte le generazioni: oltre alla succitata Steele, abbiamo Heather Langenkamp, protagonista di molti film della saga di Nightmare di craveniana memoria,Camille Keaton, indimenticata protagonista di un cult anni '70 come Non violentate Jennifer ( The day of the woman), PJ Soles ( Carrie di De Palma e Halloween di Carpenter nel suo corposo curriculum ),Adrienne King ( qualche film della saga di Venerdì 13 al suo attivo) fino ad arrivare a Erica Leerhsen che si sta distinguendo in horror della nuova generazione come Wrong Turn 2 o il Non aprite quella porta del 2003.
Non tutto fila liscio ma Zarantonello si dimostra regista intelligente e capace non riducendo il suo film a mero citazionismo, centra l'atmosfera mefitica che si respira nella casa di Ann e soprattutto centra il personaggio di Alice a cui Julia Putnam dona la sua bellezza inquietante.
Il rapporto morboso che si viene a creare tra lei e Ann probabilmente è la cosa migliore del film.
Per il resto il film con il suo look anni '70/'80 appare come un qualcosa di anomalo in una scena horror plastificata come quella odierna perchè cerca di privilegiare l'atmosfera e non le secchiate di sangue  in computer grafica.
I limiti di budget sono evidenti, qualche personaggio secondario non recita come il dio del cinema comanda ma complessivamente il film funziona , perlomeno dona un'ora e mezza di intrattenimento senza troppi problemi.
In fondo si è quasi costretti a guardare con una certa benevolenza un film italiano che gioca a fare l'americano con tanta tenacia e che , a conti fatti , si dimostra più argentiano degli ultimi film del regista romano.
Anzi è molto meglio degli ultimi film di Argento e crea quasi un effetto nostalgia verso il nostro defunto cinema di genere che nei decenni passati ci ha regalato tante perle indimenticate e indimenticabili.
The Butterfly Room- La stanza delle farfalle non sarà inserito nei memorabilia ma una cosa che non si dimentica tanto facilmente c'è:  Alice.
La farfalla.

( VOTO : 6,5  / 10 ) 


The Butterfly Room (2012) on IMDb

sabato 15 giugno 2013

Eddie: The sleepwalking cannibal ( 2012 )

