I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

sabato 20 settembre 2014

Vintage horror - Sotto shock ( 1989 )

Un sadico serial killer terrorizza i sobborghi di Los Angeles. E' Horace Pinker, riparatore di tv, zoppo, ed è il primo sospettato dal tenente Parker che sta conducendo le indagini, coadiuvato dal figlio adottivo Jonathan che viene guidato da strani sogni.
Quando stanno per mettergli le mani addosso Pinker fugge e uccide la famiglia del tenente, moglie e due figli. E uccide anche la fidanzata di Jonathan.
Viene catturato e condannato alla sedia elettrica ma proprio mentre sta " friggendo" sulla sedia elettrica , Pinker diventa pura energia che può possedere corpi ed elettrodomestici.
Comincia la caccia: Jonathan è guidato dalla visione di Allison, sua fidanzata, mentre Pinker fugge di corpo in corpo.Grazie a Allison escogitano un piano in modo da imprigionarlo in un'altra dimensione: ma Jonathan dovrà rischiare parecchio in un finale tra show televisivi, concerti e films in cui i due se le daranno di santa ragione....
Sotto Shock ovvero come Wes Craven cercasse disperatamente di creare un'altra figura iconica dell'horror dopo che il buon Freddie Krueger gli era stato sottratto dalla New Line Cinema ( che ci fece i milioni e a quell'epoca ancora ce li stava facendo) senza che lui vedesse il becco di un quattrino.
All'epoca questo film, visto con gli occhi del ventenne o giù di lì, assolutamente strafatto di horror, mi garbò decisamente.
Non tanto la figura di Pinker, evidentemente ricalcata su quella di Freddie Krueger ( e poi ma perchè prendere un italoamericano come Mitch Pileggi e truccarlo da nero, colorandolo anche ?) ma mi affascinò il concetto di un villain fatto di sola energia, immateriale, in grado di passare da un corpo all'altro, un po' come un paio di anni prima succedeva ne L'alieno, in cui però il lato sci fi e il lato horror venivano accantonati in favore di una robusta vena action.
Il problema è però che Craven non si limita a questo, se lo avesse fatto avremmo brindato tutti a ostriche e champagne: lui invece, memore delle suggestioni di quello che rimane uno dei suoi film migliori , Il serpente e l'arcobaleno, ha cercato di mettere un po' di tutto dentro Sotto shock.
E allora andiamo col rito vodoo davanti al televisore ( di resa più comica che orrorifica), vai con la collana che ha i poteri contro Pinker come la croce contro il vampiro ( ma perché poi, ce n'era bisogno?) e vai con lo spirito guida di Allison che come uno sciamano guida Jonathan.
L'unico momento veramente horror di tutto il film rimane la lunga sequenza della sedia elettrica, mentre per il resto si naviga un po' a vista a cominciare dai lunghi inseguimenti a piedi di cui la pellicola è stracolma,  in cui l'invasato di turno, che se posseduto da Pinker ne eredita la zoppia, riesce tranquillamente a star dietro a Jonathan che è un quarteback della squadra di football del college, quindi atleta fatto e finito.
Craven cita l'horror dell'ultimo decennio prima di Sotto shock e si autocita pesantemente ( vedi la scena del letto presa di peso da Nightmare e anche tutto questo vagare tra il mondo del sogno, o meglio dell'incubo, e la realtà è figlio naturale della sua creatura di qualche anno prima) per poi incanalarsi in un'impennata di metacinematografia nella lotta finale tra Jonathan e Pinker.
I due saltano da un programma all'altro di un palinsesto in sequenze che però sono più inclini alla farsa che all'horror.
Concettualmente la parte più stuzzicante, però falcidiata da una realizzazione modesta a causa di effetti speciali che risultavano abbastanza datati anche allora.
Del resto con un budget di appena 5 milioni forse non era lecito aspettarsi di più.
All'epoca volli bene a questo film ma, e mi duole quasi ammetterlo, è invecchiato decisamente male....

PERCHE' SI: buona l'idea del villain immateriale, ottima la sequenza dell'esecuzione, finale metacinematografico
PERCHE' NO : un po' troppa carne al fuoco, troppe citazioni e autocitazioni, un villain ricalcato evidentemente su Freddie Krueger, effetti speciali datati.

( VOTO : 5 / 10 )

 Shocker (1989) on IMDb

venerdì 19 settembre 2014

One on One ( 2014 )

