I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

lunedì 24 novembre 2014

Seria(l)mente : The Leftovers ( Stagione 1, 2014 )

Provenienza : USA
Produzione e distribuzione: Warner Bros, HBO
Episodi : 10 da 60 minuti cadauno

In un brutto 14 di ottobre scompare il 2 % della popolazione mondiale.
Così , senza ragione e senza lasciare tracce.
A occhio e croce 140 milioni di persone.
Nella piccola cittadina di Mapleton, profonda provincia americana, le perdite si aggirano attorno ai 100 elementi.
E in più c'è una specie di setta , vestita di bianco, che si rifiuta di parlare e in cui tutti fumano come ciminiere, che si aspettano l'apocalisse in capo a pochissimo tempo.
E fanno ogni giorno nuovi adepti.

In particolare nella prima stagione viene seguito la famiglia Garvey, implosa dopo quell'avvenimento.
Kevin , sceriffo, deve fronteggiare la scomparsa della moglie ( che sta nella setta di cui sopra) e la pazzia del padre. Ma ha modo di conoscere Nora , a cui è scomparsa tutta la famiglia e che ora lavora per il Governo.
Per non parlare di tutte le altre cose strane che succedono in un paese che , nonostante tutto sta cercando di ripartire.
C'era molta attesa per questo show, l'ultimo parto seriale di un signorino a cui è bastata una sola serie, Lost, per riscrivere tutta la grammatica televisiva da quel giorno in avanti.
Stiamo parlando di Damon Lindelof che prende un romanzo omonimo del per me sconosciuto Tom Perrotta e ne tira fuori un prodotto televisivo seriale carico di intrighi, misteri e suspense.
Forse addirittura troppi per poter essere metabolizzati tutti assieme.
E' inevitabile, anche se scorretto e superficiale, confrontare la scrittura e la struttura di questo The Leftovers  con il succitato Lost.
Credo che sia inevitabile perché ci sono alcuni trait d'union tra le due serie che lasciano intravedere che dietro di loro c'è la stessa mente ( bacata?) ad ideare tutto.
Entrambe hanno un'idea di base forte, fortissima , sconvolgente: il disastro aereo in Lost e la scomparsa del 2 % della popolazione mondiale in The Leftovers.
Entrambi si focalizzano su quello che succede ai superstiti e su come cercano di superare quanto successo.
Hanno un'ambientazione piuttosto chiusa, da cui si evade usando alcuni escamotages ( i flashback in Lost) e prendono in considerazione un gruppo di personaggi che risalta sugli altri.
In più trovate sghembe ( i cani che non sia che ruolo abbiano e in che cosa sono cambiati dopo quel fatidico 14 ottobre, la setta di bianco vestita) e notazioni a margine che cercano di colorare meglio la fitta ragnatela di relazioni tra i vari avvenimenti e i personaggi.
In Lost tutto questo era un meccanismo ai limiti della perfezione, quasi scandito da un metronomo, tutto cronografato in una perfetta sintesi di contenuto e forma corroborata dall'ampio respiro delle varie stagioni che alzavano sempre di più l'asticella del mistero.
Nella prima stagione di The Leftovers non succede propriamente così.
Non avendo ancora l'ampio respiro dato da più stagioni, tutto questo appare come in embrione e a riprova di questo si può notare che , dopo un pilot di pregevole fattura che introduce alla grande tutto quello che sta succedendo a Mapleton, nelle puntate successive la narrazione si incarta in vari rivoli dominati da personaggi come minimo incolori che per un po' non si capisce dove vadano a parare.
Di questo ne risente la fluidità nella fruizione della serie che a tratti diventa verbosa e farraginosa, in attesa del coup de theatre che risollevi l'attenzione.
Colpo di scena che tarda ad arrivare, anzi c'è addirittura un episodio, il nono, che riassume brevemente quello che è successo precedentemente come a tirare le fila di un racconto sfilacciato, che è possibile interpretare come una parziale ammissione di colpa di una serie che non decolla almeno fino alle ultime puntate.
E ci sono un paio di episodi, il terzo e il quarto , praticamente monografici, il primo dedicato alle gesta del reverendo interpretato dall'ex Dr Who Christopher Eccleston ( che, detto tra noi, sta invecchiando maluccio) e il secondo a Nora Durst a cui è scomparsa tutta la famiglia.
Quasi a voler mettere benzina in un motore che fa fatica a carburare correttamente anche in virtù di un protagonista, Justin Theroux , con cui è difficile empatizzare.
The Leftovers è dominato da un mistero inesplicabile e mette di fronte l'uomo, inteso come entità minima, di fronte a un universo infinito che lo sovrasta in tutto e per tutto e che lui può arrivare a capire molto parzialmente grazie alla scienza e alla fede.
Soprattutto alla fede che è l'ultima risposta quando la scienza non ne fornisce.
The Leftovers non fornisce risposte, anzi carica ancora di più il suo bastimento infittendo le domande in un ultimo episodio che lascia impotenti, basiti, di fronte a quell'ineluttabilità che forse avrà soddisfazione nelle stagioni successive.
Credo che sia quasi impossibile giudicare un prodotto come questo sulla distanza della singola stagione.
Meglio attendere.
Arrivederci al 2015.

PERCHE' SI : confezione di altissimo livello, cast all'altezza, un'idea di base fulminante
PERCHE' NO : a tratti verboso e farraginoso, sulla distanza di una sola stagione appare incompleto, praticamente ingiudicabile, troppe notazioni a margine, nessuna risposta ai misteri messi sul tavolo.

( VOTO : 6 / 10 )

 The Leftovers (2014) on IMDb

domenica 23 novembre 2014

Into the Storm ( 2014 )