Lars Olafssen ha vissuto il suo quarto d'ora di warholiana celebrità una decina di anni prima assurgendo al rango di next big thing in campo pittorico. Da allora però ha perso l'ispirazione.Dalla natia Danimarca si trasferisce in Canada in une piccola cittadina in riva a un lago, Koda lake e per sbarcare il lunario accetta di lavorare nella locale scuola d'arte. Nella sua classe c'è Eddie, omone grande, grosso e silenzioso, con il cervello ancora allo stadio dell'infanzia e che è nella scuola solo perchè è il nipote della maggiore finanziatrice della stessa. Quando costei muore improvvisamente Lars è più o meno costretto dal preside a prendersi Eddie in casa scoprendo presto che ha un piccolo vizio: di notte , quando dorme va in giro in mutande a divorare animali ma anche carne umana, uccidendo selvaggiamente le sue prede. E poi torna pacifico a dormire nel suo letto.
Lars è sconvolto ma scopre suo malgrado che  il macabro spettacolo riservatogli di Eddie gli ha fatto tornare l'ispirazione per dipingere quadri bellissimi.
E anche lui , come Eddie, non è in grado di resistere a questa nuova forma di ispirazione. Comincia a seguirlo nelle sue scorribande notturne, anzi comincia a "guidarlo" verso nuove vittime....
Un vero peccato che il titolo contenga un gigantesco spoiler. A dire la verità il titolo di partenza era solo Eddie, poi i produttori hanno pensato bene di aggiungere quel The sleepwalking cannibal per renderlo più appetibile. A dir la verità non ci sono riusciti molto perchè questa bislacca produzione tra Canada e Danimarca, uscita in pochissime sale negli USA ha racimolato qualcosa come poco più di 1500 dollari di incasso.
Ed è un peccato perchè è un film divertente nonostante abbiano cercato di spacciarlo per qualcosa che non è.
Eddie: The sleepwalking cannibal non è un horror, perlomeno non lo è nel concetto tradizionale che abbiamo del genere: è vero contiene alcune parentesi splatter ( lasciate fuori campo o sfocate sullo sfondo dell'inquadratura) ma il tono che prevale è quello del grottesco mescolato sagacemente alla commedia.
Il film di Boris Rodriguez è il ritratto di un freak, anzi di due, a questo proposito il titolo sembra un gigantesco specchietto per le allodole perchè se è vero che Eddie ha quel "vizietto" di cui è assolutamente inconsapevole è vero soprattutto che il vero mostro di tutto il film sia Lars che prima sfrutta Eddie guardandolo quasi con ribrezzo quando scopre quello che fa nella foresta ma poi non si fa scrupolo a servirsene per trarne ispirazione per la sua arte .
Arte che per lui diventa più importante della vita altrui, forse anche più della propria. E per questo, mediante Eddie,  "sacrifica" volontariamente vicini prevaricatori e antipatici o bulletti di periferia che hanno avuto a che dire con loro.
Lars è una sorta di dr Frankenstein che lascia la sua creatura libera di scorrazzare per ogni dove, utilizzandola per i propri scopi.
Col passare dei minuti il film assume anche le cadenze di un thriller, sempre sui generis ( come ambientazione e come stile richiama alla lontana le atmosfere del coeniano Fargo) e sempre con l'accento grottesco ben evidente.
Eppure sotto la patina da horror indie ( gli effetti speciali sono molto rustici e vintage e comunque tutto o quasi è lasciato fuori campo oppure viene sfocato sullo sfondo dell'inquadratura) quella che vediamo è una commedia sbilenca dotata di humour nerissimo che si diverte a sfiorare tangenzialmente vari generi.
Gli si può quindi perdonare la ripetitività di alcune situazioni e anche una certe prevedibilità di fondo.
Perchè comunque , nonostante tutto, diverte abbastanza.

( VOTO : 6,5 / 10 ) 


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venerdì 14 giugno 2013

Black Sabbath "13 " ( Vertigo, 2013 )