Una studentessa viene rapita e uccisa per soffocamento da un gruppo di uomini, senza alcun perché.
Qualche tempo dopo, sullo sfondo di una Corea indifferente, un gruppo di uomini in tenuta paramilitare, addestrati all'azione ( si fanno chiamare Shadow), rapisce a uno a uno tutti coloro che sono stati coinvolti nell'assassinio della ragazzina e , con svariati metodi di tortura, estorce loro una confessione completa, facendoli addirittura arrivare al suicidio.
Il primo dei catturati dal gruppo Shadow dopo aver firmato la propria confessione è salvo ma comincia con sgomento a vedere che i suoi complici stanno seguendo tutti la sua sorte.
Seguendoli arriva finalmente al capo del gruppo che li ha rapiti e torturati....
Oggi vi racconto una storia.
C'era una volta un cinefilo che , pur guardando centinaia e centinaia di film di ogni genere, scansava scientemente tutto quel cinema che veniva dall'Estremo Oriente, Corea, Cina e Giappone.
Questione di nomi, incomprensibili ( quelli coreani poi te li raccomando), questione di facce, tutte uguali che poi accoppiarle ai nomi era peggio che uscire di notte senza neanche un lanternino.
Ma soprattutto era questione di pigrizia da parte di questo cinefilo ignorante che non voleva sgualcire ulteriormente i suoi neuroni superstiti ( un paio forse o pochi più) per impegnarsi nel seguire un cinema diverso da quello a cui era abituato.
Poi arrivò un certo Kim Ki Duk: caspita ne parlano tutti bene, qui in Occidente è idolatrato come un semidio, forse è tempo che il cinefilo ignorante di cui sopra si decida a guardare qualcosa di suo.
E ne ha visti tanti, quasi tutti. Grazie a lui ha scoperto anche il cinema giapponese e tante altre cose, tipo che in Corea fanno dei thriller coi controcazzi che a Hollywood se li sognano.
E il cinefilo di cui sopra venne assalito da vera e propria passione per il cinema orientale, passione che si porta dietro ancora oggi, inalterata.
Ma Kim Ki Duk?
Ecco , con lui da un po' di tempo si hanno un po' di problemi.
Forse il successo gli ha fatto male, forse è normale una fase di appannamento dopo aver sfornato una serie incessante di capolavori, ma l'amore sbocciato quella volta è stato molto messo in discussione a tal punto da evitare accuratamente i suoi ultimi film.
Come avrete capito questa è la mia storia, la storia di un cinefilo sedotto e abbandonato ( ma a questo punto non so chi ha abbandonato chi ) da Kim Ki Duk, autore al quale sarà comunque sempre grato per avergli dischiuso una porta tenuta sbarrata prima di lui.
Accidenti ho scritto un trattato e ancora non ho parlato del film, del mio ritorno alla visione di un suo film.
Insomma come sarà questo One on One ?
Dalla sinossi è stuzzicante, anche se di vendetta nei film coreani si comincia ad averne un po' le tasche piene e si ha la sensazione che Chan Wook Park abbia detto la parola definitiva sul genere non con uno , ma con addirittura tre film di una trilogia.
In One on One  si vedono solo ombre del Kim Ki Duk che fu, solo ricordi che si perdono in un film smaccatamente a tesi.
L'oggetto è la critica sempiterna alle dinamiche che animano la società della Corea del Sud, una dittatura mascherata , regolata da potere e denaro.
Uno dei personaggi dice : " ma qui siamo meglio della Corea del Nord!"
E grazie al ciufolo, un'ovvietà simile ha del lapalissiano, visto che ci confrontiamo con un regime in cui un caro leader schiattato recentemente è stato sostituito da un altro caro leader molto più giovane ma anche più folle del precedente.
Ecco, Kim Ki Duk sembra dirci che anche al Sud la situazione non è molto migliore e lo fa incanalando i suoi personaggi dentro stilemi specifici, stereotipi che il nostro non si preoccupa neanche di mascherare troppo.
E' come se usasse questi stereotipi come simboli per additare specifiche debolezze della società coreana, marcia fino al midollo.
Non mancano le sequenze di ottimo impatto visivo e anche il finale ricorda molto da vicino la grandezza del cineasta che fu, perso forse nell'autoreferenzialismo più tronfio.
Il film procede meccanicamente inanellando episodi su episodi senza una reale progressione drammaturgica del plot se non in un finale che urla al mondo circostante tutte le domande che rimarranno senza risposta.
Che cosa è la giustizia?
E chi la deve amministrare?
Kim Ki Duk abbandona la metafora, rinfodera il fioretto per sguainare la sciabola ma il suo cinema esasperato diventa didascalico, potente visivamente quanto debole concettualmente..
Non bastano scene di tortura per fare un bel film di vendetta.
Soprattutto se si vuole stolidamente enunciare una tesi.
E al nostro caro Kim interessa soprattutto questo.
Non so se vedrò il prossimo suo film, non so neanche se recupererò i suoi film passati e che ancora non ho visionato.
One on One non mi mette certo quella voglia irrefrenabile....

PERCHE' SI : ombre del bel cinema che fu di Kim Ki Duk, buona la recitazione, bello il finale
PERCHE' NO : film smaccatamente a tesi, ripetitivo, personaggi troppo inclini allo stereotipo

( VOTO : 5,5 / 10 )

 One on One (2014) on IMDb

giovedì 18 settembre 2014

The factory ( 2012 )

Nel gelido inverno della città di Buffalo, stato di New York, un uomo fa salire sulla sua berlina nera una prostituta abbordata per strada. La porta a casa e poi in preda a non si sa che cosa la uccide senza pietà.
Non è la prima prostituta che sparisce dalle strade di Buffalo senza lasciare tracce e  il detective Mike Fletcher, coadiuvato dalla sua assistente Kelsey Walker segue questo caso che sembra proprio l'opera di un serial killer.
E intanto sparisce sua figlia dopo essere stata avvicinata da un tizio dentro una berlina nera....
Lo ammetto : ho un debole per John Cusack, divo di seconda schiera forse ma che è legato ad alcuni film che mi sono molto cari. E poi tra gli attori della sua generazione , credo che sia uno di quelli più bravi anche se meno pubblicizzati.
Ammetto anche un altro mio debole: mi piacciono i film con i serial killer e non è una passione che mi è venuta dopo aver letto e visto libri e film con Hannibal Lecter.
Se poi il film è basato su una storia vera ed è ambientato in un rigido inverno americano in un anonima città dello Stato di New York ( di cui la città di Montreal è una controfigura ottima), allora ho tutto quello di cui ho bisogno.
Sembrerebbe .
E invece no.
The factory pur avendo un sacco di ingredienti necessari per il mio gradimento  è un po' come quelle pietanze che sembrano buone a vederle ma poi all'assaggio si rivelano anonime, senza struttura, che passano dalla bocca allo stomaco senza lasciare traccia di sé.
E non devo averlo pensato solo io se questo film è stato girato nel 2008 ed è stato tenuto in mezzo alla naftalina dei cassetti per quasi quattro anni.
Il dubbio me lo ha fatto venire proprio John Cusack che mi sembrava fosse improvvisamente ringiovanito rispetto alle sue ultime prove e con delle guance da Cicciobello che nelle sue ultime apparizioni erano solo un ricordo.
Va bene che l'inverno e il freddo glaciale distendano i lineamenti , ma che diamine!
Eh si perchè gli anni passano anche per il buon John , che si sta avvicinando a grandi passi verso il mezzo secolo di vita.
Ma ritorniamo al film.
The factory è un film la cui sceneggiatura è superata in tromba dalla realtà ( vedi il mostro di Cleveland, caso del 2013 , la cui vicenda sembra ricalcata in  parte su questo film , ma dotata di risvolti molto più efferati di quelli che vengono osati nella versione cinematografica) ma anche da produzioni televisive del genere.
Se dal punto di visto cinematografico sembra un frullatone di millemila altri film di serial killer , c'è da dire che se uno si mette a vedere una puntata di Criminal Minds di quelle bruttine, quelle riempitive di una stagione troppo ricca di episodi, sicuramente si divertirà di più.
Il regista e cosceneggiatore Morgan O' Neill sembra disinteressato alle'evoluzione del plot che ha degli evidenti buchi ( logici  e narrativi , deboli le motivazioni con cui viene giustificato il tutto e francamente impossibile che avvengano certe cose )  e che procede stancamente , senza sorprese , verso l'unico colpo di scena che è racchiuso proprio nel rendez vous definitivo col killer.
John Cusack ?
Beh lui è sempre bravo, è molto meglio del film che lo circonda , veramente troppo bravo per questo genere di film e tutto questo stona abbastanza anche se lui non gigioneggia affatto.
E' quello che sta intorno a lui che non funziona.
Un'ultima notazione: ho visto il film in italiano e avevo sentito raramente un doppiaggio così sciagurato.
Oltre a non essere un bel film è anche inascoltabile....