Intorno a Silverton, cittadina dell'Oklahoma a malapena segnata sulle carte geografiche si sta verificando un evento meteorologico pazzesco: una serie di tornado sta convergendo su di essa preannunciando morte e distruzione.
Il film segue parallelamente ( ma tanto poi si sa da un certo punto in avanti si incrociano e convergono) le storie di Gary, insegnante nel locale liceo, vedovo, e dei suoi figli Donnie e Trey, la storia di Pete, un cacciatore di tornadi che con un suo team e un paio di furgoni attrezzati di tutto punto ( di cui uno che teoricamente dovrebbe anche essere in grado di sopportare la furia di un tornado ancorandosi al terreno con degli uncini), cerca di girare un documentario su questi particolari eventi meteorologici da vendere alla miglior televisione offerente e in più ci sono anche due mentecatti , anche loro con la fissa dei tornado che girano immagini con i loro telefonini e le loro telecamerine rischiando la vita più del dovuto.
I tornado arrivano.
Non uno, non due e neanche tre.
Addirittura dieci!
E ce n'è anche uno di fuoco! ( ma senza squali!)
Per parlare di questo film occorre andare ad esaminare i credits: da chi è diretto?
Il regista si chiama Stephen Quale che uno si sta ancora a chiedere dove ha sentito questo nome.
A questo punto ti chiedi chi è quel tizio ( genio o coglione ancora lo devi stabilire ) che gli ha firmato un assegno da 50 milioni di dollari per fare Into the Storm.
Perché questo filmetto ha un budget da 50 milioni  e un cast composto da mestieranti raccattati di qua e di là ( eccetto Walsh che è l'unico che dà un po' di spessore al suo personaggio, quello di Pete).
Vai quindi su Imdb.com e scopri che Quale ha diretto Final Destination 5 oltre a  qualche altra cosetta trascurabile e il mistero si infittisce.
Poi l'occhio ti si sofferma su Aliens of the Deep documentario esperimento di quasi 10 anni fa codiretto da James Cameron e da un tale Stephen Quale, il quale ( ah ah scusate l'allitterazione) , ha anche diretto le seconde unità di Avatar e Titanic.
E a questo punto il mistero è spiegato.
E' James la chiave di tutto.
Ecco come un illustre sconosciuto ottiene un budget milionario per fare un film di genere catastrofico e che arriva ad essere anche una mezza catastrofe di film.
Into the Storm è una specie di film della Asylum però fatto coi soldini, dollaroni fruscianti.
I personaggi sono talmente piatti da sembrare piallati da un falegname, talmente irritanti che vorresti vederli portati via dal primo tornado di passaggio, le scene di raccordo si rivelano un inutile escamotage per fare minutaggio ( alla fine 'sto coso dovrà arrivare almeno a sfiorare i 90 minuti, no?), l'espediente del found footage, o meglio della moltiplicazione delle sorgenti visive , è usato in maniera piuttosto maldestra e soprattutto utilizzato a intermittenza.
In certi passaggi sembra che Quale se ne dimentichi proprio e giri normalmente senza tremori di sorta.
E allora perché mi devi frantumare i testicoli con le solite scenette tremebonde e con le prospettive sghembe da dilettanti( ebbasta con 'sta gente che sta per essere risucchiata nel tornado eppure continua a tenere la telecamera accesa!) che servono solo a far venire il mal di mare?
Se vuoi fare un found footage fallo fino in fondo!
Insomma tra una catastrofe e l'altra non c'è molto da segnalare se non una noia pazzesca.
Però poi scendono in campo ( letteralmente) i  tornado che sono i veri protagonisti della pellicola.
Beh le sequenze in cui i disastri meteorologici la fanno da padroni ti fanno realmente vedere la differenza tra fare un film di questo genere con i soldi e farlo come lo farebbero all'Asylum.
Diciamo che quei 50 milioni di budget cominciano ad avere un senso perché stare in poltrona a vedere questi tornado che impazzano è come andare sulla giostra del luna park, stai imbragato lì sulla poltrona contento che non ti possa accadere nulla mentre gli occhi cercano di arraffare tutto quello che possono in termini di emozioni e divertimento..
Into the Storm cerca di campare sugli effetti speciali di primissima qualità di cui è dotato ma ancora non basta.
Il problema è che regista e sceneggiatore hanno dimenticato di costruirci un film attorno.
Eppure roba come questa riesce a passare attraverso le nostre sale cinematografiche.
Allora è proprio una congiura contro i cinefili.
Un gombloddo.
Tornado portali via.

PERCHE' SI : effetti speciali da primissima qualità, Matt Walsh è l'unico che dà un po' di spessore al suo personaggio.
PERCHE' NO : hanno dimenticato di costruire il film attorno agli effetti speciali, attori al di sotto della soglia di decenza.

( VOTO : 4,5 / 10 )

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sabato 22 novembre 2014

The Town That Dreaded Sundown ( 2014 )