Oggi, contrariamente al preventivato niente film.
Ieri sera ho avuto una folgorazione e un impellente bisogno di scrivere riguardo a un argomento che in questi giorni mi sta frullando per la testa, veramente mi frulla più per le orecchie perchè è qualche giorno che ascolto in macchina il nuovo disco dei Black Sabbath,13, due cifre fiammeggianti che fanno bella mostra di sè sulla copertina.
Da che parte cominciare?
Si , lo so, non è bello cominciare a parlare di un disco che stai aspettando da tanto con una domanda. ma sinceramente non lo so neanche io da dove devo cominciare.
Allora cominciamo con un : a me Ozzy è sempre stato sul cazzo.
Ho sempre pensato che la sua voce sgraziata fosse una specie di freno a mano tirato per la musica dei Black Sabbath ma negli anni ho toccato con mano che sono uno dei pochi a pensarla così.
Ho cominciato ad amare l'heavy metal perchè cercavo cantanti coi controcazzi , tipo le quattro ottave di estensione di Geoff Tate nei Queensryche, oppure gente che sapesse tenere un acuto per 45 secondi in  concerto ,quindi senza trucco e senza inganno come Eric Adams dei Manowar.
Non ho mai comprato un disco di Ozzy ma gli devo riconoscere un fiuto nello scovare talenti veramente di primo ordine: scovare due fuoriclasse della chitarra come Randy Rhoads ( RIP) o Zakk Wylde non è da tutti. O forse li ha scoperti Sharon, la moglie tuttofare, quella che in The Osbournes , una specie di real tv che acquista (volontariamente o no ancora non l'ho capito) le cadenze della sit com, lo fa apparire come un mezzo rincoglionito che a malapena ricorda il proprio nome e cognome.
Ecco grazie a The Osbournes , Ozzy mi è cominciato a stare più simpatico forse proprio perchè ha demolito l'immagine di rockstar pura e cruda che tutti avevano di lui.
Ma sto divagando..
Io , per ragoni anagrafiche o forse per mera casualità , ho conosciuto i Black Sabbath col disco sbagliato.
Perchè sbagliato? perchè era Born Again , l'unico disco in studio in cui ha cantato sua maestà Ian Gillan. Dovete sapere che Ian Gillan, che è ancora vivo e lotta con noi, è stato il cantante che  ha aperto un universo nuovo nelle mie orecchie implumi da adolescente nemmeno quattordicenne : comprai in cassetta Made in Japan e già sentendo il maestoso riff di Highway Star  e l'ugola d'acciaio di Gillan avevo capito che quella era la musica che mi avrebbe accompagnato per tanto tempo. Sono 31 anni che mi accompagna e ancora non mi vuole lasciare. Avevo appena scoperto i Deep Purple e mi imbatto in Born Again, quando vidi nel retrocopertina il lungocrinito Gillan , feci subito mio il disco, un vinile che conservo ancora gelosamente.
Born Again è ancora uno dei miei dischi preferiti dei Black Sabbath, tutti dicevano che lo stile e il look all jeans di Gillan male si addiceva alla musica e alla black leather calzata dagli altri membri del gruppo ma a me sinceramente non me ne poteva fregare di meno. Sentivo il refrain di Disturbing the priest e sembrava quasi che le casse del mio stereo volessero esplodere per come le chitarre bussavano da dentro quasi a squarciarle, sentivo il riff granitico di Zero the Hero ( uno dei migliori riff mai partoriti dalla chitarra di sua maestà Tony Iommi) e la mia testa cominciava a muoversi a ritmo, sentivo la title track e quasi mi veniva da piangere a sentire cotanta bellezza o a sentire la voce di Ian che su Hot Line andava su , in alto e poi ancora più su dove non osano neanche le aquile.
E poi ho scoperto tutti i dischi con Ronnie James Dio: che gran cantante ! Ora è tornato su, dal suo omonimo, ma la sua impronta nei dischi dei Sabs a cui ha partecipato è indelebile.Ogni volta che ascolto Children of the Sea le lacrime mi salgono agli occhi.
Addirittura a Ozzy ho preferito anche Tony Martin: e qui molti già avranno pensato che il vero rincoglionito sono io. E invece no, permettetemi di difendermi: Tony era un grande cantante ( dico era perchè l'ho visto in una sua recente esibizione ed è solo l'ombra sfiatata di quello che fu), forse un po' troppo nel Dio -Style ma con una voce notevole, potente e soprattutto bene armata dalla chitarra magica di Tony Iommi impegnata come non mai a macinare riff spaccasassi per brani marcati a fuoco nella mia memoria ( tipo The Shining o anche The Headless Cross).
Si vabbe...ma come è 13 ?
13 è un  disco bello, onesto, che trasuda passione e che sembra non risentire di tutte le traversie che si sono abbattute sui vari membri della band. Iommi si fa beffe del linfoma che lo ha colpito suonando divinamente la sua chitarra e snocciolando dozzine di riff che basterebbero per una decina di dischi ancora, Geezer Butler martirizza le corde del suo basso per dare spessore al suo già corposo della chitarra( perchè parafrasando i Manowar, other bands play Black Sabbath kills ) e Ozzy che con gli anni comunque è migliorato anche se non sarà mai un cantante all'altezza degli altri che si sono succeduti al microfono dei Sabs, non fa danni.
Anzi , sembra proprio che la musica scritta sia fatta apposta per la sua voce acida e sgraziata che ha tutto tranne la tecnica.
Il tempo sembra essersi fermato in un disco che profuma di antico ma suona modernissimo grazie alla produzione di Rick Rubin che permette di apprezzarne ogni sfumatura.
Perchè questo disco di sfumature ne contiene tante: dal vecchio, roccioso heavy metal al vero e proprio doom come neanche i Cathedral hanno mai saputo fare, agli umori acidi in blues fino agli aromi di psichedelia settantiana.
Questi signori non hanno nulla da dimostrare perchè ormai sono stati consegnati alla storia.
Ma ancora hanno voglia di mettersi in gioco e di regalare un po' della loro infinita classe.
God is (not) dead.

