I miei occhi sono pieni delle cicatrici dei mille e mille film che hanno visto.
Il mio cuore ancora porta i segni di tutte le emozioni provate.
La mia anima è la tabula rasa impressionata giorno per giorno,a 24 fotogrammi al secondo.
Cinema vicino e lontano, visibile e invisibile ma quello lontano e invisibile un po' di più.

giovedì 16 aprile 2015

Pit stop : una sosta forzata.

Purtroppo per il persistere di noie informatiche sono costretto a fermarmi di nuovo: questo computer non ne vuole sapere di prendere in carico le mie quattro parole in croce e si è riammalato di nuovo.
O è stanco di sentirmi vaneggiare ogni mattina di cinema e di altre amenità annesse e connesse oppure questi dannati virus ne hanno davvero minato la salute e l'integrità.
Non vorrei dover operare un cambio drastico.
Ma l'età c'è.
Chiedo scusa a quei due o tre che mi leggono abitualmente.
Ritrasmetteremo su questi schermi il prima possibile.
Vediamo il dottore che ci dice.
Intanto continuo a studiare e ad aggiornarmi.

mercoledì 15 aprile 2015

Haunted 3 D ( 2011 )

Rehan viene mandato da suo padre a controllare una proprietà , una casa in stile vittoriano con un enorme parco in una posizione incantevole, per prepararne la vendita.
Chi precedentemente se ne occupava è morto in circostanze misteriose, pare un attacco di cuore e Rehan scopre presto che la casa è infestata da due fantasmi che ogni notte sono impegnati nel recitare la stessa scena.
Sono un maestro di musica e la sua procace allieva, lui tenta di usarle violenza e lei per difendersi lo uccide.
E il maestro infesta la casa da oltre settanta anni.
Rehan cerca di fermare la maledizione ma ogni tentativo risulta vano fino a quando non viene trasportato magicamente nel 1936 , appena prima che avvenisse il fatto incriminato.
Ha quindi una chance di fermare tutto.
Ci riuscirà?
Devo dire di non avere grosso feeling con Bollywood e il suo modo di fare cinema ma ogni tanto mi piace avventurarmi in questo mondo cinematografico alternativo, dove tutto è veramente esagerato, sia formalmente che sostanzialmente , dove i lustrini e le pailettes ti entrano veramente dentro i vestiti con musiche e balletti ogni tre per due che ti stordiscono mentre sei intento ad arrivare alla meta dopo un minutaggio che definire generoso è poco più di un gentile eufemismo.
Però per numero di produzioni è nettamente la prima industria cinematografica al mondo quindi , fatalmente, ogni tanto bisogna farci i conti.
E oggi ci occupiamo di un film bollywoodiano molto particolare, un horror, genere poco frequentato in quella parte di mondo, il primo horror stereoscopico mai fatto in India, come suggerisce la locandina.
Il film di Vikram Bhatt, uno che ha 45 anni ha già un curriculum lungo un paio di kilometri, in realtà si dimostra come una commistione, a volte riuscita , a volte un po' meno, di cinema bollywoodiano, soprattutto la seconda parte e di cinema di gusto più occidentale.
Il racconto della casa infestata è l'occasione per mettere in mostra degli effetti speciali piuttosto artigianali ma che non sfigurano affatto e ha un'andatura spedita pur nella reiterazione delle stesse scene che il povero Rehan si deve gustare suo malgrado ogni sera.
La cosa che un po' stupisce è che il nostro Rehan non manifesta mai neanche un briciolo di paura di fronte a cotante manifestazioni del Male Assoluto
.
Non è il classico bimbominkia che reagisce a fava di segugio a ogni apparizione fantasmatica: ragione, vuole lottare e risolvere la cosa grazie all'intelligenza.
Insomma questa casa infestata non gli incute nessun sentimento di terrore.
Il film fa molto leva sulla stereoscopia, cosa che di fatto ci viene negata a una visione su piccolo schermo ma si nota una certa cura nel design  anche se quel persistente uso di fondali prerenderizzati gli dà un look più da videogame che da film.
Ma è un qualcosa a cui si fa l'abitudine col passare dei minuti.
Nella seconda ora (il film dura due ore e venti) c'è la svolta in senso bollywoodiano: melodramma di grana grossa, grossissima, la classica storia d'amore impossibile anche se i due amanti per un sortilegio riescono a vivere nella stessa epoca( ma il loro unico scopo è annientare il fantasma cattivo), fanno capolino anche un paio di numeri musicali, ovvero scene dilatate all'inverosimile giusto per far ascoltare la canzone strappalacrime di turno.
Tutto molto bollywoodiano e lontano dal mio gusto.
Per fortuna che c'è un finale rutilante in cui la lotta selvaggia col fantasma risolleva il livello della pellicola in un diluvio di effetti speciali.
Pur con tutti i suoi difetti comunque Haunted 3 D mi ha divertito parecchio,si è dimostrata una visione molto disimpegnata che  in certe sequenze arriva a essere anche paurosa, mentre in altre ti strappa il sorriso per tanta beata ingenuità che viene mostrata con sommo sprezzo del rischio di cadere nel ridicolo involontario
Il protagonista maschile Mimoh Chaskraborty è attore meno che mediocre mentre la protagonista femminile almeno ha da mostrare una bellezza fuori del comune.
Haunted  3 D è un prodotto ad alto budget per gli standard indiani ( un milione e mezzo di dollari di budget) e anche l'incasso è stato un record ( circa 8 milioni e mezzo di dollari).
Se vi volete avvicinare a un horror bollywoodiano....a vostro rischio e pericolo.

PERCHE' SI : l'ambientazione è notevole, effetti speciali che fanno la loro figura, ridotto al minimo l'apporto di numeri musicali e balletti vari.
PERCHE' NO : dopo un'ora viene fuori l'anima bollywoodiana tramite il melodramma di grana grossa, l'uso della stereoscopia su piccolo schermo gli dà un look da videogame, i protagonisti sono attori mediocri.