Texarkana, città che come ricorda il nome è esattamente al confine tra Texas e Arkansas : come ogni anno si tiene la proiezione all'aperto ( praticamente un drive in ) del film The town that dreaded sundown, diretto da Charles B. Pierce nel 1976 basato sull'ondata di omicidi ad opera di un serial killer chiamato The Phantom ( per via di quel lenzuolo che porta sulla testa) che avvenne nel paese nel 1946.
Jami e Corey sono al loro primo appuntamento, si stanno conoscendo e gradendo reciprocamente quando hanno l'idea di appartarsi un po' con la macchina.
Mal gliene incoglie perché vengono attaccati da un tizio agghindato come The Phantom che uccide il ragazzo mentre lascia fuggire la ragazza.
Ricomincia la paura perché altri muoiono nella stessa maniera in cui vennero uccise le vittime del 1946.
Le indagini , affidate anche ai federali , non cavano un ragno dal buco mentre Jami assieme a un bibliotecario da sempre innamorato di lei , comincia a indagare sul film e sulle sue ispirazioni andando anche a fare qualche domanda al figlio del regista.
E qualcosa trovano ma la nonna di Jami si convince di trasferirsi in California per la loro sicurezza.
Ma non sarà così facile andarsene....
Come già si evince dalla sinossi The Town That Dreaded Sundown è il remake di una pellicola del '76 ( che purtroppo non ho visto), una di quelle produzioni viste da pochi che però ha gettato le sue ombre su molti film futuri, una specie di slasher ante litteram girato da gente specialista nel girare western.
Questo fatto di non aver visto l'originale ho l'impressione che mi abbia levato parte del divertimento anche se a quanto letto in giro il lavoro fatto su questo remake in molte parti prescinda totalmente dall'originale.
Se nel 1976 il genere slasher ufficialmente non esisteva ancora , ha senso riproporre uno slasher nel 2014 con tutta la deriva qualitativa che vira irrimediabilmente al basso nell'horror contemporaneo?
Diciamolo subito la risposta è no.
Figuriamoci un remake, il refugium peccatorum di produttori, sceneggiatori e registi in fase di stallo creativo.
Poi ti capita tra le mani un film che non gli daresti un centesimo bucato e che vedi più perché hai voglia di vedere schizzare snague e frattaglie che non altro lasciando i neuroni a nanna.
E ti accorgi che ti stai sbagliando: se quello che stai vedendo è solo uno slasher , allora ha un senso proporlo al pubblico anche nel 2014.
Per cominciare un po' di credits : in regia c'è Alfonso Gomez Rejon, un passato da assistente di Scorsese, Ephron e Inarritu , nonchè regista di vari episodi di American Horror Story e Glee, alla sceneggiatura Roberto Aguirre Sacasa , visto dalle parti di Glee e sceneggiatore dell'orrido remake del Carrie di De Palma che ha infestato i nostri schermi qualche mese fa, alla produzione c'è Ryan Murphy, ideatore di Nip /Tuck, anche lui visto dalle parti di Glee e American Horror Story per non parlare di Jason Blum , uno che ha prodotto di tutto da una decina di anni a questa parte , una specie di re Mida delle piccoli produzioni poi trasformate in denaro sonante ( un esempio? Paranormal Activity).
Come vedete è una sorta di piccola squadra , una special team unit abituata a lavorare a contatto di gomito e questo si rivela di fatto molto importante a livello qualitativo.
Diciamo subito che i meriti maggiori da riconoscere a The Town That Dreaded Sundown sono esclusivamente tecnici: è un film fottutamente bello da vedere, con una fotografia ai limiti dell'espressionismo fornita da Michael Goi ,un asso nelle sequenze notturne,  un montaggio serrato ma mai asfissiante di Joe Leonard e una regia di altissimo profilo che stupisce sia ad opera di un esordiente al cinema.
Non bisogna dimenticare però l'apprendistato importante fatto dal nostro e il suo incessante lavoro in televisione ( e oggi la tv fornisce prodotti di qualità anche superiore rispetto a quelli cinematografici) che lavorerà con logiche diverse , più stringenti e che appiattiscono la creatività, ma che a conti fatti si dimostra un'ottima palestra in cui affinare lo stile.
Che in questo film c'è e ce n'è anche parecchio, tante finezze presenti in ogni dove, una macchina da presa che si muove fluida e sinuosa valorizzando sequenze che in mano ad anonimi mestieranti sarebbero state piatte e poco originali.
Insomma la grammatica registica di Alfonso Gomez Rejon riesce a riscattare una sceneggiatura che , a parte l'idea del meta remake veramente pregevole, si incarta in personaggi poco interessanti ( anche la protagonista è tratteggiata in modo un po' maldestro nonostante Addison Timlin sia brava) e in scene di raccordo assolutamente al di sotto della media in quanto a scrittura e questo rischia di penalizzare l'adrenalina che dovrebbe scorrere a fiumi nelle sequenze dei vari omicidi.
E' come se presentassimo un piatto di un grande chef facendolo servire da un cameriere un po' sgarrupato in un ristorante meno che ordinario.
Però il piatto resta buono e degno di essere non solo mangiato ma direttamente vissuto.
E questo lo si deve soprattutto all'idea del metaremake che  permette di evidenziare la competenza della regia e di tutto il settore tecnico, facendo spiccare il volo a un film che altrimenti finirebbe nei cartoni delle offerte dei megastore .
Americani.
Perché da noi non si sono degnati di importarlo a differenza di tanta immondizia con cui tappezzano le sale cinematografiche nostrane.
Ritorniamo alla domanda fatta all'inizio.
Ha senso fare e/o guardare uno slasher nel 2014 ?
Se sono tutti sorretti dalle idee e dalla tecnica di The Town That Dread Sundown, beh allora ha un senso.
Un fottuto senso.
E passate a leggere ( di più e meglio ) di questo film da Lucia.

PERCHE' SI : ottima regia , ottima confezione , una protagonista brava anche se ingabbiata in un personaggio mal tratteggiato, vincente l'idea del metaremake.
PERCHE' NO : la sceneggiatura a parte l'idea di base del metaremake è deficitaria, personaggi piatti e mal delineati.

( VOTO . 7 / 10 )

The Town That Dreaded Sundown (2014) on IMDb

venerdì 21 novembre 2014

Resta anche domani ( 2014 )

Mia è una ragazza abbastanza introversa che cerca di comunicare col mondo attraverso le note del suo violoncello. In compenso è fidanzata con Adam , frontman di una rock band in ascesa che ha appena firmato il suo primo contratto discografico.
Lei deve scegliere se accettare , dopo aver superato un provino, di continuare il suo sogno musicale alla Juilliard , lontano dal suo Adam o continuare al fianco di lui che sta aprendosi la strada nel music business.
Un brutto giorno però un incidente automobilistico farà diventare questa scelta più pressante: perde i familiari e in una straniante esperienza extracorporea dovrà scegliere se restare o meno....
Caro RJ Cutter, documentarista e produttore, regista televisivo che sceglie l'omonimo romanzo di Gayle Forman per debuttare nel cinema, ma chi te l'ha fatto fare?
Ma ritornatene bello, bello alla tua amata televisione e girati i tuoi bei documentari, produci le tue serie televisive ma lascia perdere il cinema, ok?
Se volevo un candidato autorevolissimo al titolo di scult dell'anno, beh con Resta anche domani l'ho trovato.
Si, d'accordo, io parto prevenuto con questi teen dramas che fanno a gara per estorcere le lacrime facendole esondare a pressione dal canale lacrimale ma se Colpa delle Stelle  osava con l' amore che faceva rima con tumore, riuscendo anche a farsi apprezzare parzialmente dal sottoscritto, senza bestemmioni in austroungarico, qui si osa solo col frantumamento testicolare.
Un film che parte male sin dall'inizio, con quei suoi colori accesi, quel fastidioso flou della fotografia  che lo rende subito strano, avulso dalla contemporaneità che pretende di raccontare.
E' come se raccontasse un mondo di sogno, colorato con tonalità irreali e poi quando entra in scena una famiglia che sembra presa di peso da uno spot del Mulino Bianco, il corto circuito è completo.
E' un film che pretende di raccontare personaggi giovani nel passaggio più delicato della loro vita, dall'adolescenza a quell'età adulta in cui devono prendere decisioni fondamentali per il futuro, ma ha la sventura di incappare in due protagonisti vecchi dentro che sono molto più vecchi dei genitori di Mia, lui ex batterista e lei hippie, due genitori così ideali per apertura mentale e vicinanza generazionale coi loro figli ( e a 'sto punto ti chiedi pure come da loro possa essere uscita una figlia che suona il violoncello e che ama la musica classica) da essere per forza relegati in un mondo ideale che ha poco a che spartire con la realtà.
Lei, la Moretz è veramente carina ma vederla vestita e truccata da trentenne in calore è un insulto, vuol fare la timida e l'insicura  ma è fidanzata col maschio più ambito di tutta la scuola ( succede sempre così nella vita reale, no?), lui , Adam, che dovrebbe rispettare lo stereotipo del rocker insofferente alle regole ed essere circondato da un'aura di maledettismo che aiuta molto nella carriera musicale, è invece quanto di più deteriore si possa immaginare : fidanzato fedele e superprotettivo, come ogni rocker che si rispetti ( perdonate l'ironia) e assoluto seguace del credo "  l'omo è omo e ha da puzza' mentre le femmina deve sta a casa a fa' la calzetta".
Praticamente due protagonisti di questo genere sarebbero un colpo mortale per qualsiasi film e infatti colpiscono e affondano questo Resta anche domani che diventa un insopportabile teen drama mieloso, improbabile e capace da solo di provocare crisi iperglicemiche per il caramello sparso a piene mani durante tutti i 100 minuti che lo compongono.
Un caramello appiccicoso, insopportabile, che non viene via neanche col candeggio.
La Moretz si sforza ma si segnala solo per il suo essere piagnucolosa e per le innumerevoli corse su e giù per l'ospedale a ricevere quanti più insulti dal destino possibili.
Un vero peccato per un'attrice sulla rampa di lancio come lei.
Resta anche domani è una lunga agonia cinematografica , una discesa in basso quasi senza termine in attesa della solita catarsi liberatoria.
Perché tanto sai che prima o poi arriva prima dei titoli di coda.
Perché due cuori e una capanna fanno sempre scena.
Perché Resta anche domani.
Ma anche no.