( VOTO : 8 / 10 )

giovedì 13 giugno 2013

Death of a superhero ( 2011 )

Donald è un adolescente che sta spendendo i suoi quindici anni come fanno quasi tutti i suoi coetanei: notti brave con gli amici, ordinarie incomprensioni con i genitori, disegna fumetti e graffiti su qualsiasi superficie ( poi pagandone le conseguenze ), è afflitto dai primi turbamenti sessuali e dai primi sussulti d'amore.
L'unica cosa che lo differenzia dagli altri adolescenti è che lui alla maggiore età non ci arriverà mai: è malato di una rara e aggressiva forma di leucemia che non gli lascia molto da vivere.
Per esorcizzare la paura della morte continua a disegnare fumetti in cui il suo alterego, un supereroe, deve fronteggiare un supercattivo armato di aghi e di siringhe.
E intanto i genitori gli fanno frequentare un "tanatologo", una specie di psicoterapeuta che gli permetta di superare la paura della morte e mettere da parte quel fatalismo pernicioso che sta avvolgendo quel che gli resta da vivere.
Death of a superhero, a scanso di equivoci, è un bel ritratto di un adolescente un po' diverso dal solito non per causa sua. Sfugge le trappole della retorica, non cerca la comoda scorciatoia della lacrima facile, non percorre i clichet del classico film sul coming of age, genere ultimamente molto frequentato su grande schermo.
Soprattutto perchè Donald non ha il tempo materiale per completare la sua formazione, per lui l'età adulta non arriverà mai e con essa la definitiva maturazione.
Dal punto di vista formale il film di Fitzgibbon è molto interessante: la commistione live action / fumetto è articolata in modo originale .
Sono le tavole disegnate dalla mano talentuosa di Donald che in pratica parlano della malattia, usando metafore molto concrete, ai limiti della brutalità, creando un mondo alternativo privo di luce e di speranza con il supereroe alterego del protagonista che combatte con tutte le sue forze contro un nemico infido e invincibile.
Altrimenti Donald cerca di essere normale: anche se ha un aspetto un po' da alieno con il suo cranio pelato un po' a punta e un cappellino sempre calato fin quasi sugli occhi per coprire l'alopecia derivata dalla chemioterapia, non è affatto escluso dai compagni che si sforzano di coinvolgerlo in più cose possibili: beve alcool anche se minorenne, fuma erba, ha i normali moti di ribellione verso i suoi genitori che lo adorano ma non possono guardarlo autodistruggersi giorno per giorno, come se non bastasse la malattia.
Ma forse è questo l'unico modo per non pensare al suo destino che si avvicina a grandi passi, Donald esorcizza così la sua paura di morire.
E anche quando conosce la bella Shelly, ribelle come lui, il film ne tratteggia delicatamente la relazione  rifuggendo la deriva sentimentale più ovvia.
Death of a superhero convince soprattutto come racconto di un'adolescenza che non vedrà mai la sua fine, il suo sbocco naturale nell'età adulta. Donald sa benissimo che il suo è un percorso a breve termine e la sua consapevolezza dolorosa è il cardine attorno a cui ruota tutto il film.
Eccellente il lavoro del giovane Thomas Brodie-Sangster nella parte del giovane protagonista mentre meno convincente il personaggio del tanatologo Andy Serkis, il classico maestro di vita che sembra conoscere tutto e tutti perchè ha vissuto tutto sulla sua pelle.
La morale è che si può essere supereroi dentro oltre che fuori.
Ma alle volte anche i supereroi muoiono.