PERCHE' SI : c'è John Cusack, c'è un presunto serial killer e c'è un'ambientazione letteralmente da brividi
PERCHE' NO : assenza totale di originalità, regia che sembra quella di una puntata di Criminal Minds ( anzi è peggio), doppiaggio pessimo.

( VOTO : 5 / 10 ) 

The Factory (2012) on IMDb

mercoledì 17 settembre 2014

Redemption ( 2013 )

Joey Smith è un militare reduce da una traumatica esperienza in Afghanistan . Fugge dall'ospedale militare in cui è rinchiuso e per evitare la corte marziale vive in mezzo a un gruppo di homeless londinesi dove conosce suor Cristina che fa volontariato presso di loro, una giovane religiosa col sogno del balletto.
Una sera per fuggire a dei balordi Joey forza la finestra di un appartamento e scopre che è di un tizio che tornerà di lì a qualche mese. Si appropria dell'appartamento, gli ruba anche del denaro per mettersi un po' a posto e comincia a lavorare come lavapiatti in un ristorante affiliato alla mafia cinese.
Si accorgono delle sue qualità e comincia a far carriera nella gang cinese , fa un sacco di soldi ed evolve anche il suo rapporto con suor Cristina.
Ma non è quello che cerca .
 La catarsi , la redenzione non passa per il lavoro che ha....
Redemption è l'esordio alla regia di Steven Knight, già sceneggiatore di uno dei migliori Cronenberg degli ultimi anni, La promessa dell'assassino, prima di Locke, film che lo ha fatto notare in quel di Venezia nell'edizione del 2013.
Sullo sfondo di una Londra marcia, livida e oscura si dipana la storia di due solitudini che si infrangono l'una sull'altra.
Da una parte Joey che ha un armadio pieno di scheletri grossi così che gli provocano inestricabili crisi di coscienza, dall'altra c'è suor Cristina, una giovane suora a cui la conoscenza con Joey fa venire sempre più dubbi sulla propria vocazione religiosa.
Redemption è un film denso di tematiche importanti ( la ricerca delle propria identità, il senso di giustizia, il bisogno assoluto di redimersi ) in cui Statham si trova di fronte senza dubbio al personaggio più difficile e sfaccettato mai interpretato nella sua carriera che ormai conta numerosi film.
E come se la cava Giasonuccio nostro?
Beh, come dire, non sembra affatto tagliato per parti in cui è necessaria tale profondità di recitazione e di adesione al personaggio.
Del resto è fatto anche fisicamente per essere uno spaccaculi, magari con un accenno di sorriso a increspargli le labbra, ecco credo che a chi ci vuole bene ( e io ci voglio un sacco di bene a Giasonuccio) piaccia soprattutto perché mena come un fabbro e se ne infischia di dare troppe sfumature ai suoi personaggi.
Qui accade il contrario: di spaccare culi neanche l'ombra ( tranne una bella rissa davanti al ristorante cinese) e lui si trova a interpretare un personaggio intenso e aperto ad un ampia gamma di emozioni.
Forse addirittura un po' troppe per le sue doti attoriali.
Si vede che Steven Knight pretende tanto da lui e lui, poverino, cerca di dargli tutto quello che ha.
Ma se quando è semplicemente un taciturno homeless sempre con la testa bassa o fa il picchiatore per la mafia cinese, la cosa gli riesce bene, nel finale in cui è costretto a esibirsi in scene drammaturgicamente molto più intense ( anche scene di pianto, con quelle lacrime che neanche con la forza gli vengono estorte dai canali lacrimali ) la situazione precipita a un millimetro dal baratro del ridicolo e del grottesco.
Giasonuccio nostro non è fatto per piangere in scena, un po' come il Clint dei bei tempi.
Ma ciò non deve distogliere dal valore che comunque ha Redemption che nelle mani di uno sceneggiatore rozzo e involuto sarebbe diventato la solita storia di un giustiziere solitario, Steven Knight invece si dimostra poco interessato alle dinamiche action ma molto più incline a raccontare l'evoluzione dei due protagonisti e soprattutto a colorare di tonalità quasi dark un sottobosco londinese in cui le attività criminose fioriscono a dispetto di una polizia distratta e perlopiù assente.
I cadaveri delle prostitute vengono scaricati nei fiumi e orde di cinesi arrivano clandestinamente nei camion in scatoloni accatastati gli uni sugli altri.
In tutto questo bailamme Joey rinuncia a una vita confortevole proprio perché aspira a redimersi dalle colpe che gli hanno causato tanto dolore.
E vendicare l'omicidio di una prostituta è il modo migliore per redimersi.
Dall'altra parte una suora che è un po' la sua cartina di tornasole.
Anche lei in cerca di qualcosa si rifugia nella religione e nel volontariato ma Joey la fa dubitare di tutto questo.
Ecco entrambi troverebbero l'uno nell'altra un qualcosa che non hanno mai provato prima.
Eppure il loro bisogno di redenzione assegna loro un altro destino....