PERCHE' SI : la Moretz è bella anche se truccata e vestita malissimo, nulla da segnalare
PERCHE' NO: due protagonisti vecchi dentro, piagnucoloso e mieloso oltre i limiti del sopportabile, oltra alla Moretz praticamente il nulla....

( VOTO : 3 / 10 ) 

If I Stay (2014) on IMDb

giovedì 20 novembre 2014

Oltre il guado ( 2013 )

Marco Contrada è un etologo che è solito addentrarsi negli impenetrabili boschi del Friuli per osservare gli animali selvatici. Una sera per seguire uno di quegli animali nota un borgo diroccato oltre un torrente nelle vicinanze. Col furgone munito di tutte le attrezzature per l'osservazione attraversa il fiumiciattolo che si sta ingrossando sempre più a causa della pioggia e comincia a esplorare il vecchio borgo abbandonato dove trova carcasse di animali orrendamente mutilati forse a causa di un non ben precisato predatore.
E' solo ma strani rumori e fenomeni misteriosi accadono mentre lui è lì.
Il torrente rende impraticabile la via del ritorno e in sovrappiù misteriosamente gli sparisce anche il furgone.
Marco è imprigionato nel borgo e sente delle presenze che non sembrano molto amichevoli nei suoi confronti....
Lorenzo Bianchini è un regista friulano che si è ormai costruito una carriera rispettabilissima all'interno del circuito indipendente.
Specializzato in film ultra low budget ( praticamente no budget) è uno di quei nomi della scena italiana che è più rispettato e conosciuto all'estero rispetto all'Italia.
Delittuosamente , perché Bianchini è dotato di talento e ha dimostrato nelle sue opere di avere una sua maturità nell'approccio al genere che predilige, l'horror.
Oltre il guado ( che all'estero circola con il titolo di Across the River) è il suo ultimo film, una produzione che ha fatto il giro dei Festival specializzati raccogliendo pareri positivi un po' ovunque e vincendo tra gli altri anche un paio di premi al Fantafestival del 2014 e al Fantasia Film Festival del 2013.
Voglio solo sperare che il suo encomiabile lavoro di oltre 10 anni di carriera venga notato da un produttore sufficientemente coraggioso da affidargli un budget adeguato per realizzare qualcosa di più corposo.
Non che i suoi film siano manchevoli di qualcosa, perché la regia fluida e matura di Bianchini riesce sempre a bypassare i problemi dati dalla mancanza di budget ma c'è curiosità nel vederlo al lavoro con un capitale adeguato a disposizione.
Il solito problema di cui parlavamo un paio di giorni fa riguardo a The Canal : anche in un Paese piccolo come l'Irlanda, in profonda crisi economica , si spendono soldi per finanziare film di genere, in Italia si finanziano sempre i soliti noti perché amici o amici degli amici....
Ma veniamo a Oltre il guado: mi viene da definirlo  horror atmosferico in quanto Bianchini fa parlare soprattutto le immagini prescindendo del tutto o quasi dai dialoghi, praticamente extradiegetici in quanto al massimo riportano l'attività lavorativa del protagonista e raccontano molto parzialmente la storia di quel borgo nelle parole di due vecchi che parlano in sloveno.
Oltre il guado è un film sull'attesa in cui Bianchini non usa squallidi mezzucci da film de paura ma colora un mondo notturno ricchissimo di suggestioni, un vero e proprio concerto macabro di versi di animali e di rumori che Marco non riesce a distinguere ( ma gli fanno paura) rendendo di fatto inutile qualsiasi tipo di effetto speciale .
Si arguisce da quanto detto che l'ultima opera di Bianchini  ha un approccio originale al genere e sposta l'occhio della cinepresa su quanto accade attorno al protagonista , solo, in un borgo abbandonato con un aspetto talmente spettrale da far vacillare ogni certezza nell'animo di un uomo votato alla scienza e che quindi cerca di affrontare tutto razionalmente, a mente fredda.
Ma stavolta non è possibile.
La scienza non c'entra.
Il vero protagonista di tutto è quindi il borgo fantasma che incombe su Marco, una presenza maligna che man mano lo ingloba in un abisso senza fondo.
Un po' come era successo in uno dei film precedenti, quel Custodes Bestiae che nell'ultima parte era ambientato proprio come Oltre il guado in una specie di paesello fantasma.
Bianchini, pur essendo specialista nel far le nozze coi fichi secchi non ha nulla da invidiare a colleghi (stranieri) ben più quotati di lui, almeno nell'opinione dei fans.
Non gira un mockumentary come sarebbe stato molto più comodo ma propone un'opera probabilmente di nicchia ( quanti fan puri e crudi dell'horror sopportano la quasi totale assenza di dialoghi?) che però sprigiona talento e voglia di dire qualcosa di nuovo in un genere inflazionato come l'horror.
Guardate questo film, non ve ne  pentirete! Si trova anche facilmente in vendita per un pugnetto di euro.
Support Lorenzo Bianchini! Support italian cinema!
E già che ci siete leggete anche la recensione di Lucia, nostra signora dell'horror, è molto meglio della mia.

PERCHE' SI : horror atmosferico, esperienza multisensoriale, ambientazione riuscitissima
PERCHE' NO: film realizzato con buidget ridicolo , la fotografia non è sempre all'altezza.