( VOTO : 7 + / 10 ) 

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mercoledì 12 giugno 2013

Love & Secrets ( 2010 )

Nella New York degli anni '70 il giovanissimo David Marks, figlio di un ricco magnate immobiliare, conosce Katie, studentessa lavoratrice , decidono di sposarsi e di andare a vivere in riva a un lago nel Vermont, lontano da tutto e da tutti. Il padre di David li fa ritornare in città per affidare diverse mansioni al figlio, Katie studia medicina dopo essere stata ammessa all'Università e le cose cominciano a cambiare. David ha evidenti problemi di personalità, è violento, dispotico e pare che in famiglia fossero tutti a conoscenza della sua psicopatologia. Il film, tratto da una storia vera, narra del processo contro David , accusato della morte di un suo grande amico e della scomparsa nel 1982 di Katie.
Un processo intentato venti anni dopo e finito con un nulla di fatto anche se il film allude pesantemente ai comportamenti torbidi di David e lo additi come sospetto anche per la scomparsa della moglie.
Ad Andrew Jarecki piacciono le vicende torbide: dopo la storiaccia raccontata nel bellissimo documentario Una storia americana, il cineasta americano cerca di raccontare un'altra incredibile storia vera usando però lo strumento della fiction.
E purtroppo perde , strada facendo, il vigore espressivo che caratterizzava la sua opera prima.
Il personaggio di David è un coacervo di sentimenti ballerini, amori viscerali e disamoramenti improvvisi, di psicopatologia nascosta per il bene della famiglia, un fuoco che cova sotto la cenere sempre pronto a esplodere in tutta la sua furia e distruggere tutto.
David è nascosto e protetto da un padre padrone che grazie alla potenza del dio dollaro crede di poter disporre di tutto. E forse anche il figlio è così. Sposa una studentessa spiantata ma con personalità che gli tiene testa ma la malattia di David presto prende il sopravvento: si allontanano , Katie si accorge che non può  trascorrere tutta la sua vita in preda agli sbalzi d'umore di David la cui psiche implode per un nonnulla scatenando la violenza.
Il film parte come un dramma familiare da camera e poi col passare dei minuti cambia pelle, più volte fino a diventare una specie di thriller ( non pienamente riuscito) che sembra fare il verso a Psycho di Hitchcock soprattutto quando un Ryan Gosling vestito da donna e con la parrucca bionda se ne va in giro facendo la figura del surrogato di Norman Bates, personaggio a cui Anthony Perkins ha donato l'immortalità.
E se si ha presente questo riferimento, crolla un po' tutto il castello di carte messo su da Jarecki perchè improvvisamente diventa tutto stantio, derivativo, sembra di trovarsi al mercatino dell'usato in cui si cerca di prendere un po' di tutto da tutti.
Così succede nella seconda parte di Love & secrets ( a proposito altra perla del titolista italiano: ma perchè  dare al film un altro titolo inglese che non c'entra nulla con l'originale All good things ?): i generi si mescolano tra di loro dando luogo a un ibrido citazionista in cui i momenti notevoli ( il finale ad esempio, in pieno stile documentaristico, alla Jarecki) vengono intervallati più o meno alla rinfusa con cadute di tono o parti nettamente più insipide.
E poi, perdere a metà film un personaggio forte e luminoso come quello di Kirsten Dunst, è quasi un delitto capitale. Gosling, lasciato da solo gigioneggia e quando lo fa , senza controllo, dà ragione a quelli che gli cuciono addosso su misura ruoli da bel tenebroso in cui spiaccica più o meno tre o quattro frasi di senso compiuto durante tutto il film.
E invece Ryan Gosling è molto più bravo, come ha dimostrato per esempio in Half Nelson o in The Believer.
Love & secrets però non è film da condannare in toto: fino a che non prevale la citazione hitchcockiana è un dramma familiare valido e con discreti picchi di intensità emotiva.
Fondamentalmente due cose non convincono: visto che la storia vera da cui è tratto il film è sconosciuta ai più perchè raccontare tutto in flashback svelando praticamente subito il finale soprattutto se si ha intenzione di abusare di atmsfere da thriller nella seconda parte?
E , visto il curriculum di Jarecki, perchè non ha girato un documentario su questa storiaccia invece di farci fiction?