PERCHE'SI : Knight si dimostra ancora una volta sceneggiatore di razza, una Londra livida e oscura come raramente se ne vedono al cinema, film denso emotivamente
PERCHE' NO : Statham fa vedere tutti i suoi limiti di attore, poca azione

( VOTO : 7 / 10 )

 Redemption (2013) on IMDb

martedì 16 settembre 2014

Kristy ( 2014 )

Justine è costretta per cause di forza maggiore ( leggasi assenza di denaro per comprarsi il biglietto dell'aereo ) a rimanere nel suo campus universitario per la festa del Ringraziamento.
Sfrutterà il weekend per studiare visto che anche il suo ragazzo va a trascorrere il giorno di festa coi genitori e non resta nessuno, proprio nessuno, nel dormitorio.
Solo lei e un paio di addetti alla sicurezza.
La prima sera arriva al supermercato per prendere un po' di schifezze da mangiare e incrocia lo sguardo di una darkettona che comincia a chiamarla inspiegabilmente Kristy.
Va via ma la ragazza e i loschi figuri incappucciati come lei che la accompagnano la seguono fino al campus.
Comincia una lunga notte d'orrore perché la gang non ha intenzioni amichevoli.
Anzi vogliono uccidere quella che continuano a chiamare Kristy....
Ogni tanto fa piacere recuperare degli onesti prodotti di genere, realizzati senza tanti fronzoli e con un andamento lineare senza troppe complicazioni.
E' questo il caso di Kristy, secondo film per il cinema di Oliver Blackburn, opera con un budget dignitoso ( 7 milioni di dollari  circa ) e dotato di una confezione più che adeguata.
Il genere di appartenenza è quello del survival, un po' come The Strangers o You're next.
Ovvero una notte di lotta selvaggia tra buoni e killer mascherati.
La differenza fondamentale è l'ambientazione: se i due film succitati erano degli home survival , qui la home acquista una dimensione molto più ampia diventando un grandissimo campus universitario, location ricca di mille angoli ed anfratti e di ambienti da sfruttare ( la piscina, la biblioteca, il dormitorio).
E sta qui la bravura del regista: sfrutta a meraviglia le locations a disposizione e riesce a creare un clima ansiogeno pesantissimo, da tagliare col coltello.
Bravo anche ad alternare le varie ambientazioni con una regia vivace e volitiva che riesce a bypassare l'unità di spazio esplorando tutto l'immenso campus universitario e trovando sempre occasione per creare il thrilling partendo dal nulla, vuoi che sia una corsia della biblioteca , la piscina o uno spogliatoio.
Tutto diventa il teatro di una selvaggia lotta per la sopravvivenza con una vittima che non ci sta per nulla a fare l'agnello sacrificale e dei carnefici incappucciati e mascherati  animati da moventi sconosciuti e che presto capiranno che uccidere Justine non è così facile.
Pochi attori ma una protagonista assoluta, la Haley Bennett che interpreta Justine che passa quasi tutto il tempo del film al centro della scena correndo, fuggendo oppure combattendo per la propria vita.
Una figura vigorosa e riuscita che è contrapposta alla darkettona piena di piercings( la Ashley Greene di Twilight, qui veramente inquietante) che incontra al supermercato, quella che si ostina a chiamarla Kristy.
Un incontro da brividi, non farebbe piacere a nessuno incontrare una tizia che dice frasi sconnesse come lei ed è agghindata con felpa e cappuccio a coprire gran parte della faccia.
Kristy ha un meccanismo semplicissimo di azione e reazione, non ha i soliti personaggi
bimbominkieschi che dopo 5 minuti che stanno in scena li vorresti vedere morti nei modi più atroci, per la quasi totalità del minutaggio ( piuttosto contenuto stiamo ampiamente sotto i 90 minuti, saggiamente direi) si astiene dal produrre spiegazioni su quello che succede.
E mi starebbe più che bene così : mi andrebbe benissimo che Justine abbia incontrato una manica di psicopatici che uccidono solo per il piacere di uccidere ( come succedeva in The Strangers) e non perché dietro c'è un piano preordinato ( la cospirazione dietro You're next).
E invece negli ultimi tre minuti si spiega, troppo, perché Justine viene ostinatamente chiamata Kristy dalla darkettona a capo dei killer incappucciati.
Ecco, se si rimaneva così nell'indeterminazione era molto meglio.
Peccato ma rimane sempre la sensazione di aver visto un buon film, di piacevolissimo intrattenimento, figlio delle logiche del genere che si astiene dal rielaborare, ma decisamente solluccheroso.
Questo film circola anche con il titolo Random ( che forse è anche più spoileroso).

PERCHE' SI : bella ambientazione, ottima protagonista , la darkettona fa venire i brividi, ottima regia
PERCHE' NO : la sceneggiatura non è proprio a prova di bomba, ci si poteva astenere dallo spiegone finale.