LA SEQUENZA : la lotta selvaggia col fantasma nel finale.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Bollywood non sarà mai la mia cup of tea ma posso gustarne i prodotti a piccole dosi
L'India deve essere un posto bellissimo da visitare
A livello di recitazione stanno ancora tanto indietro mentre la confezione è all'altezza
Vorrei avere io una casa e una tenuta come quella del film. E pazienza se è infestata da un fantasma.

( VOTO : 6 + / 10 )

 Haunted - 3D (2011) on IMDb

martedì 14 aprile 2015

Stuck in love ( 2012 )

Bill Borgens è un acclamato romanziere che è separato da tre anni dalla moglie Erica, da quando lei si è messa insieme a un altro, più giovane e muscoloso. Ad ogni giorno del Ringraziamento però pretende che venga apparecchiato un posto anche per la moglie nonostante le riserve del figlio, Rusty, sedicenne romantico che sta aspettando il grande amore, il primo della sua vita,
Samantha , invece, diciannovenne, non ne vuole sapere della madre e dell'amore passando con grande disinvoltura da un partner all'altro.
Bill invece di lavorare al suo nuovo romanzo passa le giornare a seguire di nascosto la vita della moglie e intanto ha una relazione di stampo esclusivamente sessuale con una bella vicina di casa.
Quando Samantha dà il party per la presentazione del suo primo romanzo, Erica si va a congratulare con lei scontrandosi con il rifiuto netto da parte della figlia.
Ma da qui in avanti qualcosa cambierà....
Finalmente il disclaimer di una locandina che in una riga sola riassume brillantemente il senso di un film: una storia su primi amori e seconde possibilità.
Lo ammetto, a giudicare dalla sinossi mi sembrava tanto una cannibalata, ovvero un polpettoncino indie che parlava d'amore e di tristezza in proporzioni variabili a seconda del retrogusto che si voglia dare al cocktail in oggetto.
Il classico film che mi attira meno di un discorso di Mattarella alle Camere in riunione plenaria ma vuoi perché alla fin fine Colpa delle stelle ( il secondo film di Boone dopo questo esordio da lui scritto oltre che diretto) non mi è così dispiaciuto pur avendo le premesse per farmi venire un attacco di orticaria, vuoi perché  ho letto qualche recensione positiva, vuoi perché comunque la valutazione media su imdb.com è nettamente sopra la media di questo genere di pellicola, mi sono messo di buzzo buono per vederlo, senza tanti pregiudizi.
E devo dire di essere rimasto abbastanza spiazzato, in senso positivo.
Stuck in love non è la classica mielosa storia d'amore in cui a parte qualche fisiologico crampo tutto fila alla perfezione, non è il più trito dei polpettoni generazionali in cui prevale un dolciastro volemose bene collettivo, non c'è neanche la classica famiglia da pubblicità del Mulino Bianco, periodo pre Banderas  e non ha la pretesa di dire che l'amore funziona esattamente così come viene descritto.
E' un film che racconta con stile genuino di primi amori e seconde possibilità, esattamente come c'è scritto sulla locandina.
Bill è una specie di stalker gentile che cerca la sua seconda possibilità ( e chi vedrà il film saprà alla fine perché), i suoi due figli sono i paradigmi di come l'amore possa essere concepito in modi antitetici.
Romantico e appassionato lui, alla ricerca di un primo amore che possa essere memorabile , cinica e disillusa lei, dall'alto dei suoi diciannove anni e di uno status di di indipendenza a cui è arrivata pubblicando il suo primo romanzo.
Mentre Rusty è in cerca del sentimento che lo travolga, Samantha invece ha paura e per questo passa con disinvoltura da un ragazzo all'altro.
In fondo anche lei come suo padre è alla ricerca di una seconda chance.
Stuck in love, nonostante un titolo che flirta apertamente con la banalità, riesce a non essere banale e allo stesso tempo raccontare una normalità destruente, fatta di momenti vuoti e di ripartenze da zero, esattamente come la vita di ciascuno di noi.
La normalità senza la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno o di pontificare su nuove strade per arrivare alla felicità.
In fondo la felicità può essere anche tutta racchiusa in un attimo, in uno sguardo, in un battito di ciglia.
Stuck in love è un film che ti conquista fin da subito con dei personaggi credibili, vivi che sembrano fatti di carne ed ossa , con pregi e difetti e non le solite figurine cartonate che spesso vediamo raccontate al cinema.
E c'è un alto rischio di identificazione.
Eccellente il comparto attoriale , ottimi i dialoghi mai pretenziosi e che profumano di verità, bello anche il finale , ruffiano quanto si vuole ma gestito in maniera ottimale, senza troppa retorica e senza abusare dei canali lacrimali degli spettatori.
Insomma nonostante non sia proprio la mia cup of tea, un film che mi sento di consigliare.
Col cuore.

PERCHE' SI : ottimi attori, bei dialoghi, personaggi a tutto tondo per raccontare una storia credibile di primi amori e seconde possibilità.
PERCHE' NO : qualche svolta narrativa un po' troppo semplice per amore della bella storia, il personaggio di Kate viene perso di vista  prima del finale.

LA SEQUENZA : Erica si presenta davanti alla figlia per complimentarsi per li libro e farsi autografare una copia e Samantha le chiede il nome e a chi vuole che sia indirizzata la dedica.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
L'amore spesso è fatto di seconde e terze possibilità
Il primo amore non si scorda mai, neanche gli ormoni riescono a fartelo dimenticare
Anche io vorrei una vicina di casa così "espansiva"
Jennifer Connelly è bella da togliere il fiato. Nonostante passino gli anni.