( VOTO : 7 / 10 ) 

mercoledì 19 novembre 2014

Frank ( 2014 )

Jon è un giovane impiegatuccio con sogni repressi da musicista quando strimpella la sua tastiera a casa componendo canzoni non propriamente riuscite.
Un giorno per pura coincidenza assiste al tentativo di suicidio del tastierista di una band indie rock, i Soronprfbs, che deve fare un concerto la sera stessa. Parla con un altro membro del gruppo e viene scritturato all'istante come tastierista per la serata che sarà un disastro senza mezzi termini ma in cui avrà la possibilità di conoscere Frank, ombroso e versatile cantante oltre che principale compositore della band che va in giro da anni con un' enorme testa di cartapesta a nascondere la sua faccia.
Jon viene chiamato addirittura  per registrare il loro nuovo disco, in mezzo al nulla nel verde irlandese.
Avrà modo di conoscere meglio gli altri membri della band, tutti più o meno con dei trascorsi da pazienti psichiatrici, e cercherà di carpire il segreto dell'ispirazione di Frank....
Ispirato all'esperienza autobiografica di Jon Ronson, cosceneggiatore del film e tastierista alle spalle di Frank Sidebottom uno dei personaggi interpretati dal comico e musicista inglese Chris Sievey, il film di Lenny Abrahamson, un tosto dublinese che nella sua carriera ha già dimostrato di saperci fare con ritratti di personaggi al limite o anche oltre il limite, come i protagonisti di Garage e Adam & Paul, cerca di essere ben più di un film su una band dal nome impronunciabile ( una bestemmia nel music business in cui i nomi devono essere lapidari, pronunciabilissimi e devono rimanere in testa) capeggiata da un leader che ha il vezzo  di portare un testone di cartapesta a coprire la sua faccia e a complicargli tremendamente la vita.
Frank è la storia di due parabole: una che va a compimento, quella di Frank stesso e del suo gruppo votato fin  dall'inizio all'autodistruzione perché incapace di gestirsi e di amministrare la notorietà crescente almeno su internet, e una che rimane sospesa , a mezz'aria, che è quella di Jon, impiegato grigio e maldestro col sogno di essere musicista e che per almeno un breve lasso di tempo riesce a coronare la sua aspirazione, anche se ad altissimo prezzo, sia economico che personale.
Abrahamson inanella una serie di personaggi che rimangono impressi per la psicopatologia che invade decisamente la loro quotidianità e azzecca una parte centrale del film , quella della registrazione del disco in un cottage in mezzo al nulla della verdissima campagna irlandese, che ci regala l'essenza della vita in studio di una band alle prese col processo creativo che porterà alla loro musica.
E molto del film vive proprio del rapporto ispido , contraddittorio, adorante per certi versi ma anche molto distante per altri , dei vari musicisti con il loro leader Frank, uno capace di cavar fuori una canzone e una melodia vincenti ispirandosi addirittura ai calzini variopinti di Jon.
Ecco il rapporto contraddittorio tra i vari membri della band e Frank sta proprio in questo : loro a faticare tremendamente per tirar fuori composizioni mediocri ( e Jon, ottimo Domhnall Gleeson nella parte,  è come loro, vorrebbe rubare a Frank il segreto della sua ispirazione) e il loro leader a tirar fuori idee molto migliori delle loro.
Insomma quando Dio distribuiva il talento Frank si è messo in fila diverse volte.
Accanto a questo si parla di social network, perché la band sembra essere molto più virale su internet che nella realtà di concerti per nulla affollati ( e quindi si fa notare lo slittamento netto che c'è tra il virtuale della notorietà su internet e il reale) e di rock che sembra poter essere fatto solo da personaggi sopra e oltre le righe.
Del resto se Syd Barret si ispirava fumando cose non troppo lecite e abusando di acidi....
Il problema di Frank, il film, è che nella seconda parte prende una deriva da film indie americano, il classico stile Sundance che era riuscito ad evitare in una prima parte vivace e discretamente originale, con i nodi che vengono al pettine e quel faccione di cartapesta , indossato con classe sopraffina da un Fassbender  prestatosi ottimamente al gioco, che inesorabilmente si sgretola .
Il rapporto tra Frank e Jon , quando rimangono soli, è gestito con un pizzico di fretta, con l'ansia di dover chiudere il film in una maniera o nell'altra e anche mostrare il vero volto di Fassbender, la maschera che si sbriciola letteralmente è il segno di voler tirare una linea netta.
Altra cosa da imputare a un film che parla di una band rock alle prese con la sua musica è la mancanza sostanziale della stessa musica che rendeva leggendario un altro film irlandese sull'ascesa e sulla caduta di una band come  The Commitments.
Un film su una rock band senza musica è come un fiore senza petali, è un mondo senza colori.
Ma Frank lascia molto di sé anche dopo i titoli di coda....

PERCHE' SI  : Frank e il suo testone di cartapesta non si dimenticano facilmente, bella galleria di personaggi sopra e oltre le righe, eccellente parte centrale.
PERCHE' NO  : finale un po' sfilacciato in cui si perde la magia della prima parte, manca la musica!

( VOTO : 7 / 10 )

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martedì 18 novembre 2014

The Canal ( 2014 )