( VOTO : 7- / 10 )

lunedì 15 settembre 2014

The Expendables 3 ( 2014 )

Barney Ross raduna la vecchia squadra per recuperare dalla prigionia uno dei membri originali della squadra, Doc, ex medico e lanciatore di coltelli. Il tutto perché manca un membro per organizzare una spedizione e stroncare un traffico d'armi.
Il capo dei trafficanti non è altri che Stonebanks, cofondatore degli Expendables, Barney vorrebbe ucciderlo per vendicarsi, lo cattura anche ma dopo una cruenta lotta è costretto a mollarlo.
Anzi Stonebanks prende in ostaggio alcuni nuovi membri della squadra di Barney , reclutati per non far rischiare la vita ai suoi amici di sempre, un po' attempatelli.
Finale in Armenia: rendez vous in cui ci sarà finalmente lo scontro finale tra Barney e Stonebanks, i vecchi Expendables finalmente accetteranno i nuovi e insieme lotteranno per la vittoria....
The Expendables 3 ovvero il film dalla locandina più affollata di star ( più o meno ) di tutta la storia del cinema.
Continua imperterrito per la sua strada di cinema ostentatamente anacronistico ( ma con brio) il brand creato da Stallone che del vintage cinematografico, diciamo dell'action anni '80 e relativi eroi, ha operato una mitizzazione attraverso questi tre film.
Il timone registico stavolta è passato nelle mani del giovane Patrick Hughes forse per distaccare un po' dalla sua creatura la mano un po' troppo partecipe di Stallone.
Il film mantiene esattamente tutto quello che promette, anzi pure di più.
Si recede dall'ironia sbracata che caratterizzava il secondo episodio in favore di un meccanismo action consolidato, non inedito , ma funzionale al ritmo alacre che contraddistingue tutto il film.
Ci sono però dipartite dolorose all'interno della squadra: quella più sanguinosa in assoluto è quella di Van Damme che in questo gruppo di star un po' in là con gli anni ci stava splendidamente anche per le sue condizioni fisiche scintillanti , poi non c'è più Bruce Willis ( pare per ragioni di vile denaro: aveva chiesto 4 milioni di dollari per 4 giorni di riprese mentre la produzione era arrivato ad offrirgliene 3 , sempre un botto di soldi per così poco lavoro) e non c'è più neanche Chuck Norris, l'expendable ad honorem, che solo con la sua presenza dava un senso a tutto il progetto.
Passando al capitolo new entries siamo messi piuttosto bene: Harrison Ford in un personaggio nato dopo la rinuncia a Brice Willis, c'è Antonio Banderas che per un po' ha smesso di parlare con le galline o a misurare fette biscottate producendosi in un personaggio logorroico e fuori di testa che spesso la ruba la scena ai suoi compari e c'è infine Wesley Snipes ( notare le battute ironiche che lo vedono protagonista: in un impeto metacinematografico, il buon Wesley è al primo film che gira dopo essersi fatto tre anni di carcere per evasione fiscale).
Con un cast così affollato è normale che molti abbiano uno spazio limitato o insufficiente, anzi la perizia della scrittura doveva proprio bilanciare le istanze delle varie stars presenti.
E non sempre ci si riesce. Che senso ha vedere Jet Li per solo una manciata di secondi?
Altra operazione tentata dal film è quella del rinforzamento dell'effetto nostalgia . si va al confronto tra una squadra di vecchi Expendables, anzianotti, usurati dagli anni e dalle missioni, dalle tecniche di combattimento decisamente obsolete ( vedere i piani d'assalto sempre al grado zero di complicazione, si va e si assalta ) e di nuovi mercenari, tecnologici, dai muscoli guizzanti e dalla capacità atletiche e tecniche nettamente superiori.
Eppure l'affetto va verso i vecchietti, come è normale del resto, così come al fan del cinema di quegli anni si scalda il cuore a rivedere su grande schermo un cinema che si richiama così espressamente e orgogliosamente a quel tempo che fu ...e poi che diamine vedere Schwarzy, Stallone e Harrison Ford nella stessa inquadratura è qualcosa da raccontare ai nipotini.
The Expendables 3 concede meno in ironia ( ma c'è sempre, è semplicemente più sotterranea) ma si dà sempre spazio all'autoreferenzialità, pure troppo.
Come succedeva negli altri due film se lo spettatore non è esperto del pregresso delle stars in campo, si diverte la metà.
Ma anche così basta....

PERCHE' SI : il più grande affollamento di star action anni '80 mai visto in un solo film, stile vintage, ironia contagiosa .
PERCHE' NO : non ci sono Van Damme e Willis, un po' troppo autoreferenziale, i nuovi Expendables sono personaggi usa e getta

( VOTO : 6, 5 / 10 ) 

The Expendables 3 (2014) on IMDb

domenica 14 settembre 2014

Empire State ( 2013 )