( VOTO : 7 / 10 ) 

Stuck in Love (2012) on IMDb

lunedì 13 aprile 2015

Backcountry ( 2014 )

Alex e Jenn due ragazzi di città si prendono qualche giorno per trascorrere una vacanza all'insegna del camping estremo in un parco nei pressi di un lago nella regione canadese dell'Ontario.
La natura incontaminata la fa da padrona e anche qualche incontro occasionale ( quello con una  guida irlandese  che dialoga con Alex sul filo di una tensione palpabile) non fa altro che vivacizzare il tutto.
Finché i due perdono ogni riferimento, non hanno il telefonino , il GPS e neanche una semplice cartina.
A questo punto sono in balia degli eventi e un gigantesco orso è sulle loro tracce.
La loro vacanza in mezzo alla natura si trasforma in una selvaggia lotta per la sopravvivenza.
Adam McDonald è un attore canadese che si è costruito una solida carriera televisiva che sta cercando di esplorare altri lati della sua professione , segnatamente quello della scrittura e della regia.
Backcountry rappresenta il suo esordio nel lungometraggio e devo dire che mi ha abbastanza sorpreso.
Intendiamoci non è un capolavoro, probabilmente al massimo è solo discreto però da un film che parte come centinaia di altri horror e che dopo 10 minuti mi stava facendo venire voglia di spegnere il video, arrivare senza problemi fino alla fine , anzi con voglia crescente di vedere quello che succede e come evolverà la situazione, devo dire che è una bella conquista.
Dicevamo dell'incipit: a proposito di Lord of tears dicevamo di non giudicare mai un film dalla locandina e ora devo aggiornare questa mia proposizione: mai giudicare un film dal suo incipit perché se io lo avessi fatto con questa pellicola ora non starei qui a parlarne.
Esterno giorno, lacustre, due trentenni o giù di lì con lui che sembra molto convinto della sua full immersion nella natura e lei un po' meno visto che sta sempre trafficando col telefonino in mano.
E qui stavo già pensando: uhssignur ora questo ricaccia che ha una bella baita nel bosco e io me ne vado a tagliare l'erba in giardino.
Invece no : i due che non sono proprio l'epitome della simpatia cominciano a girare per il bosco e fanno anche strani incontri, tipo quello con una belloccia guida irlandese tutto muscoli che fa gli occhi dolci a Jenn.
E da questo punto in poi la tensione si fa sempre più palpabile: sia tra i due , perché lui si sente un po' becco e non ci sta a voler fare il cornuto della situazione, sia perché praticamente cominciano a girare in tondo perdendo qualsiasi punto di riferimento.
Bella a questo proposito una sequenza in cui i due scalano una collina e una volta arrivati in cima, convinti di riuscire ad individuare il lago attraverso cui sono arrivati , scoprono solo un mare multicolore di vegetazione tutto intorno che certifica ufficialmente che sono nei guai , guai grossi.
E siccome per la legge di Murphy quando una cosa ti va male allora stai sicuro che ti va anche peggio compare pure l'orso.
Una presenza di pochi minuti ma gestita molto bene, con oculatezza da MacDonald che riesce a costruire un'atmosfera ricca di suspense evocandone solo la presenza, i due dentro la tenda e l'ungulato fuori a odorare tutto per individuarli.
Ma purtroppo per i due l'orso non si limita solo a questo.
Tensione ad esempio che in una situazione molto simile non era stata ben costruita in Willow Creek, tristerrimo found footage in cui due malcapitati andavano alla ricerca del Bigfoot.
Tirando le somme Backcountry si rivela una visione ai limiti del piacevole, un film d'avventura girato con sguardo quasi documentaristico che si tinge sempre più di survival horror col passare dei minuti e con la caratteristica , non tanto comune in film che flirtano con il genere horror e affini, di essere costantemente in crescendo.
Quasi ti dispiace che finisca, proprio nel momento in cui ti stavi quasi appassionando.
Peccato perché con una gestione migliore della narrazione e un po' meno tempi morti all'inizio forse ora staremmo qui a parlare di un piccolo cult.
Ma la seconda parte del film ruba decisamente lo sguardo ed è sufficiente per tenere d'occhio MacDonald per le prossime uscite.

PERCHE' SI : natura incontaminata e bellissima, ottima seconda parte con una meritoria gestione della suspense, un film in crescendo,roba rara per horror e affini.
PERCHE' NO : l'inesperienza non permette a MacDonald di bilanciare meglio la narrazione, prima parte noiosa, incipit che quasi fa venir voglia di spegnere il video.

LA SEQUENZA : Alex e Jenn dentro la tenda terrorizzati mentre sentono l'orso che odora la tenda in cerca di loro...

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
mai giudicare un film dall'incipit.
Il campeggio estremo non fa per me.
In Canada la natura ti lascia senza fiato
Gli orsi non sono solo quelli che ti rubano le merende nelle visite guidate ai parchi.

( VOTO : 6,5 / 10 )

 Backcountry (2014) on IMDb

domenica 12 aprile 2015

Fast & Furious 7 ( 2015 )