L'archivista di film David vive felicemente con sua moglie Alice e con il figlio Billy , appena entrato in età scolare,  nella loro bella casa comprata quando Alice era incinta.
David è un po' stressato al lavoro e comincia a sospettare fortemente che la moglie lo tradisca.
Inoltre grazie alla sua collega di lavoro Claire scopre grazie a rarissimi filmati d'archivio che la loro casa fu teatro di un gravissimo fatto di sangue risalente al 1902 quando un uomo assassinò la moglie e i due figli.
Da quel momento in poi la casa sembra ospitare misteriose presenze.
Quando Alice non ritorna a casa per una notte, David ne denuncia subito la scomparsa col solo risultato che diventa subito il primo sospettato della sparizione.
David inoltre non ricorda molto bene quello che accadde quella sera quando , insospettito dal suo atteggiamento, cominciò a seguire la moglie.....
Diavoli di irlandesi ce l'hanno fatta un'altra volta : con il classico film costato due sterline, finanziato con i soldi della lotteria e con gli incentivi sulla tassazione, riescono ancora una volta a tirare fuori un prodotto formalmente curato, anzi molto curato, è la prima cosa che salta all'occhio in questa pellicola, e pronto per l'esportazione in più Paesi possibili.
Segno che in Irlanda amano anche sporcarsi col cinema di genere , senza alcuna paura e senza alcuna preclusione, mentre qui da noi vengono finanziati sempre i soliti noti e sempre per film appartenenti allo stesso genere, inutile che mi stia a ripetere per l'ennesima volta.
Veniamo a The Canal: dalla sinossi si rende evidente che non ci troviamo di fronte a qualcosa di schiettamente originale, anzi sembra la solita storia trita e ritrita di case infestate e di fantasmi personali che condizionano le vite dei protagonisti.
Visto poi dopo quello squassante masterpiece di The Babadook , diciamo che un po' l'aspettativa ne risente perché The Canal gioca parzialmente sul terreno del film di Jennifer Kent ( in fondo David combatte per tutto il film col suo babadook che non ne vuole sapere di starsene chiuso nell'armadio) declinando il tutto al maschile e aggiungendo per speziare una storia di tradimenti.
Il film mette subito in chiaro di che cosa vuole parlare: fantasmi
Ma da intendere in senso lato.
Quello che vien fuori è un vortice di suggestioni che partono da una casa diventata troppo grande per il padre e per il figlio e in cui risuona fragorosa l'assenza della madre, ma l'occhio del ciclone di questo vortice è in realtà proprio David, una mente sempre più in bilico tra realtà e incubo, quasi ansiosa di imboccare un abisso nero e senza fondo in cui perdersi definitivamente.
Interessante che un'altra chiave di volta del mistero sia una specie di sottopasso vicino al canale che dà il titolo al film, una cosa che fa molto In Absentia, titolo supercult targato Mike Flanagan ( quello di Oculus ) ma soprattutto è interessante il modo di girare di Kavanagh che con una regia preziosa, ricercata, di una raffinatezza non frequente da trovare nel genere, riscatta, almeno parzialmente la pressoché totale mancanza di originalità dello script.
Addirittura ho letto che per quanto concerne le parti riguardanti l'omicidio plurimo del 1902 , Kavanagh abbia girato con una cinepresa del 1915, un vero e proprio residuato bellico, protagonista a sua volta di una delle sequenze cardine del film.
La fotografia di pregio e un montaggio asfissiante nell'ultima parte del film si rivelano come altri due preziosi valori aggiunti che contribuiscono nel piacere epidermico di una visione comunque soddisfacente per il fan dell'horror e di generi affini.
Infine una notazione per il finale: un frammento di cattiveria vera, un violento colpo basso ma di quelli che ti fanno rivalutare in positivo un lavoro che risente di molte influenze ma che cerca di rielaborarle in modo personale.
Riuscendoci a fasi alterne.
Ma Ivan Kavanagh è un regista da tenere d'occhio....

PERCHE' SI : stile registico ricercato, ottimi fotografia e montaggio, un finale che è un vero colpo basso
PERCHE' NO : visto dopo The Babadook un po' sbiadisce, lo script è poco originale, il piacere della visione resta solo in superficie...

( VOTO : 6,5 / 10 )  

 The Canal (2014) on IMDb

lunedì 17 novembre 2014

Due giorni, una notte ( 2014 )

Sandra ha un marito e due figli che la amano e lavora presso una piccola fabbrica di pannelli solari.
O meglio lavorava perché soffre di depressione ed è stata lontana dal lavoro per circa un anno.
Il capo ha scoperto che può fare benissimo a meno di lei e propone ai suoi colleghi un bonus economico ( mille euro) in cambio del licenziamento di Sandra.
Naturalmente votano per il suo licenziamento ma una sua amica , Manu, ottiene di far ripetere la votazione perché a suo dire condizionata dal capo reparto.
Sandra avrà un week end per far schierare la metà più uno dei colleghi dalla sua parte ed evitare così il licenziamento.
Dovrà andare a parlare con loro a uno a uno....
A proposito del film precedente dei fratelloni belgi, Il ragazzo con la bicicletta, avevamo parlato di un loro percorso di avvicinamento al cinema mainstream che si rendeva evidente mediante aspetti formali ( fotografia brillante ricca di colori saturi, ambientazione in bei quartieri residenziali e non nelle classiche , squallide periferie, l'utilizzo di un'attrice francese importante come Cecile De France come spalla al piccolo protagonista) che sostanziali ( una storia meno rancorosa del solito , praticamente un lieto fine in quello che appariva essere il loro film più "riconciliato").
Ricevute e archiviate svariate critiche per questi aspetti "nuovi" del loro cinema i Dardenne che fanno?
Marcia indietro anche se molto parziale e alla loro maniera.
Due giorni , una notte racconta di una lotta tra poveri che si accapigliano per un infimo bonus ( che però permette di fare tante cose, squisitamente inutili come ampliare casa o sistemare un giardino) e per un posto di lavoro che è la preda sacrificale proposta dal padrone ai suoi sottoposti per guadagnarsi quell'obolo da miserabili.
Si mette a nudo l'altra faccia del proletariato, quella cattiva, egoista, gretta in un gioco orchestrato da un padrone che , beandosi, guarda tutto dalle sue stanze dorate e , neanche tanto segretamente, gongola per il potere che ha e che utilizza nel modo più deteriore.
In realtà , a naso, conoscendo un po' l'attività dei sindacati, questo risulta essere un assunto quanto mai debole e criticabile, forse anche illegale.
E' mai davvero possibile che tutto questo succeda senza che intervenga un ispettorato del lavoro o qualche organismo atto alla tutela dei diritti degli operai?
Se da noi appare qualcosa di tristemente fattibile, non giurerei che la stessa cosa si possa fare in un Paese come il Belgio, afflitto come noi dalla crisi economica ma sicuramente meglio organizzato anche in virtù del suo essere grande poco più della Lombardia e con più o meno lo stesso numero di abitanti.
Ma lasciamo perdere questo aspetto che non è il nocciolo centrale del film.
Devo dire che ho provato un pizzico di delusione, forse anche più di un pizzico, nel vedere questo film.
Vedere assieme due registi che amo alla follia e un'attrice che considero magnifica, sicuramente nell'Olimpo delle interpreti contemporanee, per me era praticamente un sogno sperando in quel capolavoro che non era stato Il ragazzo con la bicicletta.
E invece non lo è neanche questo loro ultimo lavoro             .
I Dardenne cercano di tornare al cinema verità dei loro esordi pedinando la protagonista come nei loro film migliori , ma stavolta la protagonista è Marion Cotillard, una che pure se le metti uno straccio addosso è sempre di una bellezza straordinaria, anche se non le metti un filo di trucco è seducente come non mai, basta solo guardarla negli occhi e ti accorgi che in quello sguardo vorresti annegare.
Ecco, una così , in un'operazione di ultrarealismo, a fare l'operaia non ce la vedi proprio.
E anche se è vestita sempre con una canottierina di poche pretese, un jeans attillato e le bretelle del reggiseno in vista risulta essere sempre svariati gradini più su  rispetto agli altri attori, spesso alla prima esperienza come il verbo del realismo docet, oppure alle varie facce che lei incrocia e che hanno già assaggiato il cinema dei Dardenne.
Si vede che Marion Cotillard è prestata a quel mondo non facendone parte, si avverte in maniera netta lo slittamento tra la sua recitazione e quella dei svariati non professionisti usati nel film, anche quel suo abbigliamento sbarazzino ne accarezza un po' troppo voluttuosamente le forme angeliche per non poter essere notato.
Tutto questo si nota anche se i Dardenne usano spesso campi lunghi quasi per annullare la distanza tra questa diva statuaria  e la varia umanità imperfetta e tracagnotta che incontra nel suo pellegrinaggio porta a porta.
E infatti la domanda che mi sono fatto per tutto il film era che cosa diavolo c'entrasse una dea simile con l'inferno che le stava intorno.
Una dea piagnucolosa e anche misericordiosa perché nel suo tour della disperazione condotto bussando alle porte delle colleghe e dei colleghi da convincere, lei si mette dalla loro parte, capisce le loro ragioni , è capace solo di ricordare loro che a lei serve quel lavoro perché altrimenti non potrebbe andare avanti.
E loro fanno altrettanto. Anche per loro quel bonus è di importanza vitale.
Lei ha comunque la famiglia, ha un marito che la ama , due figli per cui è la luce, in qualche maniera si può superare questa empasse.
Eppure ingoia lo stesso una scatola di Xanax in una sequenza che dovrebbe essere il pezzo forte di un film del genere e invece è buttata via maldestramente come se fosse stata gestita dall'ultimo dei dilettanti.
E pazienza anche per quel finale edulcorato, sfiorato dall'ottimismo in cui si evidenzia il beau geste di Sandra.
Che in un mondo ideale sarebbe perfetto, in quello reale, beh ti fermi ad augurarti che possa bastare , ben sapendo che la risposta è più negativa che positiva....
Che dire ?
Che il proletariato , o meglio che raccontare il proletariato si addice più a un Loach che ai Dardenne?
Oppure che è meglio che tornino veramente alle origini e non le simulino in questo one woman show che si trasformerà sicuramente in un ottimo veicolo promozionale per la Cotillard ma meno per il loro cinema?
Eppure non riesco a voler male a questo film, ripeto, per me una delusione abbastanza cocente, come non riesco a voler male ai Dardenne e men che meno a Marion Cotillard che continuo a considerare una dea scesa in terra.
Sembra che i Dardenne abbiano recepito non benissimo le critiche di apertura al cinema mainstream ricevute nel film precedente e che cominci a serpeggiare un po' di diffidenza nei loro confronti perché accusati sempre di fare lo stesso film.
Cari fratelloni , non date retta alla critica ottusa, date retta a chi vi vuole bene, il vostro cinema è sempre vivo e scalcia con noi.
I blockbuster e i divi lasciateli agli altri, a voi non servono....
Del resto se gli AC/DC sono in giro da quaranta anni ( pur essendo accusati di fare sempre lo stesso disco) un motivo ci sarà, no?