Chris tenta senza successo di entrare all'Accademia di Polizia e si ritrova a fare la guardia di sicurezza in una ditta che trasporta denaro per conto di supermercati e varie attività commerciali, la Empire State.
Commette un errore capitale: accortosi che la sua compagnia ha un concetto della sicurezza molto "alternativo" confida al suo miglior amico Eddie, un debosciato della peggior specie, quanto sarebbe facile fare un colpo milionario ai danni della Empire State e farla franca.
Ma Eddie mette in mezzo anche le persone sbagliate e un detective è sulle loro tracce.
Intanto il più grande furto di denaro della storia del crimine americano viene commesso, i soldi spariscono  e tutti li cercano, sia i boss della malavita locale che la polizia.
Paradossalmente l'FBI è dalla loro parte: li ritiene troppo stupidi per organizzare un colpo simile.
Basato su una curiosa storia vera, di un furto commesso nel 1982 in quel di New York, Empire State si rivela il film delle occasioni mancate.
La storia è stuzzicante, parecchio , il cast è formato da fratelli di attori famosi ( Liam Hemsworth è ancora il fratellino di Chris "Thor", ancora si deve costruire una sua strada convincente nello show biz nonostante le indubbie qualità fisiche), da nipoti di attrici famose ( Emma Roberts è la nipote della ben più famosa Julia), c'è una faccia , quella di Michael Angarano che abbiamo visto in decine di posti (cinematografici e televisivi si intende) ma facciamo fatica a ricordarla nonostante a neanche 27 anni abbia un curriculum ricchissimo con quasi 60 titoli da attore, poi c'è Dito Montiel , scrittore prestato alla sceneggiatura e alla regia che ha esordito col botto ( Guida per riconoscere i tuoi santi) per poi adagiarsi in una carriera al ribasso.
E last but not least , c'è The Rock, al secolo Dwayne Johnson, uno degli spaccaculi preferiti dal sottoscritto quando si vuole inoculare un po' di cinema tamarro endovena.
Qui già subentra il primo problema : di culi spaccati da The Rock, qui nelle parti di un esperto detective, neanche l'ombra a parte una piccola sparatoria a metà film, cruenta, certo ma di durata brevissima.
Il resto sono solo chiacchiere.
Amo l'heist movie, mi piace far prendere un po' di ossigeno ai miei neuroni usurati con cinema tamarro e fracassone e pensavo che con Empire State potevo trovare un po' tutto questo fuorviato anche da una locandina che lasciava presagire ben altro.
E invece siamo all'ennesimo capitolo di Locandine Truffaldine: sembra che The Rock sia il protagonista assoluto e invece è semplicemente un personaggio di seconda schiera.
La trama promette ben altro, promette anni '80 e una rapina messa a segno da una specie di armata Brancaleone e non la solita incursione di Montiel nelle minoranze etniche forse per far fede al suo meticciato cinematografico , del resto ha fatto fino ad ora sempre dei film troppo trasversali per farli appartenere pienamente a un genere solo.
Altra questione da prendere in considerazione è che il film si concentra sulla comunità d'origine greca di stanza a New York: ora se un tipo piccolo e smilzo come Angarano ( una specie di giovane Al Pacino ancora più schizzato e sudaticcio) si può far passare per greco anche se sulla fronte ha scritto "ITALIANO"  a caratteri cubitali e lampeggianti, come si può far passare per greco uno come Liam Hemsworth, biondo e bello come il sole, alto quasi due metri,occhi azzurri come il cielo e tratti somatici indiscutibilmente scandinavi?
Empire State è senza mezzi termini una delusione abbastanza cocente perché non mantiene nulla di quello che promette.
Uno si aspetta crimine, rapine, mafia greca ecc ecc e invece ci sono solo un sacco di chiacchiere e la solita illustrazione cartolinesca di un pezzo della New York disagiata degli anni '80.
Insomma vecchio e stantio ancor prima di uscire....
Interessanti le interviste sui titoli di coda: pare che la metà di tutto il malloppo non sia stata mai ritrovata...

PERCHE' SI : c'è The Rock, ambientazione anni '80 e poco altro
PERCHE' NO : troppe chiacchiere e pochi culi spaccati, Hemsworth improponibile come greco, locandina truffaldina.

( VOTO : 5 / 10)

Empire State (2013) on IMDb

sabato 13 settembre 2014

Seria(l)mente : Orange is the new Black ( Stagione 1, 2013 )

Paese d'origine : USA
Episodi : 13 da 55 minuti cadauno circa ( Stagione 1 )
Produzione : Tilted Productions, Liongate Television per Netflix