Dom Toretto e la sua squadra sono tornati alle loro vite normali dopo aver sconfitto un terrorista di nome Owen Shaw. Destino vuole che il tizio in questione abbia un fratello che voglia vendicarsi di Dom Toretto e di tutta la sua squadra , sterminandoli a uno a uno e che intanto un terrorista somalo Jackande  abbia messo le mani su un localizzatore ultrasofisticato chiamato " L'occhio di Dio" che , nelle mani sbagliate,potrebbe trasformarsi in un ' arma pericolosissima.
Toretto con la sua squadra deve fronteggiare tutti questi nemici ed evitare il tracollo della sicurezza mondiale.
Si lo so , sono una brutta persona.
Un blogger ( ma de che? toglierei nobiltà al termine definendomi tale, diciamo un appassionato) inaffidabile che non riesce a programmare nemmeno uno straccio di calendario per scrivere le sue quattro parole in croce sui film che vede, non tutti, perché di qualcuno di quelli che vede c'è poco o nulla da dire e verrebbe tristezza solo a sprecarci pensieri e parole.
Ma ieri sera dopo aver mangiato un delizioso filetto al pepe verde, fatto veramente come il dio della cucina comanda e dopo una robusta dose di ottimo caffè, sono andato a vedere Fast & Furious 7, saga ormai tra le più longeve e che ha accompagnato una discreta fetta della mia crescita cinematografica da una quindicina di anni a questa parte.
Il mio cuore cinefilo batte per altri generi , lo sapete bene, ma io a questi tamarri sono affezionato sin dal primo film, una sana ventata di serie B portata al cinema dei grandi .
E a me la serie B al cinema è sempre piaciuta.
Ho guardato questa saga inizialmente sprofondare e poi improvvisamente risorgere e ora di punto in bianco ci troviamo di fronte al settimo capitolo e a Paul Walker che non c'è più.
Almeno non è più tra noi: mi piace immaginarlo al volante di una fuoriserie che corre ancora per strade senza fine e panorami incantati , ma forse è una visione troppo infantile.
Romantica ma infantile.
Veniamo al film: dopo il quinto e il sesto capitolo era difficile fare meglio.
Cambio di regista per divergenze artistiche con lo specialista in horror e affini Wan che prende il posto di Lin ( e non è uno scioglilingua) e la morte di Walker a scompaginare tutto, costringendo a fermare la produzione e a rimaneggiare la sceneggiatura.
Già la sceneggiatura: ma siamo sicuri che in un film come questo sia necessario avere una sceneggiatura?
Restando in tema di macchine , parlare di script in una pellicola come questa è come disquisire di uno di quegli optional a pagamento fighissimi di cui però la nostra macchina può fare tranquillamente a meno.
In fondo siamo al cinema non per pendere dalle labbra degli attori , non stanno recitando Shakespeare e le loro battute non sono da fini dicitori.
Andiamo per vedere altro: inseguimenti, fracasso, sparatorie, qualche battuta di grana grossa che alleggerisca l'atmosfera, risse da strada e mazzate cecate come dicono in grembo al Vesuvio.
Soprattutto vediamo icone di un certo tipo di fare cinema e in questo film il piatto è ricchissimo: Jason Statham, The Rock, Vin Diesel, addirittura Kurt Russell.
Posso dire che è veramente una goduria vedere The Rock e Statham( un villain dotato di carisma inconfutabile, da Olimpo immediato) darsele di santa ragione rompendo vetri e pareti e rimanendo praticamente intonsi?
Astenersi puristi della verosimiglianza perché qui non ce n'é: Fast & Furious 7 è una sorta di Avengers a 99 ottani in cui il rombo delle macchine sovrasta tutto.
I nostri eroi sono praticamente immortali, la morte non li sfiora perché tutto gli rimbalza addosso.
La morte è di pertinenza esclusiva solo delle figure secondarie o di quei tristi soldatini delle squadre speciali che nascosti sono una divisa integrale che li copre da capo a piedi , sono svuotati di tutta la loro umanità.
Al massimo sembrano dei robottini sacrificabili.
Dicevamo della verosimiglianza che va a farsi benedire: una scelta evidente, ponderata, una ricerca di innalzare sempre più in alto l'asticella del filmabile, cercando di arrivare dove nemmeno mai James Bond è riuscito ad arrivare in cinquanta anni  e oltre di carriera.
Macchine che vengono lanciate dal ventre di aerei in volo senza che gomme e ammortizzatori subiscano il benchè minimo danno, Dom Toretto che sperona un elicottero con una macchina lanciata a volo d'angelo, The Rock che abbatte un drone a colpi di autoambulanza e potrei procedere oltre.
Sinceramente alla fine te ne sbatti proprio del realismo, è solo un overdose di adrenalina, come andare al luna park stando bene ancorati al sedile del cinema.
Anzi dopo un po' controlli anche se il seggiolino sia dotato di cintura di sicurezza.
E' proprio così Fast & Furious 7 è un parco divertimenti completo di tutte le attrazioni, un giocattolone ipertecnologico in cui la trama è solo un dettaglio, un'apostrofo di inchiostro tra un inseguimento e una scazzottata.
Un giocattolone che nel finale si apre alla malinconia e alla lacrima: ora io da un film che fa della tamarreide il suo tratto distintivo dominante ( e a noi ce piace proprio per questo) non avrei mai immaginato un omaggio così sentito e toccante a Paul Walker, l'amico a cui un tragico destino ha imposto un'altra strada da seguire.
Qualche minuto in cui lo vediamo lungo tutto il suo tragitto nella saga assieme al suo fratello putativo Vin.
E nel 2001 era proprio un pischelletto.
Non l'avrei mai detto ma la lacrimuccia m'è scappata.
Che film bastardo!!!

PERCHE' SI : luna park completo di tutti i divertimenti, squadra consolidata, villain dal carisma inconfutabile,ritmo indiavolato.
PERCHE' NO : astenersi puristi della verosimiglianza, la sceneggiatura è importante come un inutile optional a pagamento sulla macchina nuova.

LA SEQUENZA : l'omaggio a Paul Walker, commosso e sentito lontano dalla retorica.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Posso andare al cinema anche dopo una buona cena ( in genere per evitare abbiocchi si va al cinema rigorosamente digiuni), probabilmente dipende dal film.
Vin Diesel non è cambiato minimamente in questi quindici anni
Vedere Jason Statham che fa a mazzate prima con The Rock e poi con Vin Diesel è puro godimento cinematografico.
Non avrei mai pensato che questo film mi avrebbe fatto versare la lacrimuccia.