PERCHE' SI :  è il nuovo film dei Dardenne e c'è Marion Cotillard, già questo basterebbe per spendere i soldi del biglietto, storia che sembra tratta da un talk show politico
PERCHE' NO  : la Cotillard non fa parte del mondo reale ( e di quello dei Dardenne) e si vede, lo spunto è di quelli spinosi ma sembra un artefatto,sembra che i Dardenne vogliano ritornare alle origini ma la loro è la simulazione di cinema dell'ultrarealtà...

( VOTO : 6 / 10 ) 

Two Days, One Night (2014) on IMDb

domenica 16 novembre 2014

Seria(l) mente : Psychoville ( 2009, Stagione 1 )

Provenienza : UK
Produzione e distribuzione : BBC
Puntate : 7 da 30  minuti cadauna

Cinque persone diverse per estrazione sociale, età , lavoro e residenza geografica un brutto giorno ricevono un biglietto con su scritto " Ho visto che cosa hai fatto ".
Ma vediamo chi sono queste cinque persone che non sono propriamente l'epitome dell'innocenza: abbiamo un'infermiera psicopatica e violenta con un bambolotto che pretende essere suo figlio e in tal modo lo tratta arrivando anche a imbrattarlo di cibo per bambini, un vecchio cieco che cerca disperatamente l'ultimo peluche per completare la sua collezione combattendo contro due ributtanti gemelle siamesi, un nano dotato di poteri telecinetici che viene deriso un po' da tutti nella sua compagnia teatrale, una mamma che aiuta il figlio serial killer, non un fulmine di intelligenza in verità, a completare i suoi crimini e infine un clown a cui manca una mano, sostituita da un uncino, che non riesce molto nel lavoro di far ridere i bimbi alle feste in cui è invitato a lavorare.
Attraverso una fitta rete di flashback, salti in avanti e indietro nel tempo ed ardite ellissi, vedremo il pregresso di tali personaggi e la ragione per cui sta succedendo tutto.

L'Inghilterra con gli anni è diventata la terra delle migliori produzioni televisive raggiungendo e superando la serialità americana sul suo stesso terreno, la confezione, e partendo da una condizione di netta superiorità per quanto riguarda la scrittura.
Psychoville ne è un esempio lampante: una serie beffarda, in cui l'humour inglese è marcio come non si vedeva da anni ( leggasi Little Britain), un'entrata a piedi uniti sui meccanismi che tengono in piedi i vari generi a cui si richiama ( soprattutto giallo, horror e thriller) ammantandoli di un'ironia contagiosa fatta di citazioni, di risate grasse e di una ventata di anarchia  che si traduce spesso e volentieri nel totale nonsense.
Psychoville è stata creata da Steve Pemberton e Reece Shearsmith che camaleonticamente , proprio come succedeva in Little Britain e anche in The League of Gentlemen ( precedente parto televisivo della coppia a cui Psychoville deve molto in termini di tematiche e meccanismi ) interpretano vari personaggi accomunati tutti dall'essere appartenenti alla peggiore feccia umana.
Si sorride, si ride, anche a crepapelle ma si ride verde perché a guardare bene non c'è un piffero da ridere di situazioni così imbarazzanti e al limite del delirio che esplorano il lato peggiore di quello strano animale che è l'uomo.
Ogni personaggio ha un talento particolare nell'evidenziare il suo lato misero, gretto e una regia precisa e volitiva che lavora continuamente di ellissi , li sottolinea ancor meglio portando alla luce quello che è un vero e proprio miracolo di scrittura che arriva a osare nel grottesco e nella sgradevolezza conclamata senza per questo risultare ridondante.
Paychoville non ammicca al pubblico, nega qualsiasi forma di identificazione con i vari personaggi che la percorrono ( anche quelli , diciamo, più normali o perlomeno più avvicinabili a una parvenza di umanità), si diverte a scardinare da dentro i meccanismi dei vari generi che trasversalmente tocca , dal giallo , il classico whodunit, fino all'horror, percorrendo tutti gli step intermedi.
Ogni episodio è una scheggia impazzita , un caleidoscopio puntato sul mondo coloratissimo creato da Pemberton e Shearsmith ( oltre al contenuto anche la forma è a livelli di eccellenza con delle scenografie di primissima qualità) che oltre a essere valentissimi sceneggiatori si dimostrano performers straordinari.
Da non perdere il balletto sulle note del "Gioca Jouer" britannico che la madre fa assieme al figlio serial killer per calmarlo e farlo concentrare sul prossimo omicidio.
E' stata prodotta anche una seconda stagione.