La storia di Piper Chapman , fidanzata a un passo dalle nozze con Larry, scrittore di belle speranze, che si ritrova a dover scontare una pena di quindici mesi di carcere per un reato commesso dieci anni prima: traffico di narcodollari per compiacere la sua amante di allora.
Si, amante al femminile.
Tra amicizie disinteressate e no, nemici temibili, secondini con le mani lunghe , amplessi rubati nella chiesa del penitenziario, baci fugaci nei sottoscala , prevaricazioni e tutto l'armamentario di avvenimenti che fanno da corollario alla permanenza in prigione, Piper cerca di sopravvivere e di far sopravvivere la sua storia d'amore.
Eh si perché la sua ex, quella che l'ha tradita, è nella stessa prigione e il diavolo tentatore è sempre più forte...
Orange is the new Black è una di quelle poche serie americane che quasi quasi mi fanno dubitare dell'assioma English Do it Better!
Anche perché gli ingredienti per farmelo piacere non c'erano: è vero che il sottogenere carcerario mi garba abbastanza ( come non farsi piacere una roba come Fuga da Alcatraz, tanto per citare un caposaldo del genere se non IL caposaldo ?) ma la sua declinazione al femminile non mi ha mai attirato più di tanto soprattutto per la svolta pseudoerotica del genere che a suo tempo definiì tetta, chiappa e sbarra.
Ma se anche un califfo del cinema americano , Jonathan Demme, esordì nel 1974 con un film Femmine in gabbia...tutte le mie idiosincrasie diventano quisquilie.
appartenente a quel filone, intitolato
Diciamo che mi sono avvicinato a Orange is the new Black sulla scorta di pareri entusiastici letti per ogni dove: è vero che a volte bisogna diffidare di tanti facili entusiasmi, ma stavolta mi sento di concordare al 100 %.
La serie creata da Jenji Kohan,  già creatrice  di Weeds e di sceneggiatrice di episodi in alcune delle serie tv americane più conosciute, riesce a dare un punto di vista convincente al travaglio di Piper Chapman.
Un punto di vista femminile senza essere femminista, uno sguardo affilato e lucido dell'intimità di queste donne dietro alle sbarre senza falsi pietismi o deliranti ipocrisie.
Dentro quella prigione ci sono pulsioni sessuali o semplici richieste d'aiuto e d'amicizia, guerre intestine a cui non far vedere mai la luce del sole, rapporti irrisolti e forse irrisolvibili che aggiungono dolore al dolore e poi c'è lei Piper , una specie di corpo estraneo che deve fare di tutto ( e anche velocemente) per uniformarsi al resto delle detenute.
A partire da quella divisa arancione che poi diventerò avana quando acquisirà sufficiente "anzianità".
Una parola su Taylor Schilling, attrice che non conoscevo anche se ho letto che ha avuto una parte in Argo di Ben Affleck: è un'attrice strepitosa capace di cambiare registro recitativo in un nonnulla passando dal pianto dirotto al sorriso di felicità per poi ritornare al pianto, capace di reggere la scena madre anche per istanti lunghissimi, insomma un volto e un corpo da cui i registi della serie ( tra cui Jodie Foster che ha diretto due episodi) pretendono tanto, tantissimo, sapendo di poterlo ottenere.
Anche fisicamente fa uno strano effetto: con l'abito della prigione sembra una mazza di scopa vestita ma ha dei momenti in cui anche con quella immonda tuta di nylon è di un sexy inaspettato.
Poi quando è truccata e sistemata è tutta un'altra cosa, non sembra sbattuta come appare più volte in prigione.
Quegli occhi, quello sguardo sempre in bilico tra vari sentimenti, il suo linguaggio del corpo, colorano un bellissimo personaggio, memorabile direi.
E faccio ingiustizia non nominando le altre del  numeroso cast femminile, tutti volti giusti al posto giusto, tutti personaggi che riescono in qualche maniera a sfuggire sempre allo stereotipo della carcerata, tutte con le loro storie pregresse che man mano vengono raccontate attraverso numerosi flashback.
La trovata geniale di Orange is the new Black è quella di creare un universo sempre  in espansione  pur essendo rinchiuso per la quasi totalità del tempo tra quattro pareti asfissianti.
Un universo potenzialmente infinito e in grado di autoalimentarsi con personaggi e storie sempre nuove che una regia attenta riesce sempre a bilanciare perfettamente.
Ogni personaggio è un microcosmo a sé stante e se Piper è il centro di questo universo , tutti i satelliti che le ruotano attorno hanno storie da raccontare che sono interessanti e profonde almeno quanto quella di Piper.
Orange is the new Black è un miracolo di forma e sostanza costantemente in bilico tra dramma personale e commedia, crudo realismo e inaspettata delicatezza, a un passo dalla blasfemia ma profonda abbastanza per parlare di religione, una serie che sorprende continuamente con i suoi sbalzi di umore che vanno dal nerissimo al felicissimo senza necessariamente passare per tutti gli stadi intermedi e questo permette di affrontare la visione senza alcun cedimento, tanto la sorpresa è sempre dietro l'angolo.
Una serie in cui non ci sono santi ma solo peccatori, in cui non si scaglia mai la prima pietra perché tutti i personaggi hanno il loro lato nascosto, in cui non si dà mai all'untore perché sono un po' tutti untori....
L'unica cosa che mi ha convinto poco è l'evoluzione del personaggio di Healy, il direttore della prigione che diventa un nemico temibilissimo di Piper per motivazioni un po' troppo leggere per giustificare tale suo cambiamento.
Ma è una stupidaggine di pochissimo conto.
La serie è tratto da un libro che racconta una curiosa storia vera ed è stata confermata per altre due stagioni.
Visione assolutamente consigliata. Anzi obbligatoria.

PERCHE' SI : sempre sorprendente, attrici bravissime, non ci si annoia proprio mai
PERCHE' NO. evoluzione del personaggio di Healy un po' troppo repentina e senza troppe spiegazioni, astenersi bacchettoni religiosi .

( VOTO : 8 + / 10 ) 

Orange Is the New Black (2013) on IMDb

venerdì 12 settembre 2014

Colpo di fulmine- Il mago della truffa ( 2009 )

Steven Russell è felicemente sposato con Debbie. Almeno così sembra fino a quando un incidente stradale gli fa capire definitivamente quanto gli piacciano gli uomini.
Cambia radicalmente stile di vita e questo lo porta anche ad infrangere al legge.
In prigione conosce Philip Morris , mite e gentile ,
E' l'amore della sua vita a tal punto che , quando Philip viene rilasciato, Steven tenta più volte la fuga solo per stare assieme al suo innamorato....
La realtà supera sempre la più fervida delle immaginazioni e la storia(vera) di Steven Russell ne è la palese testimonianza. Prima di parlare del film vorrei ancora una volta stigmatizzare il talento tutto italiota dei distributori del nostro Belpaese a stravolgere titoli originali e soprattutto a far passare per pubblicizzare il prodotto un trailer che non c'entrava nulla col film.
Come se fossimo esseri inferiori incapaci di accettare un film un po'diverso dai soliti schemi preordinati.
A vedere il trailer sembra di trovarsi di fronte al classico prodotto semidemenziale targato faccia-di-gomma-Carrey buono per il prime time della domenica sera di Italia uno.
Il film è invece incentrato su tutti altri argomenti pur pagando dazio nei primi dieci minuti al concetto che il pubblico ha di Carrey e sembrando debitore della commedia stile Farrelly bros .
Vedendolo il primo accostamento filmico che mi è venuto in mente è Prova a prendermi  di Spielberg in quanto le storie di Frank Abbagnale jr e di Steven Russell hanno diversi punti di contatto .
E'differente solo il modo di raccontarle.
Mentre a Spielberg interessa l'idealizzazione del Sogno Americano narrando una vicenda agrodolce, i registi e sceneggiatori Requa e Ficarra del Sogno Americano non sanno che farsene, anzi lo prendono letteralmente a picconate.