( VOTO : 7 / 10 )

Furious 7 (2015) on IMDb

sabato 11 aprile 2015

Maicol Jecson ( 2014 )

Nella canicola estiva del 2009 i due fratelli  Andrea e Tommaso, rispettivamente 15 e 9 anni , devono partire per il campo estivo. Ma Andrea ha altri programmi: è riuscito a ottenere un appuntamento a casa sua con la bellona della scuola allo scopo di perdere la verginità e quindi deve liberare il campo ( leggasi casa) da presenze indesiderate come quella del fratellino.
Andrea si imbatte alla fine in Cesare anziano signore che forse non ha più tutte le rotelle al posto giusto ma lui non vede l'ora di avere due nipoti da spupazzarsi.
Inutile dire che , a causa degli amici, il tentativo di perdere la verginità va a ramengo ma Andrea non si dà per vinto e parte con Cesare e Tommaso per riconquistare la ragazza perduta.
E road movie fu.
Genere pochissimo frequentato dal cinema italico ma moltissimo dal cinema americano, soprattutto quello indie che è interessato più ai  percorsi emotivi e personali che a quelli fisici.
Perché non è importante il posto da cui si parte e quello in cui si arriva ma importa come si parte e come si arriva.
Fa piacere trovare del piccolo cinema italiano che piace e che vuole uscire da quello schematismo provinciale che sembra essere l'unico sbocco per avere un minimo di successo qua in suolo nostrano.
E fa piacere che un film con un titolo strano come questo, qualcosa che suona un po' tarocco non sia uno di quegli esempi di instant movie molto finti e costruiti col male e peggio che devono sdoganare al cinema il divo televisivo di turno.
Maicol Jecson è sostanzialmente un'emulazione di road movie americano, una sorta di Little Miss Sunshine ambientato sul suolo italico e con una sensibilità tutta nostra, con un umorismo più lunare del modello americano e con una caratterizzazione dei protagonisti che sembra quasi un atto di affetto.
Spicca l'assenza dei genitori , Tommaso e Andrea  sono lasciati quasi allo stato brado, in una provincia italiana che non somiglia per nulla a se stessa entrambi vanno alla ricerca di qualcosa.
Uno del proprio idolo musicale e fa niente che proprio in quell'estate Michael Jackson passa a migliore vita , l'altro alle prese con il proprio percorso di crescita, quel coming of age argomento principe di tanto cinema indie a stelle e strisce, rappresentato dalla prima volta , dalla perdita della verginità, vista quasi come un ossessione.
Ma il percorso di crescita è comune a tutti e tre i protagonisti perché anche il nonno putativo, Cesare, un Remo Girone insolito che si immola anima e soprattutto corpo a un personaggio curioso ed originale, è costretto suo malgrado a "crescere" durante il viaggio.
I due registi e sceneggiatori, Enrico Audenino e Francesco Calabrese, qui al loro esordio, danno alle stampe un film giovane dentro e fuori con una regia frizzante che spesso esonda nel videoclip ma non disturba più di tanto e che esamina tematiche che di rado sono prese in considerazione nel cinema italiano di questi ultimi anni.
Anzi Maicol Jecson non sembra per niente un film italiano.
Forse è questo il suo pregio migliore, così come concentrarsi su un ipotetico rapporto nonni/ nipoti, un filo transgenerazionale che lega gli anziani con i giovanissimi senza passare per quella generazione di mezzo, i genitori di oggi che sono per lo più attori di una famiglia disfunzionale.
Macol Jecson è visione consigliatissima.
Diffidate dalle imitazioni e diffidate di un titolo così chiaramente tarocco.
Il film è un'altra cosa.

PERCHE' SI : un film che non sembra italiano e che scavalca il provincialismo del nostro cinema, simulazione di road movie americano, tre ottimi protagonisti e una regia frizzante che a volte esonda nello stile da videoclip.
PERCHE' NO : forse c'è un eccesso nell'uso della voce fuori campo, il modello americano talvolta è un po' troppo invadente, a tratti c'è un po' troppo MTV mode settato su on.

LA SEQUENZA : Andrea è alle prese con la sua ragazza per perdere la verginità e lo spettacolo è in diretta ad uso e consumo dei suoi amici piazzati fuori della finestra.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
Anche io avrei voluto avere una prima volta così. o almeno un tentativo.
La provincia italiana può fare da controfigura a quella americana, anzi è più bella.
Remo Girone, si quello de La Piovra, ora è un placido nonnetto che non esita a mettere le chiappe al vento.
Avere capelli come quelli sfoggiati da Andrea nel film , gli farebbe cadere ai piedi frotte di donne nei Paesi scandinavi perché lì , geneticamente, hanno tutti i capelli lisci.

( VOTO : 7 / 10 )

 Maicol Jecson (2014) on IMDb

venerdì 10 aprile 2015

Lord of tears ( 2013 )