PERCHE' SI : un'entrata a piedi uniti sui meccanismi che tengono in piedi i generi che vanno dal giallo all'horror, miracolo di scrittura,  Pemberton e Shearsmith sono due performers straordinari.
PERCHE' NO : per certi versi è un prodotto estremo, piuttosto di nicchia, altri difetti? boh

( VOTO : 8 / 10 )

 Psychoville (2009) on IMDb

sabato 15 novembre 2014

Asmodexia ( 2014 )

Una mano misteriosa mette nel videoregistratore una videocassetta etichettata col nome Luna: si vede un uomo con una Bibbia in mano che discetta sul potere del Signore, una ragazza che lo assiste e una donna che sta partorendo e si sta contorcendo in maniera sempre più spaventosa.
E' posseduta dal demonio ed Eloy Del Palma, questo il nome dell'uomo, la sta esorcizzando.
Quindici anni dopo Eloy è in giro nei dintorni di Barcellona assieme alla nipote quindicenne Alba, una che ha un potere di esorcizzare superiore al suo.
Devono compiere cinque esorcismi in pochi giorni prima di una non meglio precisata Resurrezione.
Alleviano le pene di bambini, tossici e malati levando loro di dosso il Maligno, ma ogni esorcismo è più difficile e sfiancante del precedente.
Ad ogni esorcismo avvenuto ci viene svelato un pezzo del passato di Eloy, una volta a capo di una specie di setta religiosa hippy.
Il rendez vous si avrà in un fatiscente ospedale psichiatrico in cui i malati stanno dando preoccupanti segni di follia.
E lì è ricoverata anche la madre di Alba.....
Da un po' di anni a questa parte , dopo gli exploit dei vari Paco Plaza, Balaguero, Juan Antonio Bayona ma anche del grandissimo Agustì Villaronga, tutto il mondo si è accorto di una fiorente scena horror in quel di Spagna, capace di trovare una sua forma discretamente originale senza essere per forza di cose derivativa di tutto quello che succede al di là dell'Oceano e capace anche di distinguersi formalmente e sostanzialmente dall'analoga scena francese, in questo momento forse la più fiorente in Europa, che privilegia però altre tematiche e altri stilemi.
Asmodexia è l'esordio nel lungometraggio del per me sconosciuto Marc Carreté , anche sceneggiatore e bisogna dargli atto che con un budget assolutamente irrisorio ( 500 mila euro, comunque di lusso rispetto ad analoghe produzioni italiane) si gioca decisamente bene le sue carte.
Asmodexia è una specie di road movie dell'esorcismo ma non si limita solo ad essere una compilation di esorcismi man mano più difficili e spaventosi.
Gioca la sua storia su diversi piani narrativi perché armandosi di flashback, mai troppo invasivi e fastidiosi ma decisamente funzionali alla storia, narra il passato dei due protagonisti tassello per tassello, vediamo la madre rinchiusa nell'ospedale psichiatrico in cui avverrà il rendez vous finale e vediamo anche la sorella della madre, funzionaria di polizia che cerca di mettersi sulle tracce dei due.
E si capisce subito, è inevitabile, che quell'ospedale psichiatrico è la sede definitiva, oltre che ideale, in cui il cerchio sarà chiuso, le tre storie convergeranno in un ultimo twist di sceneggiatura, devo dire piuttosto ben congegnato nonostante le avvisaglie ci fossero tutte.
Asmodexia non è parco di scene da sconsigliare ai più impressionabili anche se con un budget superiore sarebbe stato tutto un altro vedere ( vedi la scena del primo esorcismo in sala parto, la più potente di tutte, ma anche quella nel fast food  o le scene delle infermiere dell'ospedale psichiatrico alle prese con una vasca da bagno e un'indemoniata) ma funziona anche per la particolare scelta degli esterni e delle scene di raccordo ( la fotografia virata a tonalità sabbiose, ci mostra scorci di campagna brulla e scheletri di costruzioni mai arrivate al termine che stanno lì fermi come balene spiaggiate o anche veri e propri quartieri abbandonati, una serie di locations insomma ben assortite e scenograficamente molto efficaci) che danno al film un'aura di tristezza e di disperazione che aleggia come una cappa sulfurea sui personaggi e sulla vicenda narrata.
Anche se il finale potrebbe essere intuito dai più avvezzi al genere e i flashback a volte si rincorrono un po' troppo freneticamente, la sensazione che si ha dopo la visione di questa pellicola è quella di aver assistito a un horror adulto, non il classico horror for dummies che deve esagerare in stravasi ematici e trucchi di bassa lega per far scorrere un po' di adrenalina nelle vene.
E vivaddio non abbiamo quello spiegone finale che avrebbe rovinato tutto.
I titoli di coda si portano dietro anche un bastimento carico di domande senza risposta ma alla fine chissenefrega...


PERCHE' SI :  due protagonisti con una discreta alchimia tra loro, un'ambientazione efficace, un'atmosfera triste e disperata che aleggia su un film di genere adulto che non cede a facili pulsioni in favore del pubblico
PERCHE' NO : il twist finale sarà intuito presto dai più avvezzi alle dinamiche del genere, i flashback, pur funzionali, si rincorrono un po' troppo freneticamente, il budget risicato a volte si vede.

( VOTO : 6,5 / 10 )

 Asmodexia (2014) on IMDb