( VOTO : 6 / 10 ) 


All Good Things (2010) on IMDb

martedì 11 giugno 2013

Jason Becker: Not Dead Yet ( 2012 )

Jason  Eli ( da Eli Wallach ) Becker è uno studente di liceo virtuoso di chitarra che nella seconda metà degli anni '80 , ancor prima che finisse le scuole, è stato già adocchiato dal guru della Shrapnel Records che lo ha messo sotto contratto. Jason a 15 anni suona già Paganini nonostante non abbia studi classici, a 18 anni ha pubblicato già il suo primo disco assieme a Marty Friedman ( altro guitar hero per tanti anni nei Megadeth) nel progetto Cacophony, a 19 anni viene chiamato da David Lee Roth ( ex frontman dei Van Halen ) per sostituire un certo Steve Vai. A 20 anni dovrebbe partire per un tour mondiale con il biondo singer ma ha problemi a una gamba che da un po' lo fa zoppicare: si sottopone a controlli medici e la diagnosi è impietosa. 
Jason ha contratto il morbo di Lou Gehrig , la sclerosi laterale amiotrofica detta anche SLA, una malattia degenerativa del sistema nervoso che presto lo ridurrà su una sedia a rotelle, gli impedirà di parlare e persino di alimentarsi normalmente.Gli hanno dato da 3 a 5 anni di vita ma Jason si dimostra più forte.
Questo documentario racconta la sua storia straordinaria, quella di un chitarrista in rampa di lancio per l'Olimpo del rock che si è trovato catapultato nell'inferno della malattia.
Jason è ancora vivo ( Not Dead Yet  come dice il titolo del film) e grazie all'aiuto della sua famiglia riesce a comunicare con un computer e a scrivere ancora musica.
Perchè lui l'armonia ce l'ha dentro: deve solo trovare il modo per farla sgorgare.
Me lo ricordavo bene Jason Becker quando suonava nei Cacophony o anche nelle fila del supergruppo messo su da David Lee Roth. Chitarrista dalla tecnica sopraffina, con un tocco magico su qualsiasi cosa suonasse. All'epoca non sapevo neanche che fosse così giovane, le rockstars a quell'epoca sembravano tutte avere un'età maggiore di quella reale.
Poi l'ho perso di vista : la scena rock ed heavy metal è lastricata di personaggi che per un motivo o per l'altro ( leggasi droga o stravizi in genere, oppure semplicemente insuccesso ) si perdono nei meandri del music biz ritrovandosi a fare i turnisti in sala di incisione, praticamente un lavoro impiegatizio che non assicura alcuna gloria, o addirittura smettendo proprio di suonare.
Credevo che Becker fosse sparito per questo oppure che mi fosse semplicemente sfuggita la sua prematura scomparsa.
Poi casualmente mi imbatto in questo documentario definito brillantemente da altri un rockumentary : e lì ritrovo il Jason degli anni del liceo e quello di oggi che ancora orgogliosamente combatte la sua battaglia per vivere anche se bloccato su su una sedia a rotelle e costretto a comunicare via computer con un sistema di comunicazione ideato dal padre.
In Jason Becker : Not Dead Yet non prevale il rimpianto per qualcosa che avrebbe potuto essere e non è: certo è dura essere una rockstar sulla cresta dell'onda e abbandonare tutto a causa di una malattia bastarda che ti priva di ogni cosa, anche della capacità di esprimerti.
Quello che prevale invece è la voglia di vivere di Jason, la sua gioia nell'assaporare quasi voluttuosamente quelle poche, piccole cose che la vita quotidianamente gli offre sforzandosi di non pensare a quello che crudelmente il destino gli ha riservato.
Emerge la sua forza d'animo che gli permette ancora di sorridere ( una delle poche cose che la sclerosi laterale amiotrofica ti permette di fare ) ma soprattutto di concentrarsi nel continuare a scrivere la sua musica pur non potendo imbracciare la chitarra e muovere a velocità vertiginosa le dita per suonare quello che sgorga dalla sua mente.
Vien fuori inoltre una figura ben lontana dallo stereotipo della rockstar: bravo ragazzo, studente brillantissimo, serate dedicate allo studio del suo strumento piuttosto che a gozzovigliare o a ubriacarsi, una vita priva di eccessi e con un attaccamento particolare alla sua famiglia.
Chiusura del film col concerto ( Not Dead Yet )che ogni anno si tiene a Richmond in onore di Jason con tutti gli amici di sempre riuniti sul palco: da Marty  a Joe Satriani passando per buona parte della scena rock ed heavy americana.
Perchè Jason Becker è rock, è vivo ed è ancora   un mito per tanti ragazzi di oggi che studiano e suonano chitarra coltivando il sogno di diventare qualcuno.
Jason  combatte con noi.
Cazzo, se combatte !