James è un insegnante in una scuola scozzese che per anni è stato lontano dalla madre.
Ha notizie di lei solo quando è sul letto di morte e riceve l'eredità, tra cui una enorme , elegante magione nelle campagne scozzesi che però la madre gli consiglia di evitare e di vendere subito.
James è perseguitato da visioni forse legate a un trauma della sua infanzia e si va a stabilire nell'enorme tenuta proprio per scoprire l'origine di tutto.
Là alla casa conosce la bella americana Eve Turner , che abita nelle vicinanze e comincia una sorta di affettuosa amicizia.
Ma le visioni, in particolari quelle con protagonista  un uomo gufo, si fanno sempre più pressanti e James non riesce a trovare una soluzione al suo disagio.
Sotto la casa ci sono delle catacombe e James un giorno scopre qualcosa di molto interessante...
Come si dice?
Mai giudicare un libro dalla copertina?
Beh estendendo il tutto al campo cinematografico direi che è la stessa cosa col manifesto del film.
Perché non bisogna mai giudicare un film dalla sua locandina, sia nel bene che nel male.
Ecco se fosse stato per il manifesto  sicuramente non avrei mai preso in considerazione questo film del regista scozzese Lawrie Brewster qui praticamente al suo debutto.
Una locandina di rara bruttezza che nulla lasciava presagire della qualità del film.
Che è una produzione fatta al risparmio e lo si evince nell'uso degli effetti speciali, praticamente quasi del tutto assenti o per essere gentili utilizzati con estrema parsimonia nei punti chiave del film, ma anche nella lettura dei credits in cui ci si accorge di una certa familiarità tra i vari componenti della troupe e una certa ricorrenza sempre degli stessi nomi.
Lo stesso Brewster in questo film si occupa di montaggio e produzione ma in altri film si è occupato della fotografia.
Lord of tears è il film che non ti aspetti: in tempi di imperante mockumentary e found footage e dimostra che si possono fare film in totale economia senza per questo rinunciare allo stile e alla confezione.
Il film di Brewster è una ghost story che non fa dell'originalità il suo punto di forza ma è una produzione che riesce a intrattenere e perché no? anche ad avvincere pur nella prevedibilità di alcuni snodi narrativi.
Uno spettatore smaliziato capisce subito il film dove vada a parare ( leggasi la figura di Eve ) ma il tutto è confezionato con cura  per renderlo un film piacevolmente fuori del tempo.
Direi addirittura anacronistico ma il termine deve essere preso in un'accezione totalmente positiva,almeno per stavolta.
Per fare un paio di raffronti potrei accostarlo a un paio di produzioni come The Woman in Black, il film della rinascita della nuova Hammer Productions ( e in un certo senso Lord of tears somiglia molto a un film Hammer) e 1921 : il mistero di Rookford, non a caso due pellicole ambientate nel passato.
Il genere è lo stesso, i capitali impiegati sicuramente minori ma il risultato non è poi così lontano.
Brewster ha buona mano nel costruire un'atmosfera malsana e irrespirabile ed è aiutato da una casa che più spettrale non si può  dotata come è di una piscina pervasa dalla luce, ambienti polverosi da vecchia villa vittoriana e da catacombe nere come la pece che la rendono un mondo multiforme, a vari strati  attraverso cui si possa passare da un ipotetico inferno ad un ancora più ipotetico paradiso che , vista la situazione , appare come una chimera irraggiungibile.
E poi riesce a far apparire inquietante ( ma devo dire che la voce sepolcrale di David Schofield, l'unico nome di un certo rilievo nel cast artistico) persino un tizio conciato come una specie di spaventapasseri che sembra preso da un film horror degli anni '20.
Azzeccata la scelta del protagonista , Euan Douglas, classico normotipo che farebbe tappezzeria ovunque, che riesce a colorare con arguzia un personaggio un po' fuori dal tempo come tutto il film.
Lord of tears è un film che va assaporato lentamente, ci mette un po' di tempo a carburare e a far presagire tutto l'orrore che lo pervade , però poi alla fine arriva.
Tranquilli che arriva e non vi pentirete di averlo visto.

PERCHE' SI : buona la regia del semiesordiente Brewster , ottima l'atmosfera che si respira e l'ambientazione, azzeccata la scelta del protagonista.
PERCHE' NO : ci mette un po' a carburare, il plot non è il massimo dell'originalità, gli effetti speciali sono utilizzati con parsimonia forse eccessiva.

LA SEQUENZA : il lungo ballo di Eve con James che sta lì ,fermo, a guardarla.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
A me la Scozia piacerebbe anche sbattuta in faccia.
E' meglio diffidare di un'eredità un po' troppo importante.
Diffidare anche delle locandine brutterrime come il manifesto di questo film.
Quando un tipo fisicamente meno che mediocre affascina una stangona bellissima , beh allora c'è sempre qualcosa sotto. Tipo un portafoglio ben fornito.

( VOTO : 7 / 10 )

 Lord of Tears (2013) on IMDb

giovedì 9 aprile 2015

La moglie del cuoco ( 2014 )

Marithé è una donna piacente che ha ormai ha passato da un pezzo i quaranta, ha un figlio grande e come migliori amici il suo ex marito e la sua nuova moglie.
Lavora in un centro di formazione e riqualificazione professionale in cui cerca di collocare tutti i nuovi disoccupati causati dalla crisi economica secondo le loro capacità.
Un giorno si presenta ai corsi Carole , la moglie ricca e annoiata di uno chef stellato di un famoso ristorante della zona.
Vuole qualcosa d'altro nella sua vita ma non sa bene che cosa e si affida a Marithé che , volente o nolente, se la ritrova spesso tra i piedi ed è costretta suo malgrado a frequentarla spesso, conoscendone anche l'affascinante marito.
Carole si trova a un bivio della sua vita e pian piano fa capire a Marithé che anche lei è più o meno nella stessa situazione.
E poi tra Marithé e lo chef stellato c'è anche una certa attrazione...
Anne Le Ny è una caratterista francese di lungo corso, volto noto presente in molti film di successo che da un po' di tempo a questa parte ha deciso di passare , con un discreto successo, alla sceneggiatura e alla regia, cambiando praticamente mestiere in corso d'opera.
E non occorre uno sforzo supremo  scorgere nella storia che racconta ne La moglie del cuoco qualcosa che riguarda lei stessa.
Quell'aver superato i quaranta ed essere presa dall'inquietudine di trovarsi di fronte a delle scelte da fare , quella sottile insoddisfazione di chi conduce una vita mediamente felice e vuole qualcosa d'altro, vuole di più, quella sensazione insomma che aveva la famosa baronessa in limousine che in uno spot televisivo diceva al proprio autista che aveva un languorino ma che non era proprio un languorino e che andava soddisfatto con una bella overdose di Ferrero Rocher.
Qui al posto del cioccolato c'è l'amore.
Carole e Marithé conducono una vita sentimentale assolutamente sregolata.
Carole ha un marito affascinante ma ha un amante che la tratta più o meno come carne fresca al giusto grado di frollatura da consumare nei ritagli di tempo, vive nel lusso sfrenato e non deve faticare nemmeno troppo per riportare a casa la pagnotta.
Marithé invece una vita sentimentale non ce l'ha proprio, ha una situazione economica non floridissima ma serena e si accorge del vuoto che sta assalendo la sua vita solo quando conosce Carole e la sua insoddisfazione.
E il marito di Carole assume il ruolo di terzo incomodo.
La moglie del cuoco è un film virato al femminile che evita le trappole del femminismo e della solita storia di solidarietà tra donne, scritto e diretto da una donna ( e direi che si vede per come tratteggia le figure maschili, lasciate tutte più o meno sullo sfondo come se non interessassero più di tanto alla regista), che cerca di aggiornare la commedia sentimentale alla crisi di mezza età che colpisce in quel solco che va dai quaranta ai cinquanta e si trasforma in una occasione coi fiocchi per mettere in mostra due splendide attrici, Karin Viard e Emanuelle Devos che stanno attorno al mezzo secolo di vita.
E si sa che al cinema trovare dei bei ruoli dopo aver superato gli anta è spesso difficile a meno che non ti chiami Meryl Streep o Julia Roberts.
Dovrebbe anche essere la narrazione di una sorta di triangolo amoroso che coinvolge le due e il marito di Carole ma quest'ultimo è tratteggiato in modo veloce e anche piuttosto superficiale, relegato di fatto in secondo piano rispetto alle due protagoniste.
E poi ho un problema con Roschdy Zem, attore che a me piace moltissimo : con quella faccia lo vedo solo  in film d'azione, la commedia non mi sembra molto nelle sue corde.
La moglie del cuoco non fa ridere quasi mai ma fa sorridere spesso, è una storia ben scritta e meglio raccontata che però tuttavia non riesce ad emergere in maniera decisa dalla media, in verità piuttosto alta, della commedia francese di questi ultimi tempi.
Diciamo che si pone in quel limbo di media qualità che piace parecchio al pubblico ( e infatti in Francia è stato un successo al botteghino) ma anche alla critica.
Il cinema d'autore è altra cosa ma ci possiamo accontentare perché Anne Le Ny non ha certo la pretesa di diventare il nuovo Rohmer o il nuovo Truffaut.