Il sogno borghese del poliziotto alla ricerca della propria madre naturale si infrange in un brutto incidente automobilistico in cui finalmente comprende cosa vuole per il suo futuro.
I love you Phillip Morris , questo il titolo originale è un film multiforme , camaleontico come il suo protagonista che oscilla continuamente tra vari registri e vari generi raccontando le gesta di un drop out che non riesce ad adeguarsi, a conformarsi a ciò che lo circonda.
E'un mago del travestimento che rivendica orgogliosamente la propria diversità, uno Zelig più malandrino, un cervello sempre in funzione capace di sfruttare le minime debolezze del sistema, usandone le simbologie (il camice che simboleggia il medico del carcere oppure il walkie talkie simbolo della sua appartenenza al corpo di polizia nonostante l'abbigliamento piuttosto vistoso) e le consuetudini per confondersi e uniformarsi all'ambiente circostante.
Tutto pur di scardinare le regole imposte dalla società di cui si prende costantemente gioco e pur di vivere la propria storia d'amore con il Phillip Morris del titolo.
Tra i vari generi toccati dal film infatti c'è anche il melò di una storia d'amore in cui il destino (e un bel pò di libero arbitrio)  si accanisce a dividere i due amanti.
Ed è proprio l'amore disperato  di Steven per Phillip la causa del suo modus operandi (pur essendo un mago della fuga e del travestimento viene sempre riacciuffato poco tempo dopo).
Non è capace di stare lontano dal suo Phillip.

Carrey si impadronisce della materia filmica con impressionante partecipazione.
E se non sorprendono la sua faccia di gomma e la sua mimica nei numerosi siparietti comici ai quali assistiamo, sorprende la sua grande capacità di trattenere la propria recitazione in molti segmenti di questo film.
Quelli in cui la vicenda inevitabilmente si ingarbuglia e la società si appresta a presentare il conto di tutte le malefatte operate dal nostro.
La maschera di Carrey diviene tutta ad un tratto patetica,un clown condannato a non ridere più, una rivisitazione del Truman Show che resta ben impressa nella memoria. A rileggere le note biografiche di Steven Russell viene naturale pensare che la sua sia una vita da film.
Del resto come ho detto all'inizio,la realtà batte sempre la fantasia,anche la più fervida, di qualsiasi sceneggiatore....

PERCHE' SI . impressionante Jim Carrey , come un rullo compressore, incredibile storia vera
PERCHE' NO : il trailer faceva credere che era il solito Carrey demenziale, inevitabili confronti con Prova a prendermi di Spielberg, Carrey schiaccia le performances del resto del cast, McGregor compreso.

( VOTO : 7 / 10 )

 I Love You Phillip Morris (2009) on IMDb

giovedì 11 settembre 2014

Walking on sunshine ( 2014)

Taylor, fresca fresca di laurea, viene invitata dalla sorella Maddie su quelle stesse spiagge pugliesi dove anni prima aveva sacrificato quello che poteva ( e magari era ) l'amore della sua vita per terminare gli studi.
Maddie ha una notizia sconvolgente per lei: si sposa e ha bisogno della sorella per ultimare tutti i preparativi, festa di addio al nubilato compresa.
E il fatto sconvolgente non è che si sposa con un ragazzo conosciuto appena cinque settimane prima ma è che il suo promesso sposo non è altri che l'ex ragazzo di Taylor, lo stesso sedotto e abbandonato tre anni prima su quelle stesse spiagge..
Complicazioni varie ed eventuali ma l'amore trionferà....
Perché mi sono messo a vedere questo film sfornato nientepopodimeno che dalla stessa coppia di registi autori di un paio di film della saga di  Street Dance( Max Giwa e Dania Pasquini) ?
Diciamo che questo film rientra nell'ambito delle visioni coniugali, scelte dalla bradipa.
Del resto se la sera prima l'avevo addolorata e anestetizzata all'istante con Under the Skin ,rivelatosi un sedativo potentissimo,  aveva tutto il diritto di imporre lei la sua scelta.
E siccome le piacciono le commedie che cosa di meglio se non un film che promette leggerezza( in tutti i sensi) e musica anni '80?
Per quanto riguarda la leggerezza devo dire che ne siamo ottimamente forniti, forse ne abbiamo anche troppa.
Anzi direi che la sceneggiatura è così leggera che si taglia anche con un grissino per parafrasare una famosa pubblicità.
Una storiella esile esile a cui appiccicare canzoni e balletti a tema con una cornice ambientale accattivante come quella fornita dalla Puglia e dalle sue spiagge.
Questo offre e nulla di più.
L'operazione ricorda a più riprese quella messa in atto con Mamma Mia ! , musical balneare anche quello ma ambientato in una splendida isola greca, in cui attori famosi prestavano la loro voce ( in molti casi orrida, praticamente un raglio asinino) alle canzoni degli ABBA.
Qui al posto del repertorio del famosissimo gruppo svedese  c'è la musica anni '80 con pezzi della Houston e poi Roxette, Wham!, Duran Duran, Human League, Cindy Lauper oltre naturalmente quello che dà il titolo al film, Walking on Sunshine di Katrina and The Waves, tormentone di metà anni '80.
Insomma perfetto per una serata all'insegna del revival, un film da vedere coi neuroni spenti e le corde vocali pronte all'utilizzo.
Bellina Hanna Arterton( sorella della ben più nota Gemma )  nella parte della protagonista Taylor ma mi permetto di dubitare sulle sue abilità canore e da ballerina ( in fondo le coreografie sono piuttosto semplici, ad uso e consumo di attori non particolarmente predisposti al ballo), molto bella Annabel Scholey nei panni di Maddie che , tirando le somme, è la migliore del cast che per il resto è piuttosto sbiadito e troppo incline allo stereotipo.
Inutile però fare i sofisiticati con un 'operazione nostalgia di questo tipo, fatta esclusivamente per divertimento e per ricordare ai giovani degli anni '80 la musica che si ascoltava in quelle estati ora impreziosite dalla magia del ricordo.
E per i giovani di fine millennio scorso e nati all'alba del millennio in corso è l'occasione per conoscere musica che forse non avevano mai ascoltato prima, forse....

PERCHE' SI :musica anni '80 sparata a tutto volume, bellissime locations pugliesi, neuroni zero e ugola al massimo
PERCHE' NO : sceneggiatura esilissima, di cinema ce n'è ben poco, Giulio Berruti inespressivo come un totano lessato in pentola a pressione.

( VOTO : 5 / 10 )

 Walking on Sunshine (2014) on IMDb