( VOTO : 8 / 10 ) 


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lunedì 10 giugno 2013

Epic ( 2013 )

La giovane Mary Katharine torna a casa dal padre, una specie di strambo inventore che vive in una casa caotica, un po' come la sua vita. Lei è convinta che c'è una civiltà microscopica nel loro giardino, lui assolutamente no. Quando la ragazza viene rimpicciolita a causa dell'incantesimo della regina Tara troverà conferme alle sue teorie. C'è un universo nel suo giardino e soprattutto c'è una lotta ( epica ) tra il Bene e il Male. Assieme a un Uomo Foglia, al suo esercito e a tutta una serie di personaggi stravaganti si troverà nel bel mezzo della battaglia. E dovrà salvare il mondo.
Ormai la guerra per gli incassi che si sta combattendo nel settore dell'animazione ha assunto connotati ben più epici di quelli di questo nuovo film diretto da Chris Wedge già deus ex machina del brand de L'era glaciale e di Robots.
Questo si traduce nella spasmodica ricerca di una qualità tecnica sempre più elevata , complice anche l'uso della stereoscopia che se , utiilizzata scientemente nel campo dell'animazione può innalzare e di parecchio il livello estetico , che purtroppo non trova sempre riscontro nella qualità della storia narrata e in una tipizzazione sempre marcata del target di riferimento.
Una volta eravamo abituati a pensare che i film a cartoni animati fossero di esclusiva pertinenza dei bambini e invece oggi questi film parlano indifferentemente ai padri e ai figli , stimolando la cinefilia degli uni con riferimenti ad hoc che può essere anche divertente andare a scoprire,  le cornee e si sentimenti dei più piccoli che magari non coglieranno tutti i riferimenti ma si possono appassionare a quello che stanno vedendo.
Epic corrisponde proprio a questo identikit: bello e colorato, inappuntabile  dal punto di vista tecnico, una storia intima ma universale allo stesso tempo ( da un banale litigio con il padre alla lotta per salvare il mondo), la sempiterna lotta tra Bene e Male narrata al cinema tantissime altre volte.
E poi ci sono quelle citazioni, o veri e proprio scippi di idee che lo fanno ricollegare al micro mondo fantasy di Arthur e il popolo dei Minimei ( creatura bessoniana e quindi europea al 100 %, è piacevole constatare che stavolta sono gli americani che inseguono gli europei) oppure al successo disneyano live action di un paio di decenni fa intitolato Tesoro , mi si sono ristretti i ragazzi ( e relativi seguiti perchè tanto cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia tra rimpicciolimenti e ingradimenti dei vari componenti della famiglia).
Altro riferimento piuttosto marcato che più che una citazione è una vera e propria scimmia inchiavardata sulle spalle del film è quello ad Avatar. Si cambia furbescamente il colore che fa da sfondo a tutto il mondo nascosto che viene gradualmente svelato agli occhi dello spettatore( dall'azzurro del film di Cameron al verde di questa pellicola) e si parte con la lotta selvaggia per salvare il mondo con tanto di spruzzate new age ( veramente in Avatar erano delle vere e proprie secchiate con cui si cercava di annegare lo spettatore) .
Epic è visione piacevole ma gli manca quello scatto di reni che lo faccia competere ad armi pari con le ultime meraviglie Pixar o Dreamworks che sembrano piazzarsi su un gradino più alto.
Dalla sua ha un pugnetto di personaggi ben definiti ma che hanno il difetto di farsi dimenticare appena dopo i titoli di coda.
E questo ha ben poco di epico.

( VOTO : 6 / 10 ) 


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