PERCHE' SI : due ottime protagoniste, eccellente ambientazione, storia di un triangolo amoroso che incuriosisce fino alla fine.
PERCHE' NO : Roschdy Zem ha una faccia che secondo me lo rende poco credibile nelle commedie sentimentali, qualche svolta narrativa un po' troppo meccanica, qualche istanza sociale che fa un po' troppo Dardenne.

LA SEQUENZA : il primo incontro ravvicinato tra Marithè e il marito di Carole e il loro flirtare abortito.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
se non vivessi in Italia mi trasferirei seduta stante in Francia
metterei la firma per avere una situazione tipo famiglia del Mulino Bianco che qui viene raccontata,
ormai amore e cucina sono un dittico inscindibile,
Roschdy Zem ha più la faccia del poliziotto o del gangster che non quella dello chef stellato.

( VOTO : 6,5 / 10 )

 Almost Friends (2014) on IMDb

mercoledì 8 aprile 2015

From the dark ( 2014 )

Un uomo nella brughiera irlandese sta lavorando la terra quando da dentro una pozza di fanghiglia viene attaccato da qualcosa di non identificato e morso nella regione del collo.
Sarah e Mark stanno facendo una gita in macchina e non sono d'accordo sull'itinerario proposto da lei.
Il navigatore comincia a fare le bizze ricalcolando il percorso a getto continuo e in men che non si dica si trovano con la macchina bloccata nel fango. Mark va a cercare aiuto e trova una fattoria che sembra abitata ma non trova nessuno finché appare l'uomo di cui sopra che addirittura dopo che Mark ha cercato di soccorrerlo tenta di attaccarlo.
Mark fugge e torna con Sarah e sarà l'inizio di una lunga notte: l'unica arma che hanno è che quella creatura sembra detestare la luce...
Conor McMahon è un regista irlandese che si era fatto conoscere più o meno una decina d'anni prima di questo From the dark con un horror dal budget miserrimo che aveva avuto comunque una certa notorietà internazionale , Dead Meat .
Un paio di anni fa aveva tentato la strada della slasher comedy con Stitches , un film su un clown assassino, coloratissimo e genuinamente divertente pur non portando nulla di nuovo alla causa.
Con From the dark sembra tornare un attimo sui suoi passi, quelli che avevano portato agli zombie di Dead Meat.
Abbiamo la solita coppia di personaggi che ciurlano nel manico per una decina di minuti facendo chiacchiere inutili e accapigliandosi su un itinerario, una strada fangosa che guarda caso blocca le ruote della macchina, il navigatore che ricalcola continuamente il percorso perché non ha segnale e dulcis in fundo il telefonino che  non prende pure se intorno di montagne non se ne vedono.
Dopo un quarto d'ora di film è già tutto sul piatto: il morsicato che certamente si trasformerà, la brughiera irlandese buia e minacciosa, una fattoria che sembra piazzata nel centro esatto del nulla, due idioti che non vedono altra soluzione che dividersi per cercare aiuto.
Ma rimanere alla macchina e aspettare che faccia giorno era veramente una così brutta idea?
Il problema del film non è tanto nella sua realizzazione che pure è apprezzabile, McMahon sa come piazzare la macchina da presa, sa creare la giusta tensione, sa dosare le sequenze più spaventose piazzandole nei punti strategici del film.
Il problema è che tutto questo è stato già visto migliaia e migliaia di volte, potrei mettermi a citare decine di film che hanno preso le mosse da questo spunto  e che lo hanno sviluppato praticamente alla stessa maniera, ma sinceramente mi viene noia solo a scrivere i vari titoli.
From the Dark è inoltre falcidiato da un budget misero , ha soli tre attori in scena più un mostro ( e anche qui il design poteva osare di più diciamo che siamo in quella zona che va da Voldemort a Nosferatu passando per i mostri glabri di The Descent ), pochissimi ambienti e un regista che ci propone un film esercitandosi nell'arte della supercazzola per come cerca di rimescolare continuamente le poche carte che ha in mano.
La credibilità delle azioni dei vari personaggi è veramente sotto il limite sindacale, lei ostinatamente cerca di recuperare lui anche una volta che è stato ferito gravemente quando probabilmente avrebbe trovato la via della salvezza su un bel trattorone gommato attrezzato a superare qualsiasi tipo di ostacolo.
E poi abbiamo il buio, buio a strafottere.
Certo per un film con questo titolo non mi sarei dovuto aspettare altro ma qui è veramente troppo , devi strizzare gli occhi in molte occasioni per cercare di capire qualcosa di quello che sta succedendo.
A dir la verità di sorprese non ce ne sono poi tante, tutto è abbastanza prevedibile e scontato e questo è veramente un peccato per un regista vecchio stampo come McMahon ( uno di quegli uomini di cinema capaci di fare un po' tutto dalla scrittura, alla regia, al montaggio e agli effetti speciali visivi e sonori ) che dopo Stitches sembra tornare indietro , alle sue origini, ma in maniera infruttuosa, deteriore.
Stitches era brillante , vivace e supercattivo, qui l'originalità latita e abbiamo un'idea di cinema molto meno ambiziosa di quella che muoveva il suo film precedente.
Un vero peccato.

PERCHE' SI : McMahon come regista non si discute, le sequenze più spaventose sono piazzate nei punti strategici del film, si respira una certa tensione.
PERCHE' NO : sa tutto di realmente già visto, budget miserrimo, credibilità delle azioni dei protagonisti sotto al minimo sindacale.

LA SEQUENZA : l'arrivo di lei col trattore davanti alla porta della fattoria dopo aver scacciato il mostro.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE :
durante il mio viaggio di nozze fortunatamente ho visto un'altra Irlanda
Mai fidarsi di un navigatore satellitare
Esplorare di notte un luogo sconosciuto non è una buona idea
Con una Mercedes meglio non andare per percorsi sterrati.

( VOTO : 5 / 10 )

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martedì 7 aprile 2015

Dieci inverni (2009)

Camilla si è iscritta all'Università in quel di Venezia e vi si sta trasferendo dal paesello d'origine.
Sul vaporetto incontra Silvestro, belloccio, con poche idee in testa ma in compenso ben confuse.
Come è , come non è, finiscono per dormire assieme la prima sera perché lui perde l'ultimo vaporetto.
E' l'inizio di un rapporto che necessiterà di ben dieci inverni, dal 1999 al 2009 e di molti luoghi, tra cui Venezia e Mosca, per arrivare alla necessaria chiarezza.
E' amore.
Non solo l'inverno del loro scontento di shakespeariana memoria ma  ben dieci sono gli inverni che passano prima che il  sentimento di Camilla e Silvestro venga messo bene a fuoco.Il film di Mieli come detto da altri racconta una storia facile, minimalista,anche banale se vogliamo ma rifugge dall'estetica mocciana o grandefratelliana che tutto avvolge nelle proprie spire malefiche.
E'un film dall'umore saturnino così come le stagioni invernali che vengono passate in rassegna e che si distinguono l'una dall'altra solo per la didascalia o qualche particolare dell'aspetto dei due.
Due ragazzi colti all'arrivo nel mondo dei grandi (studi universitari, la prima volta che vivono da soli, una città nuova, Venezia , come addormentata in riva al mare) e poi seguiti per dieci anni della loro vita nelle loro scelte sentimentali e professionali.

Da ventenni ignari del mondo che esiste attorno a loro, magari armati di sana incoscienza,  a trentenni col loro bel carico di inquietudine e di rimpianto per quello che avrebbe potuto essere non è stato.
Silvestro e Camilla salgono e scendono dall'altalena dei sentimenti, la prima notte che s conoscono dormono insieme ma la mattina dopo sono come due sconosciuti, da distanti divengono vicini, da amici diventano conoscenti e viceversa, diventano al massimo amici degli amici, frappongono tra loro altre storie sentimentali che naufragano miseramente di fronte all'elettricità dei loro incontri che avvengono continuativamente per tutto il decennio, incapaci di capire (o meglio di confessare a se stessi) che cosa provano per l'altro/a.
Questa sarabanda di incontri procrastinati nel tempo ricorda parecchio da vicino Harry ti presento Sally,con Venezia e Mosca a fare da sfondo invece di New York ma il continuo balbettamento sentimentale ,le complicazioni,le deviazioni e le notazioni a margine sono più tipiche di certo cinema francese ,da Sautet a Truffaut e forse a Rohmer.

Il film di Mieli è lungi dall'essere perfetto ma è importante per come si inserisce in quel filone di commedia sentimentale che rifiuta le frasette dei Baci Perugina o le inutili sociologie d'accatto paratelevisive.
I due intepreti risultano assolutamente credibili in un simile contesto e il regista è bravo a cogliere i loro scarti umorali, le loro insicurezze, la loro pavidità di fronte a quello che sta succedendo loro.
Da ricordare il primo incontro tra SIlvestro e Camilla con i loro impacci anche infantili ma di spontaneità assoluta e la sequenza in cui lei fa footing per le calli veneziane e lui in una piazzetta adiacente si sta fumando una sigaretta su una panchina.
In mezzo un frate che trasporta un alberello.
Una sequenza che illustra benissimo la geometria variabile del caso, le distanze tra i due che mano mano si accorciano per poi riallungarsi di nuovo.
Una sequenza silenziosa, che dura poche decine di secondi ma che in questo lasso di tempo minimo spiega compiutamente il senso del film.
Un film fatto di distanze variabili, di casualità e di errori.

Proprio come quelli che si commettono nella vita di tutti i giorni.
Un film che faceva presagire qualcosa di buono per la salute del nostro cinema .
Comunque da incoraggiare.

PERCHE' SI . una storia d'amore non trita e ritrita, bella disamina sulla geometria variabile dei sentimenti, due interpreti credibili per spontaneità
PERCHE' NO: il modello, ingombrante , è Harry ti presento Sally, qualche dettaglio di troppo negli ostacoli che il caso frappone , qualche semplificazione di troppo.

LA SEQUENZA : Camilla fa footing , Silvestro si fuma una sigaretta in una piazzatta, in mezzo un frate trasporta un alberello. Il tutto a simboleggiare le distanze variabili tra i due nella geometria dei sentimenti.

DA QUESTO FILM HO CAPITO CHE : 
Una rondine non fa mai primavera, specie se parliamo del nostro cinema.
Mosca qui appare molto più bella di quanto raccontato da chi ci è stato.
Certi tira e molla sentimentali fanno tanto studente universitario.
Provo ancora nostalgia per i miei anni da studente universitario in trasferta.

( VOTO : 7 + / 10 )

 Ten Winters (2009) on IMDb